La vittima più illustre dell’estesa assenza di un pensiero veramente libero e incondizionato in Italia e in Europa (costrette, l’una e l’altra, per troppi secoli a “credere” per fede, religiosa o politica più che a pensare, facendo uso della ragione e della logica) è Giacomo Leopardi, filosofo della libertà, liberale empirista alla maniera dei greci presocratici, più che degli anglo-sassoni.

Solo oggi, dopo la pubblicazione in inglese dello “Zibaldone” (vero e proprio caso letterario in Inghilterra e negli Stati Uniti) lo scrittore italiano è giustamente considerato e definito il più grande dei filosofi italiani di ogni tempo.

Il Financial Times ha parlato di Leopardi come “uno dei pensatori più radicali del diciannovesimo secolo” e dello “Zibaldone” come di un vero e proprio “tesoro ritrovato”, “un punto di riferimento imprescindibile per il pensiero moderno”.

Il “miracolo” di mettere finalmente nella sua vera luce lo spessore filosofico del pensiero leopardiano (che non esclude certamente la sua eccezionale sensibilità artistica ma la sottintende, andando, però, oltre di essa) è stato possibile grazie al sensismo materialistico del Recanatese e alla sua vicinanza alla cultura anglosassone (per la fortuna che ebbe, oltrepassate le scogliere di Dover, il De Rerum Natura di Lucrezio).

Leopardi, non a caso, nell’Europa continentale degli assolutismi, delle astrazioni irrazionali metafisiche, dei troppi Valori survoltati, ingigantiti  e spesso fasulli è stato sempre considerato un Vate poetico di grandissimo valore ma mai un filosofo.

Le sue opere in prosa, incisivamente  contrarie al conformismo del “pensiero” europeo, sono state considerate come una sua “produzione minore”. Come scrive il critico americano John Gray:  in Italia,  “la reale portata del suo genio sovversivo  non ha ancora ricevuto un adeguato riconoscimento”. Oggi, solo grazie agli Anglosassoni si è finalmente dato il giusto risalto (dopo un tempo notevolmente lungo) alla sua lucidità intellettuale che, per Inglesi e Statunitensi, è addirittura superiore alla sua sensibilità poetica.

La regola del “nemo propheta in patria” non ha risparmiato, quindi, neppure la figura del grande Recanatese, nella sua veste di prosatore dal lucido e acuto pensiero.

Il vecchio filone della cultura laicista italiana, da Francesco De Sanctis a Benedetto Croce, infatti, ha sempre ritenuto la filosofia di Leopardi scarsamente significativa, non originale e poco profonda,

Essa esprimerebbe, a giudizio di quello che è ritenuto il maggior critico letterario italiano, “un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e profonda” (De Sanctis afferma, pure, testualmente:  “il Leopardi  filosofo, che odia la vita, con la sua poesia ce la fa amare” e più avanti “ l’elemento raziocinante è un ostacolo, un pericolo, dal quale il poeta non riesce sempre a guardarsi”).

Benedetto Croce riprende il discorso di una sostanziale e netta stroncatura di Leopardi filosofo; anzi restringe lo stesso valore della sua poesia che  gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, “quasi mai riuscendo a tenere la rotta mediana”.

Soltanto Giovanni Gentile, nell’intento di rivalutare le Operette morali, afferma che Leopardi era un autentico e grande filosofo; resta, però, una voce isolata.

Nel dopoguerra, Cesare Luperini, Walter Binni,  Sebastiano Timpanaro,  Bruno Biral, Carlo Muscetta   nulla aggiungono e niente mutano nelle valutazioni precedenti, sostanzialmente critiche, del percorso filosofico del poeta, se non considerazioni banali su un preteso esistenzialismo ante litteram del vate recanatese, concordando, tutti, in buona sostanza, che  Leopardi non possa essere considerato filosofo per il fatto che, pur avendone l’attitudine e i mezzi “culturali”, la sua volontà di speculazione era viziata in partenza.

Da che cosa? La risposta, per me, è agevole: da ciò che quei sommi critici non avevano capito.

La filosofia di Leopardi non poteva essere sistematica, perché  non procedeva per bizantine e simmetriche  “astrazioni” su temi gnoseologici o metafisici: la sua visione della vita era empiristica e concreta come quella dei pre-socratici greci, degli  atomisti-monisti: Democrito, Leucippo ed Epicuro.

Per nostra fortuna, anche se in Italia, molti critici letterari avevano negato che Leopardi fosse anche filosofo, gli Anglosassoni, non legati a concezioni metafisiche astratte e sostanzialmente irrazionali, empiristi e anti-idealisti, positivisti  e concreti hanno avuto il coraggio di ribaltare l’ingiusto ed errato  giudizio: hanno sostenuto, senza tergiversazioni, che il vate di Recanati aveva sempre scritto, magistralmente, di filosofia e da grande filosofo.

Sullo Zibaldone, è stato precisato, si trovano  tanti e tali pensieri sull’anima, sulla realtà fisica, sulla religione, sulla società, sulla natura, sulla morale e via dicendo, che l’opera, ancorché disorganica e non sistematica, ben deve configurarsi come un vero e proprio trattato filosofico.

Né, si è aggiunto,  può dirsi che manchi a Leopardi lo stile del pensatore, perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore logico e oggettività che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo attento e puntuale studioso e seguace.

Sotto il profilo politico, che è quello più interessante per i lettori di questo giornale on line,  l’esempio di Giacomo Leopardi è quello di un liberale rivoluzionario pre-gobettiano, o se si vuole  ante-litteram, di un amante della libertà che non credeva e disprezzava il conformistico e spesso interessato “idealismo” dei liberali del suo tempo.

Da  uomo dal pensiero libero e dalla mente sgombra sia dalle fandonie bibliche del monoteismo mediorientale sia dai falsi e ipocriti “valori” che imperavano nell’Italia risorgimentale e in quella parte dell’Europa (più interessata, per fini propri, ai suoi destini degli stessi Italiani) il vate di Recanati nei suoi scritti o nelle conversazioni salottiere, conviviali o di lavoro incorreva in seri guai, quando s’azzardava a dichiararsi radicalmente “anti-cristiano”, “anti-universalista” e con qualche cautela in più “anti-risorgimentale”.

La sua idea era che la religione cristiana rappresentava un’illusione dannosa per il singolo  e che era sommamente nociva per la convivenza pacifica dell’intera collettività umana (e ciò a causa del suo preteso universalismo e della sua intolleranza, vera fonte di ferocia inaudita e di oppressione universale, come avevano dimostrato le antiche vicende di Ipazia, del Serapeo e della Biblioteca d’Alessandria, degli Aztechi, dei Maya, dell’Inquisizione e più di recente dei patiboli del Papa-Re) e che  era aberrante manifestare Valori e Ideali politici, che svolgevano soltanto il ruolo di nascondere una utilitaristica e talvolta spregiudicata furbizia o un servilismo interessato verso poteri misteriosi  e stranieri (finanziari, massonici o gli uni e gli altri insieme).

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