Il simbolo di Roma SPQR voleva rappresentare la potenza dello Stato attraverso la congiunzione dell’autorità, la saggezza ed il lucido biancore delle tuniche dei senatori e la forza del popolo, orgoglioso del proprio status di essere cittadino romano. Dal mondo latino derivano quindi i due concetti di popolo e di cittadino. Essere cives romanus costituiva un privilegio che consentiva di poter ricorrere allo jus civilis, mentre agli altri era applicato lo jus gentium. A Roma era prevista anche un rappresentanza del popolo minuto, costituito da schiavi liberti o stranieri, attraverso il tribuno della plebe.

Quando l’impero romano era divenuto molto vasto, pur avendo notevoli fortificazioni ai confini, dovette resistere alla pressione dei barbari, Franchi, Alemanni, Burgundi, Sassoni, Goti, Visigoti, che provenivano in genere dalle regioni renane e danubiane. L’impero, dopo averli sconfitti, concedeva ai popoli sottomessi la cittadinanza romana ed affidava loro la difesa degli stessi confini dall’aggressione di altri invasori. Solo dopo la disintegrazione dell’impero, tali insediamenti si trasformarono in regni romano barbarici, che andarono costruendo un ordine sociale molto diverso, fondato sulla fede cristiana e su un feudalesimo che concentrava potere, proprietà e castelli nelle mani dei nobili di origine guerriera sopra una vasta massa di servi della gleba senza alcun diritto. Tale sistema latino germanico, sotto la protezione della chiesa di Roma, che abilmente metteva i vari regni l’uno contro l’altro, durò molto a lungo e non fu scosso neppure dalla Riforma protestante. Cominciò a vacillare soltanto con l’avvento dell’illuminismo, prima in Inghilterra, dopo in Francia e successivamente in tutta l’Europa, trasformando le monarchie assolute in costituzionali. L’Italia arrivò con circa un secolo di ritardo, coniugando la richiesta di uno Statuto che assegnasse il potere legislativo al Parlamento con l’aspirazione risorgimentale all’Unità della Nazione. Quella illuminista fu la grande rivoluzione, che determinò l’inizio dell’era moderna, in cui si affermarono i principi della separazione dei poteri e dell’eguaglianza di fronte alla legge. Dopo tredici secoli tornarono quindi ad essere pronunciate la parole “popolo” e “cittadini”. Le rivoluzioni americana e francese, all’insegna di un desiderio di conquista della civiltà,  produssero la nascita di molti altri istituti che divennero il tratto caratteristico di tutte le moderne Democrazie Liberali.

Dopo la drammatica parentesi della dittatura fascista, la guerra e la lotta di liberazione restituirono al nostro Paese una Costituzione democratica, che ha consentito un settantennio di crescita economica e sociale, benessere ed elevazione culturale delle masse, insieme alla costruzione di uno spazio unitario europeo. L’Italia ha visto un costante incremento del PIL, del grado d’istruzione e della consistenza di un apparato statale, che è stato persino in grado di resistere alla prova dell’attacco terroristico degli anni settanta ed a quello della mafia e delle altre forme di delinquenza organizzata dagli anni ottanta in poi. Recentemente nel nostro Paese, ma purtroppo il fenomeno si sta diffondendo anche nel resto del mondo occidentale, sorgono movimenti di stampo populista e sovranista, che abusano a sproposito dei termini popolo e cittadini, mentre sono guidati da capi,che si ergono al rango di pastori religiosi più che di rappresentanti politici. Tali soggetti politici, fortemente autoritari, sono sostanzialmente privi di contenuti identitari e valoriali e di fatto hanno degradato al rango di plebi, coloro che hanno dato loro il consenso ed a cui promettono di dispensare sussidi ed elemosine, impedendone la crescita civile e culturale. Tale trasformazione del sistema tende a sostituire la democrazia rappresentativa di stampo liberale con una forma di stato caritatevole di ispirazione cristiana, in cui il popolo viene chiamato soltanto a forme di presunta partecipazione attraverso i social media, ma è strumento per un potere politico assoluto, che elargisce assistenza, ma frena il progresso socio culturale, temendo di non poter continuare a dominare masse che dovessero divenire consapevoli. Si fanno quindi promotori di un rinnovato statalismo assistenzialista e sono nemici della iniziativa privata, del capitale, della concorrenza, della istruzione  superiore, dell’internazionalismo, della libertà. Abbiamo diritto di uscire presto dall’incubo di questo dilagante populismo autoritario e riappropriarci di una cittadinanza consapevole che creda nell’individuo e lo sappia coinvolgere in una visione del futuro che torni a renderlo protagonista.

Si ha come l’impressione che le nobili parole di popolo e cittadini siano state degradate, volgarizziate, usate con una visione di appiattimento non di esaltazione. Appartenere al popolo di Roma, essere cittadino romano, erano la forza e l’orgoglio di quella straordinaria esperienza sociale, che portò a creare il più grande impero e la più grande potenza politica e militare della storia. Oggi cittadini e popolo, in bocca a modesti personaggi, che ripetono in coro ed a memoria parole d’ordine, sovente senza significato, queste due straordinarie parole, sono state declassate, non si tratta dell’orgoglio del popolo romano né del privilegio di essere consapevole di far parte di quella grande patria, ma popolo e cittadini quale semplice massa grigia, osannante i capi, che concederanno il sussidio di disoccupazione, ribattezzato di cittadinanza, consentendo di continuare ad arrangiarsi col lavoro nero. Lo stesso vale per i baby pensionati di quota cento, che , ancora nel pieno della loro efficienza fisica e professionale, anch’essi infoltiranno le schiere dei lavoratori in nero. Intanto il bilancio dello Stato ne uscirà ancora più disastrato e con l’Europa, anche quella parte che non ci è ostile, avremo collezionato l’ennesima figuraccia, confermando i dubbi e le perplessità di coloro che, come noi, sin dall’inizio hanno contrastato la sciagurata manovra.

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