Le persone religiose, che in Italia non hanno più la maggioranza “bulgara” di un tempo ma sono sempre tante (soprattutto tra le generazioni più anziane) si lamentano per la temuta progressiva perdita della “fede”.

In un tempo ormai lontano, esse se la prendevano con le immagini peccaminose del  cinema, con la “cattiva” letteratura; ora se la prendono con i serial televisivi, con i social e il web che non censurano e non discriminano; con i centri commerciali aperti di domenica che sottraggono la gente alle prediche dei parroci;  con la pubblicità che, ancor più che nell’episodio felliniano di Boccaccio 70, fa espandere a macchia d’olio, con le foto di avvenenti ragazze sempre meno vestite,  le tentazioni della carne.

I fedeli cristiani laudatores temporis actipiangono, la fine degli atti di coraggio  dei primi neofiti; di quei martiri che con voluttà si lanciavano nelle fauci dei leoni o si facevano massacrare di botte dai gladiatori (sempre nel Colosseo) e manifestavano senza titubanze il loro incontenibile desiderio di raggiungere il regno dei cieli. Oggi, solo i mussulmani mostrano voglia di ricongiungersi, quanto prima possibile, alla divinità.

I lai dei religiosi, però, esplicano i loro effetti soltanto nel campo di una “fede” che ormai tocca sempre più da lontano la convivenza civile.

Più gravi effetti, invece, sono provocati in tale settore dalla perdita della fides nel senso latino e laico del termine.

Nell’antica Roma, com’è noto, la fidesrappresentava l’auspicabile maximum di ogni  convivenza umana degna di essere qualificata “civile”.

La parola aveva un significato unico, chiaro, certo, preciso e netto: costituiva un elemento categorico, inconfondibile e indefettibile dei rapporti umani; rappresentava un vero e proprio principio di vita (fides, fit quod dicitur)-

La fides  esprimeva l’obbligo di essere osservante delle promesse fatte, con le proprie dichiarazioni.

Anche il magistrato aveva un legame indissolubile con il  suo Editto: il vincolo gli impediva di dare efficacia retroattiva alle norme che emanava.

Sul piano della gestione amministrativa della res publica,stava semplicemente fuori della realtà l’idea che potessero fare promesse a vanvere, inesperti, incompetenti e poco colti giovani uomini politici, dotati di un semplice nozionismo culturale o giuridico e di nessuna esperienza gestionale.  Come, del resto, quella che la giustizia fosse gestita da persone non mature.

Insomma, lo studio del  Diritto e della Giustizia dell’antica Roma nel periodo detto “preclassico”  (comprendente, cioè, gli ultimi due secoli della Repubblica)  conferma, non solo la grande tolleranza di un popolo, ma soprattutto la sua “età adulta”. In forza di essa i nostri antenati, separando in modo chiaro e comprensibile i concetti, sia nel campo del Diritto sia in quello della Giurisprudenza riuscivano a comprendere appieno il bisogno di “fides” reciproca per la libertà dei cittadini.

L’idea di concentrarsi sulle cose materiali come sulle uniche conoscibili e di porsi il compito (essenziale di ogni scienza, degna di rispetto) di mettere ordine in ciò che all’origine è mescolato, era il punto di forza della mentalità romana e costituisce la ragione del rimpianto degli Italiani, laici, di oggi.

Naturalmente, tutti gli Europei (a parte i protestanti luterani), nostri contemporanei,  hanno del tutto dimenticato il concetto della “fiducia” nelle pubbliche istituzioni.  Gli Italiani, però, sono andati oltre ogni misura rispetto agli altri.

Nessuno, nel Bel Paese, si fida più di alcuna persona fisica o giuridica che sia.

Della parola “fiducia” si abusa soltanto nelle aule delle Camere legislative per indicare una pratica del voto che mette in ridicolo lo stesso ruolo del Parlamento, bypassandolo, esautorandolo o soggiogandolo alle esigenze dispotiche di governi tanto protervi quanto incapaci e rissosi (nell’ambito della stessa maggioranza).

La frequenza dei cosiddetti “maxi-emendamenti” sarebbe semplicente scandalosa in un Paese privo dell’epiteto di “Repubblica delle Banane”.

Ne Paese che intende fregiarsi del titolo di “culla del diritto”, non c’è limite nell’escogitare pratiche “ai limiti della costituzionalità”, come è stato scritto da un insigne giurista, con innegabile prudenza.

Detto in soldoni: approvare una manovra finanziaria senza dare al Parlamento il tempo e il modo di esaminarla in tutte le sedi “deputate”  (id est:Commissioni Bilancio della Camera dei Deputati e del Senato) è porsi fuori dall’ordine costituzionale e democratico.

L’articolo 72 della Costituzione, dal primo all’ultimo comma, è fin troppo esplicito in proposito, perché possano aversi dubbi sulla sua interpretazione.

Un Governo, senza limiti nel gestire il denaro dei contribuenti, diventa peggio di un Monarca assoluto. Uomini politici che asseriscono di voler sottrarre gli Italiani alla dittatura finanziaria dell’Unione Europea e poi, dal canto loro, sottraggono ai rappresentanti del popolo ogni potere d’indirizzo politico del Paese, dimostrano di essere figli delle due ideologie assolutistiche più perverse del secolo breve: il fascismo e il comunismo; per giunta unite, sia pure con quotidiane diatribe quotidiane, nella conduzione della res publica(come si è sempre pensato che potesse avvenire soltanto in una repubblica sudamericana).

CONDIVIDI