Con la supponenza di vecchi maestri di democrazia, i nostri connazionali e gli abitanti di terraferma del vecchio Continente, in generale, confinano sempre le cosiddette “Repubbliche delle Banane” nel Continente nero, nell’America centro-meridionale e in altri luoghi lontani e distanti da quello che ritengono il centro del Pianeta, il cosiddetto “ombelico” del mondo, l’Europa.

Con altrettanta altezzosità, i docenti delle Accademie Euro-continentali, figli di una cultura che ha disconosciuto le sue origini-greco romane facendosi adottare dalla favolistica mediorientale,  insegnano ai popoli, ritenuti meno progrediti, quale debbano essere i connotati salienti di una comunità civile ed evoluta e discettano di “vera democrazia”, illustrando  i suoi riti elettivi, l’iter dettagliato delle leggi nonché le regole di quella che ritengono una buona amministrazione e una  corretta giustizia.

Per quanto riguarda il Bel Paese, quegli illustri luminari,  insegnano che il Parlamento italiano, espressione del popolo sovrano, approva una legge, dopo averla discussa, (ed aggiungono spesso: approfonditamente) in Commissioni ad hoc e in aula; che il Presidente della Repubblica, Capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale, la promulga, se non ritiene di doverla rimandare alle Camere; e ciò, dopo averne esaminati, con esito positivo, gli aspetti più delicati di natura costituzionale; che a livello locale, il Sindaco garantisce l’applicazione di ogni provvedimento nazionale nella sua città o nel suo più circoscritto comune, per tutelare gli interessi dei cittadini. Parlano anche di organi di giustizia, enumerandone, senza particolare accento critico, la moltitudine.

Non dicono, quei maestri del pensiero giuridico, che mentre in Paesi ben ordinati e civili, tale sequenza è sempre applicata a puntino e non dà luogo a problemi e a conflitti tra le istituzioni, non sono rari i casi in cui le cose, in Stati come quello italiano, vanno ben diversamente.

Fanno finta di non vedere, tacciono o nascondono che, di recente (dal “decennio nero” in poi), lo “scenario” che caratterizza l’Italia è diventato il seguente:

Il Parlamento, quello ancora eletto dal popolo (ma c’è già chi propone di abolirlo) anche se solo tra candidati prescelti dei capi-partito,  approva una legge senza discussione e dibattito adeguato nelle sedi deputate, soggiacendo sostanzialmente ai diktat dei leader della maggioranza di governo (che nei casi, dove i riflessi economici sono più evidenti devono ottenere, a loro volta, il prioritario, anche se riservato o segreto, placet dei commissari e dei burocrati dell’Unione Europea) e proponendo ripetutamente la questione di fiducia su maxi-emendamenti “chilometrici” illeggibili e comunque verosimilmente non letti (o persino non compresi chiaramente) dai cosiddetti o sedicenti rappresentanti del popolo;  il Capo dello Stato firma il provvedimento, anche se, su aspetti diversi dalla costituzionalità, le osservazioni giuridiche dei suoi uffici e la sua personale opinione (contenute in note di accompagnamento riservate e del tutto “anomale”) sono state sostanzialmente disattese dal Parlamento (per la malcelata dipendenza delle Camere legislative, a dispetto della conclamata “centralità”, dai capi partito al vertice del Governo del Paese), pur non investito ufficialmente, ratione materiae, di un formale invito (messaggio) a riesaminare il testo; i Sindaci delle città e dei Comuni  interpretano il loro ruolo di tutela degli interessi della comunità, prescindendo, talvolta, dalle valutazioni che di essi hanno fatto, in tempi successivi,  il Parlamento e il Presidente della Repubblica e rifiutandosi, in alcuni casi divenuti eclatanti, di dare applicazione a una legge dello Stato. Ciò che, eventualmente, decidono in tali materie incandescenti giudici di plurima e variegata competenza è nelle mani di Dio, per un fedele monoteista,  sulle ginocchia di Giove, per un pagano, o dipendente dal Caso, per un laico non credente.

Se si approfondisce il discorso, la situazione italiana si palesa ancora peggiore di quella descritta.

