Matteo Salvini, leader indiscusso della Lega  e catalizzatore di molti consensi tra gli elettori di orientamento anti-gauchiste,deve amare i giubbotti in pelle o in tessuti impermeabili  con alamari e scritte sull’omero, se predilige e indossa con molta frequenza quelli delle Forze dell’Ordine.

L’abbigliamento, però, gioca a volte qualche brutto scherzo e, nel suo caso, sta contribuendo, in maniera ovviamente del tutto sub-liminale, a ridimensionare la sua immagine da leader politico in cui riporre le fiducia per la rinascita economica del Paese a Ministro di Polizia, cui rivolgersi per avere un porto d’armi.

Ora è noto che tra i personaggi dei “Miserabili” di Victor Hugo, l’ispettore Javert (si licet parva componere magnis), pur non essendo considerato un vero cattivo, ma una persona che persegue l’obiettivo della legalità a ogni costo, indipendentemente dall’indole dei trasgressori, non rappresenta  il maximum nella considerazione e nella simpatia dei lettori.

E’ vero che gli individui più squallidi descritti da Hugo sono i Thénardier, avidi e meschini truffatori, finti, infidi, perfidi e ladri per vocazione,  e che Salvini nel raffrontarsi con  i suoi avversari (e non solo) può contare sulla presenza nel Bel Paese di molti personaggi di tal fatta, ma è altrettanto incontestabile che gli Italiani di oggi si aspettano da un leader politico qualcosa di più della sicurezza fisica e della tutela dagli aggressori.

E la sostanziale sconfitta della sua linea economica a Bruxelles e l’approvazione di quella del livoroso e rancoroso Di Maio hanno messo il leader leghista in evidente difficoltà.

E soprattutto hanno rappresentato un altro passo indietro per la nostra già non brillante situazione economica e politica.

Il Paese come tutta la parte continentale dell’Europa langue, perché condannata dagli gnomi di Wall Streete della City e dai tecnocrati di Bruxelles a battere il passo rispetto a Cina, India, Indonesia, Giappone, Stati Uniti d’America di Donald Trump e Gran Bretagna di Theresa May che vanno a gonfie vele, duori dalla camicia di Nesso del capitalismo monetario imposto all’Unione Europea dalle centrali finanziarie Occidentali.

Secondo il diktat di Wall Street e della City,infatti, occorre mantenere in piedi, in posizione sempre più sbilenca, perché la società industriale dell’Euro-continente con aziende agricole o manifatturiere, bisognose sia di prestiti dalle Banche sia di nuovi schiavi forniti dall’immigrazione (questi ultimi come  aiuto per poter lucrare di più per effetto delle basse paghe e per restituire, con maggiore certezza,  le somme prese a mutuo con gli interessi) costituisce una stampella insostituibile per gli gnomi della Finanza.

In aggiunta a ciò, uno Stato-membro dell’Unione Europea deve tenere sempre da parte denaro dei contribuenti per ripianare gli eventuali deficit delle banche e per pagare le certe spese per l’accoglienza degli immigrati. E questo si realizza attraverso due misure: l’obbligo di pareggio di bilancio e il divieto di sforamenti.

Da un leader politico che volesse riscattare il Paese dalla posizione umiliante in cui è stato posto da una serie di assurdi trattati e di pessime negoziazioni,  effettuate, purtroppo, dai suoi stessi rappresentanti ufficiali, gli Italiani si aspettano un discorso di tal fatta.

“ Cari amici dell’Europa continentale, gli Italiani, eredi di quella Roma, che per prima aveva dimostrato la labilità dei confini tra Paesi delle stesso ceppo etnico (con minime variazioni) del Vecchio Continente sono i primi a essere convinti della bontà e della necessità di un’Unione Europea, portatrice di pace e di concordia tra i popoli; purchè sia, però, una vera e propria confederazione di Stati, retta da una classe politica democraticamente eletta da tutti i cittadini dell’Euro-continente, con pieni poteri nella scelta degli strumenti necessari per realizzare il maggior benessere economico dei propri abitanti, titolare di una Banca comune in grado di emettere moneta in caso di bisogno e di un Dicastero finanziario capace di individuare un sistema di tassazione utile a far crescere la produzione complessiva,  agricola, industriale e post-indusriale (id est: beni immateriali e servizi di alta tecnologia) e a porre la nostra comunità allo stesso livello dei maggiori Paesi produttori del mondo (Cina, India, Indonesia, Giappone, Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e via dicendo).

