L’Italia ha subito una perdita ulteriore di sovranità (la più grave, perché ha riguardato il Parlamento, massima espressione della volontà popolare). E ciò,  a causa dell’eclatante risultato di una manovra di bilancio del nostro Stato, messa a punto a Bruxelles e consegnata alle Camere con la sostanziale formula del “prendere o lasciare”.

Sorprendentemente, essa è stata accolta con un favore, esplicitamente dichiarato, sia da Luigi Di Maio sia da Matteo Salvini; con grande stupore, ovviamente, dei simpatizzanti del secondo, dimostratosi certamente meno “sovranista” di quel che aveva voluto far credere.

Già la procedura delle trattative era stata insolita. Accadeva, infatti, che, mentre una metà delle teste pensanti del governo (il Presidente, Giuseppe Conte e il Ministro dell’Economia, Giovanni  Tria)  colloquiava a Bruxelles con Juncker e Moscovici, l’altra metà composta proprio dai due Vice-Premier “bofonchiava” a tutto spiano  e litigava ferocemente a Roma; con l’occhio costantemente rivolto non solo alla capitale belga ma ai sondaggi in Italia, che, astutamente, per tenere buono il leader della Lega lo davano, nonostante tutto ciò che accadeva, in crescita.

La vicenda, per il suo esito (non del tutto a sorpresa) merita un commento.

Quanto è avvenuto non meraviglia i cittadini italiani più avveduti per ciò che riguarda il comportamento del capo del Movimento Cinque Stelle.

I militanti di quel Partito, agganciato a una piattaforma che odora, anche per il mistero che la circonda, di consorteria segreta,  sono gauchiste (o più propriamente “comunistelli di sacrestia” o catto-comunisti in ritardo e di serie B);  in quanto tali sono felici della possibilità loro offerta di beneficiare di sussidi, che sono usualmente ben visti non solo dai “truffatori del pubblico erario” per vocazione congenita, ma anche e soprattutto dai vertici burocratici dall’Unione Europea.

Non a caso, la facoltà di elargirli è stata già consentita dai “severi” tecnocrati di Bruxelles a Matteo Renzi (nella misura di ottanta euro pro-capite) e sta per essere, presto, permessa anche a Emmanuele Macron (nella misura di cento euro, a cranio).

Certo, le cose non erano andate così lisce come il giovane “dioscuro” di Pomigliano d’Arco aveva immaginato. Il bonus da lui voluto era apparso un po’ esagerato a Juncker e Moscovici. Nella sostanza, però, la misura escogitata nella manovra  dai pentastellati, andava nella direzione (auspicata sia dai banchieri di Bruxelles sia dai finanzieri di New York e di Londra). Essa mirava a impoverire ulteriormente il Bel Paese perché sostanzialmente contraria a favorire ipotesi di crescita produttiva di beni materiali. E dimostrava che tra i sedicenti “sovranisti” italiani quelli che non lo erano veramente e che, quindi, potevano essere guardati con occhio più benevolo dai tecnocrati di Bruxelles erano i pietisti, i buonisti, i pauperisti (e i livorosi invidiosi sociali: si pensi alla battaglia sulle “pensioni d’oro”) dell’armata Brancaleone di Luigi Di Maio.

Per gli Italiani senza bende e senza paraocchi si chiariva parzialmente il fitto mistero che circondava la vera natura della piattaforma mediatica di Bologna, non a caso, denominata Rousseau.

Più difficile da capire è diventata la reazione gioiosa ed esultante  di Matteo Salvini, la cui linea politica era parsa tendente (essa sì)  alla crescita dei consumi e degli investimenti, attraverso l’introduzione della flat  tax (quella di Milton Friedman, sia pure in versione dual). Quella proposta politica esce totalmente sconfitta dalla manovra  non solo per la sostanza ma per il modo che pure offende!

In sostanza, il ragionamento dell’economista statunitense era stato reso chiaro dai mass-media; sia pure nell’intento di mostrarne la “cattiveria”.

Si diceva, spiegando al volo la misura: se è necessario dare una spinta massiccia ai consumi e favorire, nello stesso tempo, gli investimenti nella produzione di beni materiali, le tasse bisogna toglierle ai benestanti e non ai poveri. Solo così il di più che fuoriusce dalle tasche dei beneficiati può essere utilmente destinato a produrre di più.

Non a caso, quindi, gli gnomi della Finanza, intuito il pericolo che potevano correre i prestiti delle banche, hanno detto no a Salvini e si a Di Maio.

Per dirla con parole romanesche e trasteverine, una  ripresa produttiva veramente ”gagliarda” del Bel Paese (come di ogni altro Stato-membro dell’Unione) preoccuperebbe (per l’ipotizzabile contrazione dei mutui) i ricchi condomini dei palazzi della Finanza.

In un settore manifatturiero in crisi di competitività, il prestito di denaro è una risorsa irrinunciabile; mentre è noto che i sussidi non determinano crescita produttiva, ma solo peggioramento delle condizioni di dipendenza delle imprese del Paese dai maghi della Finanza.

Il leader della Lega, dal suo canto, non sembra essersi reso conto della “batosta” datagli da Bruxelles (o ha fatto finta di non accorgersene).

Sta di fatto che, per calcoli politici che solo il tempo dirà se fondati o sballati,  non ha voluto prendere posizione decisa contro i negoziatori della manovra. Ben sapendo che la vera ostilità del mondo delle banche statunitensi, inglesi ed europee è contro di lui e non di certo contro i “socialdemocratici striscianti” ancora presenti, in notevole quantità, nella realtà americana (democratici), inglese (laburisti) ed euro-continentale (gauchiste più o meno annacquati, cresciuti in vitro,  che vanno da Emmanuele Macron, a Matteo Renzi e a Luigi Di Maio, per non parlare di Roberto Fico) deve avere pensato che non era ancora giunto il momento di dare uno scrollone al potere finanziario, allo stato, vincente nella parte continentale dell’Europa.

Se fossero veri e sinceri, il giubilo e il gaudio di Matteo Salvini sarebbero del tutto incomprensibili. Accettare la più vistosa e grave di tutte le perdite di autonomia e d’indipendenza fin qui inflitte alla “serva Italia, di dolore ostello” potrebbe arrestare il suo cammino e dare spazio agli sconfitti del quattro marzo del duemiladiciotto. Con quali ulteriori, gravi ripercussioni per la “nave senza nocchiero in gran tempesta” è molto facile prevedere.

E’ più ipotizzabile un suo silenzio tattico. Ciò soprattutto se si considera che era stata propria la fama di “sovranista” del leader della Lega a fare crescere il consenso intorno a lui; anche a dispetto delle sue posizioni “passatiste” e retrograde da lui assunte in materia dei diritti civili e di libertà (aborto, unioni gay e via dicendo).

 

 

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