Tutti sanno che il Bangladesh è un “paese povero”. Alla fine del 1971, dopo una terribile guerra di liberazione, il Pakistan orientale (Bangladesh attuale) era potuto diventare indipendente dal Pakistan occidentale (attuale Pakistan) e trasformarsi, con l’aiuto dell’India, in una Repubblica parlamentare laica, indipendente e democratica. A durissimo prezzo però. La repressione esercitata dall’esercito pachistano, aiutato da gruppi di guerriglieri locali, aveva sfiorato il genocidio. Centinaia di migliaia di civili (ufficiosamente milioni), studenti, appartenenti all’intelligentsia e uomini del movimento indipendentista furono massacrati. Almeno 200.000 donne furono violenatate, dando poi alla luce migliaia di “figli della guerra” e 7 milioni di persone dovettero fuggire per non morire.

Il 16 dicembre 1971, l’esercito indiano schiacciò le forze pachistane obbligandole alla resa, il numero dei prigionieri di guerra fu superiore a quello della seconda guerra mondiale. Tutta questa efferatezza lasciò il paese esangue. E come se non bastasse, da luglio a settembre del 1974, il 70% delle terre del Bangladesh fu sommerso per una serie di violentissime inondazioni. Tutto questo succedeva 40 anni fa. Da allora le cose, ci dicono da Dakha, sono cambiate. Considerare il Bangladesh povero è diventato inesatto. Secondo il FMI, il “Paese del Bengala” è posto al 44° posto nella graduatoria delle più importanti economie mondiali. I giovani di 25 anni rappresentano oggi il 60% della popolazione, ossia 94 milioni di persone e il governo non ce la fa a stargli dietro,  ma loro, cercando fortuna “altrove”, contribuiscono indirettamente allo sviluppo del paese grazie alla valuta che riportano a casa. Sebbene sia rimasto essenzialmente agricolo, i suoi giacimenti di gaz naturale ne fanno un partner molto interessante per giganti che, come Chevron, già “collaborano” con la Petrobangla. E’ un paese dotato di buone infrastrutture, porti, aeroporti, ferrovie, ponti e di un esercito molto numeroso (fornisce un importante numero di uomini ai caschi blu delle NU).

Possiamo ancora chiamarlo un paese indifeso? Nato da una sanguinaria spartizione dell’India nel 1947, popolato per il 98% da bengalesi di cui il 90% musulmani sunniti, è stato a lungo corrotto, mal gestito, dominato dalle caste dei ricchi possidenti, senza riguardo per le sue minoranze. Afflitto da numerosi colpi di stato, da cicloni e inondazioni, e da una smisurata crescita della popolazione, non si può negare che dei progressi siano stati fatti, nonostante sia una democrazia laica indipendente che ha solo 40 anni. Il suo Primo Ministro è una donna.  Hazina Wazed è figlia di uno dei fondatori del movimento indipendentista del paese, la cui famiglia è stata massacrata durante un colpo di stato e molto stimata dalla comunità internazionale per il suo sforzo nella promozione dei diritti dell’uomo e delle donne. Il 19° Presidente della Repubblica, Zillur Rahman è uno dei promotori della guerra d’indipendenza. La sua biografia riempirebbe un libro. Questo per dire che a capo del Bangladesh, ottavo paese del Mondo per popolazione, ci sono persone democratiche, moderate e altamente preparate.

Ma qualcosa non quadra. Senza trascurare i fattori geografici ( il Bangladesh è essenzialmente un grande delta, solo l’8% della sua superficie è collinosa) e climatici (ha i tassi di umidità più alti al mondo), il problema è soprattutto culturale e religioso. Il Bangladesh, pur essendo una democrazia laica, rimane un paese con una lunga tradizione islamica sunnita (l’islam è arrivato nel XII secolo con i mercanti arabi e rafforzato dall’impero sunnita Mogol nel XV). Al dilà degli estremisti che vorrebbero trasformare il diritto in “fatwa”, il Bangladesh vive un dramma che non ha piacere rendere pubblico, in virtù proprio della sua faticosa applicazione della democrazia. Da un decennio vengono violati i diritti umani di 700.000 nativi.

Fin dalla sua fondazione, il Bangladesh ha perseguitato e messo in fuga le popolazioni indigene che vivevano da 400 anni sugli altipiani del Chittagong, con l’intento di accaparrarsi i loro fertili territori, le ricche foreste e per insediarvi oltre 400000 coloni musulmani. Centinaia di migliaia di indigeni hanno perso la loro base vitale e sono diventati profughi. Si sono avuti veri e propri scontri armati fino al 1997, quando un accordo di pace ha fissato l’autodeterminazione e l’autonomia per gli indigeni. Ma da 10 anni questi accordi vengono ciclicamente violati. I coloni, coperti dall’esercito regolare, incendia ormai quotidianamente le case degli indigeni. I soldati non solo non intervengono ma partecipano ai disordini, usando le armi.

La disperazione ha spinto i gruppi di resistenza alla lotta armata, altri vivono nella giungla, all’addiaccio, nella speranza di non venire uccisi da qualche colpo partito “per sbaglio”. Il governo non ha aperto nessuna inchiesta ufficiale nonostante l’indignazione internazionale, la condanna delle NU e dell’UE e L’UNDP (United Nations Develppement Programme) non può più lavorare nell’area, ormai blindata dai soldati. Economia, sviluppo, risorse energetiche, infrastrutture, democrazia, laicità da una parte, arresti arbitrari, torture, esecuzioni, violenza contro le donne dall’altra. Sicuramente la verità sta nel mezzo, ma un paese che sta facendo tanto non può essere messo nel dimenticatoio né definito semplicisticamente come il paese “degli omini dei carrelli” che popolano i piazzali dei supermercati.

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