Pecunia non olet, i soldi non hanno odore al di là della loro provenienza. Un fatto ben noto in Italia in cui dal 1974 in poi c’è stato un continuo legiferare in materia di finanziamento dei partiti e della politica. La prima legge è la n.195 del 2 maggio 1974, nota come legge Piccoli dal nome del deputato della DC Flaminio Piccoli. Una norma che sull’onda di alcuni scandali dell’epoca, per tacitare l’opinione pubblica, intese garantire ai partiti ed ai gruppi parlamentari un sostentamento economico statale. Una scelta che, come le cronache giudiziarie hanno in seguito raccontato, non ha risolto il problema del finanziamento illecito, spesso legato a fenomeni di corruzione, da parte di soggetti privati. Come dimenticare, poi, il referendum del 1993 con cui trentuno milioni di elettori espressero il proprio SI all’abrogazione del finanziamento pubblico, sebbene venne garantito un approvvigionamento pubblico attraverso i rimborsi elettorali. Ultima in ordine cronologico è la legge n.13 del 21 febbraio 2014 (Riforma Letta) che a partire dal 2017 ha stabilito l’abolizione di qualsiasi finanziamento diretto dello Stato, compresi i rimborsi elettorali ai pariti e ai gruppi parlamentari. E’ noto, però, che la politica ha dei costi e che la vita dei partiti è caratterizzata da voci di spesa a fronte di entrate sempre meno generose. Ciò posto, in tempi di magra ed alla luce di un quadro normativo mutato chi finanzia la politica? I canali ufficiali non sono molti: iscrizioni, destinazione del due per mille dell’imposta sulle persone fisiche attraverso la dichiarazione dei redditi, donazioni fino a centomila euro annui e raccolta fondi attraverso iniziative di vario genere. Una situazione difficile per molte formazioni, in particolare per quelle minori alle prese con sforzi notevoli per continuare ad esistere.

Da segnalare, però, che l’attuale normativa ha omesso di regolamentare alcuni aspetti che come è facile intuire rappresentano un modo italico per aggirarla, senza però violarla. Negli ultimi anni ad avere un ruolo centrale sono associazioni e fondazioni, soggetti che sfuggono a qualsiasi controllo fiscale e che possono ricevere anche dall’estero e senza necessità di alcun rendiconto importi da destinare ai partiti di riferimento. Il vuoto normativo consente sia ai cittadini, che alle imprese di elargire risorse a loro favore, escamotage attraverso cui finanziare successivamente le attività di politici e partiti senza l’obbligo di comunicare né al Parlamento, né ad altri Enti l’origine del denaro.

La trasparenza e la tracciabilità dei contributi non piace alla maggior parte delle forze in campo in quanto farebbe risultare contiguità talvolta imbarazzanti con gruppi imprenditoriali impegnati in specifici settori economici, poi avvantaggiati da decisioni parlamentari e governative. La coperta è corta: se lo Stato non garantisce più forme di finanziamento, altri dovranno necessariamente sponsorizzare partiti e movimenti. Basterebbe regolamentare la cosiddetta azione di lobbyng per far emergere amicizie, vicinanze e per capire chi finanzia chi e in cambio di cosa. Un aspetto noto a chi conosce i meccanismi del fare politica a certi livelli e forse proprio per questo motivo non normativamente disciplinato.

L’interrogativo quindi resta: chi finanzia la politica?

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