La legge elettorale, varata da un Parlamento, ritenuto costituzionalmente illegittimo dalla Consulta, presenta aspetti analoghi antidemocratici circa la scelta dei votanti che naturalmente appagano gli attuali eletti, ma lasciano l’amaro in bocca agli elettori consapevoli di essere stati privati di ogni diritto di vera scelta dei propri rappresentanti (“nominati”, in sostanza  dai capi-partito e da questi, verosimilmente, selezionati non in funzione della loro competenza ma della provata fedeltà al movimento che li indica).

In più: il quadro “costituzionale” e “istituzionale” in tanti anni di permanenza in carica del Parlamento dichiarato illegittimo dalla “Consulta” è stato, di certo, se non sul piano  formale, “alterato”,  su quello sostanziale, da elezioni e nomine di dubbia coerenza con i principi di una sana vita democratica, tempestivamente corretta nei suoi funzionamenti meno che ortodossi.

Di tal che c’è chi osserva che il cosiddetto “prestigio delle Istituzioni” non sia più lo stesso degli anni passati.

L’impasse che, in altri tempi, avrebbe potuto costituire il prius per una  “rivoluzione”costituzionale profonda, anche se non necessariamente violenta (Charles De Gaulle e la Quinta Repubblica francese  docent) ma con tanto di Assemblea Costituente e fior di giuristi chiamati al capezzale del moribondo Bel Paese, oggi appare senza via riuscita. Nessuno che sia stato investito del potere di gestione della res publica pensa di non avere un intoccabile diritto di continuare a fare il bello e il cattivo tempo in un Paese da sempre aduso ad accettare tutto.

Quando un leader politico della maggioranza di governo, Matteo Salvini, parla di riforma costituzionale in direzione di una Repubblica semi-presidenziale (alla francese), la mente e il cuore degli Italiani si aprono alla speranza. Non perché il modello che ha portato Sarkozi, Hollande e Macron a gestire il destino dei nostri “cugini d’oltrealpi” sia visto come una manna che potrebbe cadere sul suolo italico per liberarci da talune presenze politiche inquietanti, ma perché comporterebbe la necessità di cambiare il sistema di voto e di applicare in Italia il maggioritario uninominale (e di uscire, quindi, dall’attuale gabbia del voto ai nominati dai capi-partito).

Su tale proposta, però, è subito calato il silenzio e con esso le speranze di uscire dal cul de sac in cui gli Italiani sono stati cacciati dai protagonisti del “decennio nero” e degli anni ad esso successivi.

La situazione è drammatica. Già a livello europeo, il potere oligarchico dei finanzieri, che controlla saldamente l’Unione Europea, attraverso i tecnocrati di Bruxelles, ha privato non solo gli Stati-membri  ma anche le loro popolazioni di ogni sovranità e possibilità di determinare il loro destino.

La rivolta parigina (e di altre cittadinanze francesi) dei gilet gialli (che si convocano per le loro attività distruttive, soprattutto incendiarie, solo per i week-end) la dice lunga sulla sostanziale afonia, nell’era della sovrapposizione dei suoni, della vera e diffusa vox populi.

Sullo Stivale, lo stesso effetto si è verificato in misura esponenziale: il motto dantesco della “nave senza nocchiero in gran tempesta” è diventato più valido che mai, perché il nostro servaggio (“ahi serva Italia!”) al potere finanziario impersonato dai burocrati euro-continentali e la nostra confusione costituzionale e istituzionale sono figlie di un disvalore aggiunto tipicamente italiano: la zuffa permanente, quasi “esclusiva” tra fanatici di ideologie, religiose e politiche, ugualmente assolutistiche e prevaricanti, pur se rivestite da una melliflua, furbesca, falsa e ipocrita volontà di dialogo.

In un Paese in cui la stragrande maggioranza dei cittadini si ritiene detentrice di certezze dogmatiche, nessuno riesce a convincere gli altri a rinunciare alla propria verità.

E’ noto che purtroppo le discussioni possono avvenire solo tra cultori del dubbio e della tolleranza: due entità del tutto sconosciute al Bel Paese.

 

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