Benjamin Disraeli, primo ministro conservatore e massimo esponente dell’imperialismo britannico, in un acceso dibattito parlamentare di metà ottocento, così apostrofò un oppositore :  “onorevole collega ella può vantarsi di aver commesso praticamente tutti i reati contemplati dal nostro codice penale, tranne quelli che richiedono coraggio”.  Molto efficace.  Winston Churchill, che non amava Attlee, laburista e suo successore, così sibilava :  “ giunse a Westminster un taxi vuoto e ne scese Clement Attlee”.   Elegante.  Da noi il vecchio Giolitti, desideroso di voti cattolici, a Zanardelli che gli rimproverava di non far mettere mai in votazione la sua legge sul divorzio, rispose con un piccolo passaggio in un corposo discorso :  “ ci sarebbe ancora la questione del divorzio, che mi  viene di nuovo sollecitata, ma questo in Italia interessa solo all’on Zanardelli e al Papa e tutti e due non hanno moglie”.  Ineffabile.  Sia Mussolini che D’annunzio furono deputati, ma non fu in parlamento che incrociarono i ferri, ma a Fiume, durante l’avventura legionaria. Mussolini che voleva strumentalizzare l’evento per i suoi fini si recò in visita a D’annunzio e volle imitare il suo linguaggio immaginifico, così, ricordando che era stato leggendario aviatore, lo  salutò con un “salve aereofante”. Il vate, polemico perché Mussolini si guardava bene dal partecipare personalmente alla rischiosa avventura, rispose, dato che il futuro duce era stato bersagliere,  “salve a te lestofante” . Mussolini, irritato per le risate dei presenti, ebbe la presenza di rispondere, indicandoli, “ed essi? Fur-fanti anch’essi”.  Non male.  Ancora nel secondo dopoguerra, qualche invettiva graffiante c’era sempre, come nel caso di una deputata governativa, chiamiamola “Puntini”, particolarmente prosperosa, che fu involontariamente chiamata in causa da De Gasperi, quando, nello scontro sul Patto Atlantico, ebbe a dire : “ quanto ai comunisti, sappiano che se cercheranno di sovvertire il risultato delle libere elezioni con la violenza, troveranno a sbarrare loro la strada i nostri petti”, provocando il motteggio di Pajetta : “scelgo quello dell’onorevole Puntini”. Sarcastico. Mentre Almirante, ad Oronzo Reale che aveva fatto una tirata antifascista, rispose : “ Oronzo quanto sei …(pausa ) strano” . Nazional popolare.  Ancora Churchill, ad una oppositrice che gli aveva detto che se fosse stata sua moglie gli avrebbe dato il caffè avvelenato, rispose : “ signora se io fossi suo marito lo berrei”. Esilarante.  Quando i parlamenti erano ancora veri centri di potere e di dibattito e i governi e i partiti dipendevano da quel che succedeva nelle aule, c’erano uomini di spessore che, anche nell’insulto, sapevano mettere ironia e fantasia e utilizzavano anche il fioretto, non solo la clava.  Ma oggi ? Buffone, pagliaccio, servo di questo, servo di quello, venduto, animale e poi coretti da scuola primaria  “onestà, onestà” a cui si risponde “serietà, serietà”.  Ma va là.  L’arte del grande insulto si è persa e vi sono ormai anche pochi a saperlo notare con ironia come Andreotti, che, dopo un infuocato scontro parlamentare in cui metà della camera gridava “ladri, ladri” e l’altra rispondeva con “assassini, assassini”, commentò : “Era bello a vedersi”. Molto levigato.  Intendiamoci, non tutto nei parlamenti colti e brillanti che furono era perfetto, anzi da noi, finita la fase marcata da uomini che avevano traversato gli eventi della guerra e della guerra civile, formatisi perciò nel dramma più che nella commedia ( e che infatti governarono abbastanza bene, riportando, almeno economicamente, l’Italia ai primi posti ) si produsse purtroppo negli anni un certo autocompiacimento delle forme, sterile e bizantino, menefreghista e un po’ cinico, in cui, invece della soluzione dei problemi si cercava il modo di evitarli, affascinati dal puro tecnicismo del potere, dai suoi riti e dai suoi linguaggi criptici e sapienziali. Tipico esponente di questo mondo fu Ciriaco de Mita, definito da Agnelli “un intellettuale della Magna Grecia”, ma il rappresentante massimo fu Aldo Moro, non a caso chiamato  “mi spezzo, ma non mi spiego”. La prima repubblica in Italia morì anche di questo, di un linguaggio fumoso che serviva solo a coprire i problemi e a tenere lontana la gente. Era inevitabile una reazione e vi fu, quando, venuto meno l’equilibrio obbligato della guerra fredda e della (necessaria) resistenza anticomunista, la gente, arcistufa della perenne esclusione, cominciò a cercare qualcuno di parola franca e mano ruvida, magari non esperto dei problemi, ma che desse l’impressione di voler almeno provare a risolverli.  Dei barbari insomma, magari rozzi e talvolta superficiali, ma ancora sani, non rovinati dai narghilè del potere e dalla convinzione che la linea più breve tra due punti fosse l’arabesco, barbari un po’ pratici imprenditori e un po’ sognanti.  La seconda repubblica sembrò (e fu) un miglioramento, ma il vecchio, soprattutto sotto forma delle antiche incrostazioni comuniste e giustizialiste, tese a perpetuare uno scontro ormai artificiale, riuscì a guastare anche il nuovo, fino a quando, con la controriforma (consociativa, malgrado le apparenze) che abolì il principale progresso e cioè la legge elettorale uninominale, non si tornò ad una simil prima repubblica, perfino peggiorata in senso partitocratico .  La rigenerazione, che resta comunque una necessità, sta così provando di nuovo a riaffacciarsi, sperando però che ai barbari non si sostituiscano gli scemi, perché non perderemmo più solo l’aplomb, ma anche benessere e Libertà.  Cossiga, cultore professionista del paradosso veritiero, si divertì anch’esso a citare Churchill, parlando però di noi : “Quando dissero a Churchill che c’erano dei cretini in Parlamento, lui rispose meno male, è la prova che siamo una democrazia rappresentativa”.  Ma avrebbe potuto ricordare anche De Gaulle, sia sui concittadini : “abolire  la stupidita ? Troppo vasto programma”, che sugli americani : “Potete star certi che gli americani faranno tutte le stupidaggini che vengono loro in mente, oltre ad alcune che sono oltre ogni immaginazione”.  In realtà non si possono pretendere parlamenti diversi dalle società che li esprimono e l’epoca della grande borghesia come classe di governo, con la sua cultura, la sua preparazione (e le sue ingiustizie) è finita, da noi e all’estero, e con essa è finito anche il suo spirito pungente e dissacratore. Segno dei tempi. Qualche rara eccezione c’è ancora, come quel deputato che definì Renzi  “l’unico esempio storico di bambino che mangi i comunisti”, però sono sempre più sporadiche e l’unico guizzo di questa legislatura è dovuto al deputato Giacomoni, che, vistosi chiamato Giacomini dal presidente Roberto Fico, reagì storpiando a sua volta il suo cognome al femminile, con una peraltro calma e spiritosa risposta del presidente, che disse  : “questa resterà negli annali”.  In effetti….

*Ripreso da Libero quotidiano del 20 Dicembre 2018

 

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