L’Italia non è più disposta a legarsi al carro del capitalismo finanziario delle centrali operative di New York e di Londra, dopo che  leader politici di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America sono stati capaci di raggiungere il riscatto degli “establishment” governativi dei loro Paesi dalle direttive costrittive di Wall Street e della City.  Quelle regole asfittiche ed esiziali per le rispettive economie sono state, alla fine, dopo decenni di succubismo, respinte al mittente. 

I due Paesi anglosassoni sono stati anche capaci di rivedere alcune regole del liberalismo tradizionale e di non temere le accuse di isolazionismo (come era già avvenuto, peraltro, in prossimità della seconda guerra mondiale quando tale accusa non aveva impedito loro di prepararsi a sconfiggere il nazi-fascismo di cui tanta parte di Europa si era infatuata).

Lo stesso potrebbe fare un governo politico, libero e indipendente, di un’Europa unita sì, ma non più asservita, attraverso i burocrati di Bruxelles, alle direttive di quei centri massonico-finanziari di cui gli stessi anglo-americani hanno ritenuto di doversi liberare, nell’interesse dei loro cittadini. Questi ultimi avevano avuto il coraggio di esprimersi chiaramente, peraltro,  in tale direzione con un voto definito “di pancia” dai mass-media di proprietà bancaria o bancario-dipendente, non diverso, nella sostanza, dalle votazioni italiane del 4 marzo 2018 e dalla rivolta parigina dei gilet gialli.”

Molti Italiani si erano illusi che un tale discorso si potesse avviare dopo le elezioni del 4 marzo 2018. La delusione, però, è intervenuta presto ed è stata convalidata dalla manovra recentemente approvata al Senato, in uno scenario da bolgia dantesca.

In realtà, la contrapposizione tra la posizione di Salvini e quella di Di Maio traspariva netta già dal cosiddetto accordo di governo.

Il primo tendeva, con l’introduzione della flat tax,a far ripartire l’economia nel presupposto, duro ma vero, che solo i benestanti se risparmiano somme nel pagare le tasse (e tra essi, i pensionati d’oro con i contributi regolarmente versati)  possono riversare il di più nei consumi e negli investimenti e incrementare conseguentemente la produzione complessiva di ricchezza.

Di Maio, invece, proponendo di distribuire sussidi e tagliare pensioni (definite d’oro solo a causa della sua ottica distorta di disoccupato cronico, prima del laticlavio governativo) contribuiva, oggettivamente, a impoverire ulteriormente il Paese, impedendogli di crescere.

Questa seconda opzione si poneva sulla linea   dei Paperoni della Finanza e dei tecnocrati di Bruxelles che hanno trovato nella socialdemocrazia mondiale, sconfitta dalla Storia, l’unico sostegno per la loro vampiresca azione politica.

Si può pensare che una vecchia volpe della politica come il leader della Lega non se ne ne sia accorto?

Possibile che Salvini non abbia temuto, ai fini del consenso, che a causa della sua sostanziale rinuncia alla flat tax in favore del bonus del M5S, la sua politica sarebbe stata penalizzata?

Lo hanno rassicurato, certamente, da un lato, i “provvidenziali” sondaggi pagati, come al solito, dai “padroni del vapore” che parlavano di un’ulteriore crescita della Lega,  nonostante una manovra radicalmente sbagliata, per il raggiungimento degli obiettivi da lui promessi e dall’altro la fiducia di “sfiancare” alla distanza i pentastellati, considerata la loro tendenza a sfruttare ogni occasione per fare brutta figura con proposte strampalate.

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