Riprendo il discorso virgiliano della cognitio rei per causas. Determinati eventi sono generati da cause tanto ignote o così molteplici, intrecciate e complesse che non sempre è agevole individuarle.

Soffermiamoci sul caso  della grave e prolungata crisi che ha investito  la produzione manifatturiera  dell’intero Occidente, ponendolo in condizione di non poter più competere con Cina, India e altri Paesi orientali;  crisi, da cui solo i paesi Anglosassoni  riusciranno, probabilmente, a uscire, dopo la Brexit e le misure adottate da Donald Trump, in materia di dazi doganali e chiusura delle frontiere.

Le cause del crollo possono essere tante. Le forze politiche egemonizzate dai cristiani (di varia denominazione), dai socialisti democratici e dalle organizzazioni sindacali, pur operando in modo giusto (nell’intento di perseguire un’equa giustizia sociale per portare nell’area del benessere, o quanto meno dell’autosufficienza, molte categorie di lavoratori che prima non riuscivano a sbarcare il lunario) hanno fatto, certamente, lievitare i costi della mano d’opera. Ciò ha creato difficoltà alla produttività delle imprese, rendendo i prezzi dei manufatti delle liberal democrazie più costosi e quindi non competitivi con quelli offerti sul mercato da Paesi dittatoriali, autoritari o emergenti.

Una corretta ed esauriente  cognitio rei per causas, però, non può fermarsi qui.

Occorre valutare, per esempio, se alcuni principi della cultura liberale tradizionale, relativi allo scambio delle merci e ai movimenti umani, siano responsabili, non meno degli altri fattori indicati, dell’attuale debàcle dell’industria manifatturiera. E ciò, a causa delle mutate condizioni dello status dei lavoratori nei Paesi  democratici e in quelli autoritari o dittatoriali.

In altre parole, occorre chiedersi se per salvare l’industria manifatturiera occidentale ed eliminare il suo gap, non si debba ritornare al sistema dei dazi doganali e bloccare la trasmigrazione di individui da luoghi diversi del Pianeta nei confini dell’Occidente.

Donald Trump, che usa, in maniera adeguata, il raziocinio ed è dotato di sufficiente coraggio politico per azioni incisive,  ha capito che una correzione di quei principi andava fatta prontamente. Su tale strada lo hanno seguito gli Inglesi, usciti dall’Unione Europea con la Brexit.

Naturalmente statunitensi e britannici sono stati aiutati, nella lucida individuazione dei correttivi, dal loro sano empirismo, impregnato di logica e di razionalità.

Un vero putiferio di critiche non s’è fatto attendere molto, da parte di gente poca adusa a usare la ragione e facile all’invettiva acefala; si è gridato al “finimondo”, alla violazione inaccettabile di  “fondamentali” diritti di libertà.

Su tali reazioni, apparentemente solo emotive e, invece, di certo non disinteressate, Trump non si è smosso di un solo millimetro. Occorre valutare il perché, bandendo i pregiudizi di ogni natura.

In Paesi privi di democrazia o con sistemi di governo abbastanza  discutibili sul piano delle libertà individuali, i lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni di semi-schiavitù o, comunque, con paghe vergognosamente basse, rispetto a quelle dei Paesi Occidentali.

Di tali condizioni inumane e sfacciatamente favorevoli al datore di lavoro, pubblico o privato che sia, e del surplus di marxiana memoria, hanno imparata ad approfittare anche operatori economici occidentali (con o senza pelo sullo stomaco). E ciò hanno fatto (e fanno) “delocalizzando” dagli Stati europei o nord-Americani i loro opifici in quelle zone, impoverendo i primi e arricchendo le seconde. In tal modo, infatti, privano  il proprio Paese d’origine di utili industrie manifatturiere (potenzialmente produttive di ricchezza) e, al tempo stesso, i loro connazionali lavoratori del sostegno economico essenziale per vivere.

Se con la reintroduzione dei dazi, l’attività produttiva diventa nuovamente competitiva con soddisfazione delle imprese e dei lavoratori, la domanda è:  dove sta il “misfatto”? E’ proprio deplorevole proteggere il proprio Paese e i suoi cittadini? Perché dovrebbe essere “vietato” indurre i “delocalizzatori”, con misure doganali adeguate, a rientrare nei patri confini, per dare ricchezza al proprio Paese e lavoro ai propri connazionali?

