I Romani antichi, quelli che erano, cioè,  pagani, empiristi e pre-cristiani avevano condensato in preziosi aforismi la necessità di scoprire che cosa si celasse dietro ogni realtà.

“Non fermarti all’apparenza” (Nimium ne crede colori); “Fortunato chi ha potuto conoscere le cause delle cose” (Felix qui potuit rerum cognoscere causas); “conoscenza delle cose attraverso le cause” (Cognitio rei per causas) sono locuzioni latine tratte tutte da Virgilio e che probabilmente erano riferite da quel grande poeta come omaggio a Lucrezio e riconoscimento della profonda acutezza e perspicacia della filosofia empiristica, monista, atomistica (democritea, leucippiana ed epicurea).

Il motto, in sintesi, era quello di andare avanti senza fermarsi alle sembianze esteriori o alle cause prossime. Questa regola oggi sembra completamente dimenticata.

Vi sono, per esempio, dei fatti eclatanti: I Paesi Asiatici (Cina, India, Indonesia e così via) prosperano con p.i.l. elevati;  gli Stati Uniti d’America e, con più ritardo anche la Gran Bretagna (a causa dell’uscita contrastata dall’Unione Europea) si apprestano a porsi su quella stessa via di ripresa economica per effetto di appropriate correzioni della loro politica; gli Eurocontinentali, invece, battono incredibilmente il passo e non riescono a venire fuori dalla crisi in cui si dibattono da decenni.

Nessuno va, veramente, alla ricerca delle cause, anche le più remote e lontane, di una tale complessa, e per certi versi paradossale, situazione di paralisi operativa, nonostante l’attuale tran-tran di lunghe e faticose trattative sul deficit,le polemiche interminabili  sul pareggio di bilancio, le diatribe quotidiane sugli sforamenti e delle relative percentuali.

Si tratta, chiaramente, di fenomeni destinati a perpetuarsi nella vita della comunità europea. E un tale scenario di ripetuti litigi  non è certamente foriero di futura serenità e prosperità  per le popolazioni del Vecchio Continente.

La prospettiva di un disagio che minaccia di presentarsi puntualmente, anno dopo anno, dovrebbe indurre gli Euro-continentali (e tra essi, gli Italiani) a tentare di capire le ragioni profonde della  tragica caduta nel baratro di una permanente guerra di cifre e di decimali.

Occorrerebbe, un altre parole,  cominciare a ragionare con la propria testa; convincersi che non si può continuare, senza danni maggiori, a procedere nel disorientamento più totale  e a seguire, in modo sostanzialmente acefalo, l’approccio che danno al problema i mass-media: in modo superficiale e certamente molto interessato.

Nella migliore delle ipotesi, infatti, i cosiddetti “analisti” economici si fermano al primo antecedente della “crisi”, sulla prima possibile causa del fenomeno senza spingersi oltre. Scrivono, per esempio, che la mancata crescita sarebbe dovuta allo sperpero di denaro pubblico (id est: dei contribuenti) che praticano gli Stati membri dell’Unione Europea, divenuti tutti spendaccioni impenitenti e sostengono la tesi secondo cui l’Euro-continente sarebbe divenuto, rispetto al resto del mondo evoluto, il luogo dove assurgono al ruolo di governanti gli uomini politici più insipienti e incapaci dell’intero Pianeta.

Nessuno va oltre questa diagnosi, certamente incontestabile ma del tutto insufficiente a spiegare un fenomeno così complesso. Bisognerebbe andare oltre e  analizzare gli eventi che ci riguardano senza i paraocchi e metterli nella giusta connessione gli uni con gli altri.

Di fronte all’insorgenza e soprattutto alla persistenza, protratta nel tempo, di una crisi economica come quella europea (che è certamente molto ramificata) vanno ricercate  le radici che sono  tante ed estese a diversi livelli di profondità.

E’ importante porsi molti  interrogativi.

Il primo è: perché l’Occidente si è  spaccato in due? L’Inghilterra, in perfetta unità d’intenti con gli Stati Uniti d’America, ha preso una via diversa da quella seguita dagli altri Stati Europei del Continente.  Sospettando che l’Unione Europea altro non facesse che seguire le “istruzioni” delle centrali finanziarie, anch’esse anglo-americane (ma più forti dei governi di Cameron e di Obama), e che, attraverso restrizioni ai bilanci degli Stati-membri, impedisse l’espansione degli investimenti per la produzione ad ampio raggio di beni e servizi, con la Brexit “ha tolto il disturbo” ed è “uscita dalla comune”.

