L’Unione Europea è giustamente soddisfatta, dal suo punto di vista, delle modalità con cui ha raggiunto la sua sostanziale vittoria circa la “manovra” cosiddetta “italiana”; che sarà approvata con la “fiducia” su un “maxi-emendamento” del cui contenuto il Parlamento ha saputo poco o niente.

Scholz, Juncker, Moscovici, l’implacabile Dombrovskis, dopo l’accordo raggiunto e annunciato con Conte e Tria, non hanno esitato a rilasciare commenti entusiastici e ne hanno avuto, di certo, ben donde.

L’aspetto economico dei decimali della cifra di sforamento ha rappresentato per loro ben poca e modesta cosa, un elemento assolutamente secondario: l’importante è stata la procedura seguita, in se stessa considerata.

Si è dimostrato al “colto e all’inclita” che gli Stati-Membri possono essere privati anche del loro ultimo margine di sovranità: quello di ritenere una prerogativa del loro Parlamento di varare la manovra di fine anno. Sono le trattative condotte dai governi a Bruxelles a decidere sul da farsi. Il resto è solo conseguenziario. E in buona sostanza, sembrano suggerire quei Soloni della politica europea, delle Camere legislative dei singoli Stati  sarebbe meglio fare a meno per evitare di far fare loro delle squallide figuracce.

I tecnocrati dell’Unione Europea hanno avuto, poi, la indiscutibile conferma che se tutti i “sovranisti” dell’Euro-continente sono della “tempra” di quelli italiani, i “globalizzatori” e i “monetaristi a oltranza” delle Centrali Finanziarie di New York e Londra, veri burattinai della politica del vecchio continente, possono dormire, d’ora innanzi, sonni ancora più tranquilli.

Nell’Europa di oggi  “lo stampo” di statisti come quelli che ancora nascono e si affermano nei paesi anglosassoni s’è perduto per sempre.

Ciò s’era già capito all’epoca antecedente alla prima guerra mondiale.

Mentre l’Europa continentale era in preda ai fascismi   di Mussolini, di Franco, di Salazar e cedeva progressivamente alle prepotenze della Germania di Hitler, l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America esprimevano fior di statisti in grado di fronteggiare e abbattere la piovra nazista.

In Gran Bretagna, Winston Churchill, uomo politico “di razza”, coraggioso, fermo nei suoi propositi, ateo dichiarato e palesemente anticonvenzionale (un vero “cane sciolto” lo definivano i suoi stessi amici)  e, in America del Nord, Franklin Delano Roosevelt, energico isolazionista  e nemico dei feticci dei cosiddetti banchieri internazionali oltre che perfettamente consapevole del ruolo della Russia (allora Unione Sovietica) per la stabilità degli equilibri mondiali, dimostravano, al mondo intero, che nei momenti del bisogno i popoli anglosassoni sanno individuare ed esprimere i loro leader.

Di tale capacità, s’era avuta conferma quando un altro binomio famoso, composto da Margareth Thatcher e da Ronald Reagan, era riuscito a traghettare la società dei due Paesi nell’era post-industriale, sostituendo parzialmente l’industria manifatturiera con l’ attività produttiva e  creativa di beni immateriali e di servizi altamente tecnologici e digitalizzati.

Una riprova definitiva c’è stata “ieri”: quando Teresa May e Donald Trump hanno capito che il potere finanziario (con i feticci dei cosiddetti banchieri internazionali, per dirla con Roosevelt) stava facendo paurosamente indietreggiare Gran Bretagna e Stati Uniti d’America rispetto ai colossi industriali cinesi, indiani e via dicendo. E ciò per far lucrare alle banche interessi per mutui da concedere a imprese in difficoltà (per mancanza di competitività, dato l’alto costo del lavoro).

E’ difficile immaginare che uomini di tale tempra siano espressi, oggi, da una società che per due millenni si è mostrata sostanzialmente genuflessa dinnanzi al potere di Pontefici, Monarchi e Dittatori.

Chi aveva temuto il peggio per le sorti dell’Unione, dopo la vittoria elettorale del 4 marzo 2018 dei partiti sedicenti “antisistema” si sbagliava.

leader e gli uomini politici europei (anche di seconda linea) sono attualmente selezionati da consorterie di banchieri di New York e di Londra e sono catapultati negli Stati-membri dell’Unione Europea, sia tra le forze che, come essi sperano, possano essere di governo sia tra quelle che fanno un “finto viso delle armi” e lavorano, in buona sostanza, come “quinte colonne”.

Con campagne mediatiche di stampa e di televisione abilmente pilotate, con l’utilizzo spregiudicato e disinvolto di fake-news, con l’aiuto di piattaforme più o meno misteriose gli “infiltrati” riescono sempre a innescare “meccanismi” programmatici che rendono facile il gioco degli gnomi di New York e della City, veri domini della politica Europea, di contrastarli al lume del raziocinio.

Le speranze degli Italiani, dei Francesi, degli Spagnoli, dei Cechi e degli stessi Tedeschi meno asserviti al potere bancario sono, a parte i doppigiochisti, nelle mani di politici senza nerbo, pronti più a combattersi tra di loro che a impegnarsi per dei connazionali di cui hanno scarsissima stima, riconoscendo in essi la loro stessa inveterata abitudine al servaggio e alla piaggeria.

In conclusione, si può dire che come la RAI non è la BBC, così i movimenti anti-sistema italiani hanno poco in comune con i moti popolari che hanno dato vita ai nuovi, recentissimi establishment indipendenti della Casa Bianca di Washington e della Londra di Downing Street, numero 10. 

Il nostro è il Paese della Commedia dell’Arte con i suoi Arlecchino, Pulcinella, Balanzone non dei drammi shakespeariani con i suoi protagonisti, eroi a tutto tondo.

Occorre, purtroppo, farsene una ragione!

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