Si dice, allora, con l’intento di lanciare un terribile anatema, che il ripristino dei dazi, pur andando tutto a beneficio dei datori di lavoro e degli operai nazionali sarebbe, comunque, “protezionismo”, perché si tratta di un’attività di favore e di sostegno nei confronti delle imprese del proprio Paese, industriali e commerciali e che ciò costituirebbe un ingiusto “favoritismo”!

L’argomentazione è strampalata, illogica e stravagante sotto diversi profili.

Il termine “protezione” ha sempre una connotazione positiva se si parla di natura, di ambiente. Diventerebbe, non si sa perché,  “negativo” se la protezione riguardasse le persone e il frutto del loro lavoro. In altre parole, le liberal democrazie proteggendo le proprie industrie e gli operai che vi lavorano costituirebbero “il male”; gli Stati dittatoriali  o autoritari, utilizzando gli operai come semi-schiavi, rappresenterebbero l’emblema del “bene”.

C’è un filo logico in tale ragionamento? Ed è razionale pensare che i governanti di uno Stato liberal democratico non debbano proteggere i propri cittadini,  tutelando i loro interessi materiali? Di che cosa altro dovrebbero occuparsi? Al bene dell’anima di tutti gli esseri umani ci pensano a livello ecumenico le autorità religiose, Non è giusto tenere distinte le due sfere d’azione ed evitare confusioni tra il sacro e il profano?

Eppure i censori della “perfida Albione”e di Donald Trump (che, ai loro occhi, sembra riassumere tutti i difetti che s’imputano agli Statunitensi) non si fermano e, sempre più inviperiti, aggiungono, con accresciuto disprezzo che il protezionismo conduce all’isolazionismo.  Con ciò facendo il secondo “autogol”!

C’è, infatti, da chiedersi perché una politica estera di uno Stato caratterizzata dall’isolamento politico-militare nei confronti di altri Stati e dal rifiuto di stipulare particolari accordi politico-militari  e d’intervenire nelle contese internazionali è un esecrabile male? Forse perché sottrae introiti cospicui alla potentissima industria delle armi da guerra?

La politica estera nordamericana  (e quella inglese fino all’inizio del secolo XX) è sempre stata tendenzialmente isolazionista e, ciononostante, tutto il mondo parla la lingua inglese (come all’epoca della grande Roma, il latino) e riconosce e ammira la  leadership anglosassone in campo politico, scientifico e culturale.

Infischiarsene delle accuse (con frasi fatte e luoghi comuni di ciclopica stupidità) di protezionismo e di isolazionismo ha significato per i due Paesi Anglosassoni, raggiungere una nutrita serie di risultati positivi. Vale a dire:

a)sottrarsi all’egemonia del capitalismo meramente monetario delle centrali finanziarie Occidentali;

b)riprendere a tutto campo l’attività produttiva di beni (materiali oltre  che immateriali) e di servizi, compromessa dagli anni di soggezione a Wall Street e alla City degli establishment precedenti (Clinton, Obama, Blair, Cameron) che favorivano il perseguimento degli obiettivi di un capitalismo prevalentemente monetario;

c)sottrarsi al meccanismo perverso di dare sostegno a industrie zoppicanti, ripianando con soldi dei contribuenti gli eventuali deficit delle banche per incapienza dei mutuatari  e le spese certe conseguenti a cospicue presenze d’immigrati (pericolose oltrettutto per la sicurezza dei cittadini e per l’incremento del traffico di droghe);

d) rimettersi in corsa per il primato del p.i.l. liberandosi da ogni “complesso” nei confronti degli altri “giganti” dell’economia (Cina, India, Russia e così via).

e) venire incontro alle istanze espresse, con un voto definito dispregiativamente (dalla stampa che è quasi tutta dipendente dai banchieri) “di pancia”, dal popolo minuto, stanco sia di essere tartassato per portare sempre maggiori quantità di acqua al mulino degli istituti di credito  sia di mandare i propri figli come militari e “carne da macello” in parti sperdute del Pianeta per sostenere la grande industria delle Armi da guerra.

Se tutto ciò non vi sembra di poca rilevanza, vuol dire che la cognitio rei per causas virgiliana è oggi più che mai fondamentale per non prendere abbagli.

 

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1 COMMENTO

  1. Lucida e condivisibile analisi. Su di essa concordo pienamente perché ignora luoghi comuni e slogan interessati. Quanto sia corretta, si può misurare dalle smodate reazioni che la politica economica statunitense (Trump) sta collezionando. Sono curioso di osservare chi la spunterà. Lo vedremo fra due anni.

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