Carletto Manzoni è stato un umorista fine, ironico, parodistico e surreale, del dopoguerra e il suo personaggio più famoso, il Signor Veneranda, era capace di giungere a conclusioni inverosimili, imprevedibili, seguendo il filo “(il) logico” di argomentazioni di assoluto  “non sense”.

L’Italia dei suoi tempi era ancora un paese dove i personaggi della politica potevano essere presi a bersaglio con garbo e leggerezza.

E’ difficile immaginare che cosa quello scrittore scanzonato e irriverente  avrebbe potuto scrivere con mano leggera, oggi,  ascoltando le parole dei nostri improvvisati e sgrammaticati uomini politici in risposta a domande di giornalisti “(in)esperti”  come loro.

Qualche giorno fa, nel corso di uno dei tanti “intercambiabili” telegiornali  a un uomo politico investito di funzioni di governo un giornalista ha chiesto se l’Italia dovesse uscire dall’Europa.

La risposta “venerandiana” è stata, in buona sostanza questa: “non si può uscire fisicamente da un Continente di cui si fa parte”.

Carletto Manzoni che si proponeva di far divertire e ridere con le sue boutade stravaganti i propri lettori, non avrebbe saputo fare di meglio e il signor Veneranda avrebbe risposto come il serioso uomo del nostro governo.

Il problema, però, è tutt’altro che “umoristico” e “faceto” e conviene esaminarlo con un’ottica meno “burlesca”.

Per chi ha responsabilità di governo del Paese, si tratta di decidere se gli Italiani  debbano continuare ad accettare di stare in un’Unione Europea con regole assurde, volute, per i propri “interessi di bottega” dai capitalisti finanziari di New York e di Londra (ed eseguite pedissequamente dai burocrati di Bruxelles) o tentare  di cambiare l’assetto normativo comunitario.

C’è da chiedersi: a chi veramente giova la “camicia di forza”  imposta agli Stati-membri, con il pareggio di bilancio, con il divieto di sforamenti, con l’esclusione di ogni potere di emettere moneta? Veramente è necessario che gli euro-continentali continuino a battere il passo mentre Cina, India, Indonesia, Stati Uniti d’America e (presto) Regno Unito di Gran Bretagna, liberi dai predetti vincoli e da diktat esterni ed estranei si muovono nel campo dell’economia con libertà e lucida razionalità, per conseguire successo e crescita?

La risposta dovrebbe essere ovvia e scontata se il coro dei mass-media asserviti alle banche non riuscisse a obnubilare la mente degli euro-continentali sino al punto di non far loro vedere neppure i danni che si stanno producendo nei loro ordinamenti costituzionali e amministrativi.

Per ciò che riguarda l’Italia, dovrebbe essere chiaro che i contorni della nostra Carta Costituzionale (v. modifica dell’articolo 81, sostanziale inosservanza dell’articolo 52 e altro) sono stati svisati sino al punto da far temere per la stessa tenuta del sistema democratico.

Ho scritto della violazione dell’articolo 72 della carta fondamentale sul procedimento di approvazione della legge di bilancio (superamento del parere delle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, maxi-emendamento, voto di fiducia e altre amenità del genere, purtroppo, però, terribilmente deleterie) e ho anche sostenuto che l’affinità ideologica (idealistica tedesca) dei componenti della coalizione di governo con i movimenti tradizionali della destra (Lega) o della sinistra (Movimento Cinque Stelle) non ha giocato in favore del rispetto dell’ortodossia democratica, ma devo aggiungere che mi è sfuggito un aspetto del problema che è il più rilevante di ogni altro.

Il tragi-comico “via vai” da Roma a Bruxelles di documenti programmatici e contabili, con un terzo del governo che si lascia abbracciare da Juncker dinnanzi alle teleprese e gli altri due terzi che, rimasti in Italia, litigano, senza risparmio di colpi,  su tutto  e perseguono soprattutto due linee economiche del tutto incompatibili, ha certamente favorito la violazione aberrante seguita dai politici della maggioranza nella procedura parlamentare.

Se i tecnocrati dell’Unione Europea  scrivono “la ricetta” e i nostri governanti l’accettano (alcuni) e la respingono (altri), rinviando alle calende greche la stesura di un documento unitario tra i vertici di Bruxelles e di Roma, quale valore può avere ancora l’articolo 72 della nostra Costituzione?

Possibile che nessuno inorridisca a sentir parlare di approvazione di “bozze”, scartoffie senza alcun valore?

Stiamo assistendo nell’Europa dei Veneranda di turno alla spappolamento del nostro Stato e alla violazione sistematica e permanente di ogni regola democratica.

Soltanto capire il cul de sac in cui ci siamo cacciati, riuscire a vedere con lucida razionalità gli ingorghi e le trappole che gnomi della Finanza a diversi livelli di potere hanno posto e pongono quotidianamente sul nostro cammino di popolo  (un tempo abbastanza  libero) costituirebbe un primo passo avanti per determinarsi a togliersi di dosso un’insopportabile e asfittica camicia di Nesso.

La domanda ulteriore è: perché non riusciamo a uscirne?

Anche qui rischio di ripetermi, ma, posta la domanda, non ho altra via d’uscita.

La nostra formazione culturale, maturata in tempi di servaggi teocratici o ideologici non ci consente di abbracciare una visione delle cose improntata all’empirismo pragmatico e alla razionalità che sono “la caratteristica” di altri popoli.

E’ purtroppo molto probabile che la maggioranza degli Italiani, sino a quando non prevarranno le più libere, giovani generazioni, continuerà ancora per lungo tempo a essere condizionata da due millenni di assolutismi, religiosi e filosofici, assimilati, nel corso dei secoli passati, a suon di melliflui convincimenti o più spesso, terrificanti inquisizioni, patiboli e ghigliottine.

La moltiplicazione inarrestabile e continua di norme nazionali sgangherate e confuse, la farraginosità sempre più accentuata delle leggi europee,  la propensione verso l’oscurità di definizioni contorte e complesse (generatrice di grandi sventure, secondo Goethe, e certamente di progressiva corruzione politico-amministrativa, secondo molti osservatori) rappresentano la prova di una capacità di raziocinio smarrita nel tempo.

Le “fanfaronate” (da gradassi di provincia o da “guappi di cartone”) non seguite dai fatti dei giovani personaggi politici dell’Euro-continente fanno il resto.

“Si salvi chi può!” suonava il titolo di un film di Jean-Luc Goddard del 1980.

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