Entrambi i Paesi Anglosassoni, oggi, sono divenuti i “nemici” giurati del capitalismo meramente finanziario e contrastano il monetarismo bancario delle loro stesse centrali finanziarie arroccate a Londra e a New York.

Il secondo interrogativo è: se può ritenersi fondato un tale sospetto, perché gli altri Stati membri (euro-continentali) dell’Unione non hanno saputo guardare al loro interesse (che diventa sempre di più di mera sopravvivenza) con la stessa lucida perspicacia degli Inglesi?

Le risposte, ovviamente, possono essere tante e diversamente articolate.

L’Euro-continente potrebbe avere cessato di “pensare”dal momento in cui è stato intellettivamente dominato da ebrei e cristiani all’epoca del decadente Impero Romano. Quelle religioni avrebbero avuto un effetto paralizzante per il pensiero libero, autonomo e incondizionato e appannato, irreversibilmente, la lucidità di analisi dei credenti su tutti i fatti della vita, anche economici e politici.

Chi sostiene questa tesi, aggiunge che a differenza, di altre religioni come il confucianesimo, il buddismo, l’induismo, le tre religioni monoteistiche mediorientali si sarebbero imposte anche con la violenza (estrema, in alcuni casi)  pur dopo un periodo di martirii subiti.

E ciò avrebbe prodotto un’immensa paura nei non credenti, definiti dispregiativamente “infedeli” e “nemici di Dio” da cancellare dal consorzio umano.

Uno studioso tedesco, Karlheinz Deschner, ha tracciato una vera e propria storia della violenza omicida e della criminalità truffaldina dei cristiani. L’elenco, nei dieci volumi della sua ciclopica opera (Storia criminale del Cristianesimo, Edizioni “Ariele”)  va  dalle persecuzioni nei confronti dei pagani, degli ebrei (e poi di eretici e falsi credenti, dopo la  legittimazione del cristianesimo e sua assunzione a religione di Stato nell’Impero romano) alle crociate contro gli infedeli (la prima avrebbe causato il massacro di tutti gli abitanti di Gerusalemme); dai metodi atroci dell’Inquisizione definita “Santa” alle prevaricazioni aggressive nei confronti di scrittori messi all’Indice (i loro libri erano severamente proibiti e talvolta messi al rogo) ai delitti consumati nella curia vaticana anche a opera di Pontefici, ossequiati e riveriti;  dalla distruzione totale dei popoli Aztechi e Maya all’Olocausto americano con uno dei più feroci stermini etnici; dalla guerra dei Trent’anni in Europa ai conflitti religiosi a essa successivi; dalla distruzione della cultura classica greco-romana attraverso roghi di libri e documenti al mantenimento e al consolidamento della schiavitù; dalle sanguinose evangelizzazioni di popoli “infedeli” alle condanne a morte di singoli individui (Ipazia, nella biblioteca di Alessandria, Giordano Bruno sul rogo di campo dei fiori) o alle patrie galere (Galileo Galilei, scienziato propugnatore di verità scomode per la “fede”); e su un piano diverso, dai traffici finanziari oscuri dello IOR, Istituto per le opere di religione, all’epoca di Marcinkus (e non solo, perché anche prima e dopo) alle falsificazioni e all’inganno dei miracoli e delle virtù taumaturgiche delle reliquie; dai casi di pedofilia diffusi nei seminari e nei conventi alle campagne dirette a rendere il Pianeta sovraffollato.

La risposta di Deschner, pur complessa, articolata e pignolescamente documentata, non sembra, comunque, esaustiva per giustificare la paura di pensare liberamente degli abitanti del vecchio Continente.

Ci sarebbe ancora da chiedersi se la fonte di tanto odio per il pensiero libero, scatenatosi nel Vecchio Continente, non possa risiedere anche nelle idee che filosofi come Platone, Aristotele, l’Idealismo dalle sue origini sino a quello tedesco (perverso e all’origine dei mali giganteschi del “secolo breve”: fascismo e comunismo) hanno espresso con accademica supponenza e politica protervia.

L’assolutismo e l’autoritarismo filosofico dei maestri del pensiero metafisico hanno rafforzato e rinvigorito, nei secoli,  l’oppressiva teocrazia mediorientale e contribuito enormemente alla morte del pensiero libero.

Per unirsi agli altri Occidentali che,  esenti da condizionamenti religiosi e da fanatismi ideologici, hanno saputo trovare la giusta strada per riscattarsi dalla crisi economica e porsi sulla strada di un’ipotizzabile ripresa a breve, è necessario e urgente che gli Eurocontinentali ritrovino quella libertà di giudizio e di valutazione degli eventi che non impedisca loro “rerum cognoscere causas”  secondo l’insegnamento virgiliano.

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