Il grande modello di ogni uomo politico che sogna (o afferma di sognare) di cambiare le cose per fini salvifici è sempre la “rivoluzione”, attuata, magari, almeno programmaticamente, senza violenza.

Si immagina, cioè, che  un nuovo gruppo dirigente possa contrapporsi a quello dominante, giudicandosi intollerabile e ingiusta l’organizzazione politica della società e dichiarandosi di voler costituire una nuova legalità e una diversa organizzazione socio economica.

Non sempre, però, ciò che si realizza corrisponde alle aspettative degli aspiranti “rivoluzionari” e soprattutto dei cittadini su cui ricadono gli effetti relativi.

Spesso tutto si riduce, in luogo di un così radicale sommovimento, soltanto a una rivolta, momentanea (di solito, solo popolare) sommariamente organizzata (con molta frequenza, dai ceti più bassi della popolazione), e gestita, quasi sempre,  da leader improvvisati che si dimostrano incapaci di governare, scatenando malcontenti contro l’ondata di violenza da essi stessi scatenata.

In Europa, le rivoluzioni che si ricordano sono quella inglese (detta anche “gloriosa” o “seconda”) del 1688-89 e quella francese di cento anni dopo.

Entrambe ebbero conseguenze imponenti: la prima, fu l’inizio di una nuova monarchia di tipo costituzionale con Guglielmo III al posto di Giacomo II(deposto), con la Dichiarazione del Bill of Rights  e con l’inizio dell’attività parlamentare come limite al potere regio; la seconda determinò la fine dell’ancien regime e del privilegio dei nobili, l’instaurazione della Repubblica Francese e via dicendo.

Gli effetti, sconvolgenti, di quei sommovimenti sono  stati, comunque, positivi per i cittadini di entrambe quelle Nazioni.

Dell’Italia non si ricordano “rivoluzioni” nazionali ma “rivolte” locali: il tumulto dei Ciompi, capeggiato da Michele Di Lando, a Firenze; le sommosse di Masaniello a Napoli;  di Ciceruacchio e di Cola di Rienzo a Roma; tutte finite miseramente con l’esito, sul piano oggettivo, doppiamente negativo sia per i ribelli a causa della  sconfitta patita sia per i cittadini per effetto della vittoria e della rivincita irata  degli oppressori di prima.

Con l’avvento, in Occidente, delle liberal democrazie qualcosa è mutato: la parola “rivoluzione” è stata archiviata. Essa richiamava troppo alla memoria gli orrori sanguinari e violenti dell’Albione seicentesca (con i molti irlandesi cattolici che furono uccisi) e della Gallia del secolo successivo (con le sue ghigliottine e con i processi del Terrore e altro).

Per gli scontenti delle situazioni attuali, la “parola d’ordine” è diventata “cambiamento”: e di esso, infatti,  gli Italiani, negli ultimi anni, hanno sentito parlare, con enfasi, sia da Pierluigi Bersani sia da Matteo Renzi sia, infine, da Luigi Di Maio.

Ovviamente, “rivoluzione” o “cambiamento” che sia, per gli Italiani la “solfa” è sempre rimasta la stessa; ed è quella che Tomasi di Lampedusa ha bene espresso nel  suo bel romanzo Il gattopardo: “”cambiare tutto perché nulla cambi!” La musica, per le italiche orecchie, non cambia mai, come dimostrano fatti recenti.

Detto in soldoni:

a) mentre in Inghilterra, il “cambiamento” prodotto dalla rivolta che ha portato alla Brexit è stato reale e darà, secondo molti osservatori politici, i suoi frutti positivi quando l’economia britannica, sottrattasi (con l’uscita dall’Unione Europea) alla logica del capitalismo meramente finanziario, imposto ai burocrati di Bruxelles dagli “gnomi della Finanza occidentale”,  annidati nella stessa City londinese e a Wall Street, riprenderà il suo cammino nel mondo tra le grandi Nazioni onniproduttive (id est: di beni immateriali, di manufatti materiali e di servizi) come la Cina, l’India, il Giappone e gli Stati Uniti d’Amrerica (a tacer d’altri):

b) il cosiddetto italico  “cambiamento” giallo-verde si è “avvitato” su stesso, per il gattopardesco atteggiamento dei grillini che si sono mossi  (con molta verosimiglianza, nella logica della “piattaforma” euro-continentale). Essi hanno promosso misure popolari  (e “socialdemocratiche”da Paesi scandinavi) con l’effetto programmato di mantenere l’industria eurocontinentale in uno stato permanente di decozione, propizio alla richiesta di prestiti alle Banche da parte di imprenditori in difficoltà e utile alle fortune del gran capitale finanziario).

Il guaio del Bel Paese è che, a differenza di molti altri Stati-membri dell’Unione Europea, non sembra avere prospettive per il futuro, data la qualità della sua intera classe politica e considerata la mansuetudine, a volta furbesca e spesso interessata, del suo “popol morto” (come lo definiva Carducci).

Come all’epoca dei Ciompi, dei Masaniello, dei Ciceruacchi e dei Cola Di Rienzo la caduta dei “rivoltosi” incompetenti e confusionari significava ritorno dei precedenti oppressori e malversatori, così oggi la debàcle in atto dei giovani “senza arte nè parte” che, si sono imposti al governo del Paese, per disperazione dei cittadini stanchi delle malefatte del decennio nero, (tacendo, per carità di patria, dei decenni precedenti), minaccia di rimetterci nello stesso, catastrofico “status quo ante”.

La verità è che i “contradaioli”o i “ghe pensi mi” delle precedenti gestioni governative erano figli della stessa “incultura” che caratterizza, forse dalla caduta di Roma antica, tutti i protagonisti della vita politica italiana.

La responsabilità, infatti, è del livello di acculturazione degli abitanti della penisola italiana, successivi a tale crollo.  Essi, infatti, sono stati attratti, ormai da due millenni, nell’orbita culturale di un popolo da essi molto differente per origini e abitudini di vita.

Gli Italiani, privati, a causa della nuova “incultura” così assimilata, della capacità logica di cogliere i veri nessi tra gli eventi e di fare quindi previsioni razionali sulla propria vita “terrena” si sono sentiti “costretti” a vivere di fantasia, di sogni, d’immaginazione, di ricordi. In altre parole,  hanno potuto riversare soltanto nel campo della creazione artistica le loro immense risorse di pensiero.

Ne è venuto fuori il Paese più bello del mondo ma peggio diretto e amministrato di ogni altro; preda facile di tutti gli assolutismi più irrazionali, religiosi e filosofici, mai comparsi sulla faccia della Terra.

In tali condizioni di illibertà vera e sostanziale del suo pensiero, agli abitanti dello Stivale non resta che scegliere di volta in volta, nell’offerta politica,  il male minore(come, del resto, hanno sempre fatto nel corso della loro Storia).

 

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