Ho espresso con molta frequenza la mia idea circa le ragioni che determinano la crisi produttiva dell’Europa continentale (e più precisamente dei Paesi raggruppati nell’Unione Europea) e i motivi che impediscono una soluzione razionale dei problemi per la ripresa.
Le ragioni e le cause della crisi: il sistema di governo liberal democratico, con le conquiste dei diritti dei lavoratori, agricoli e industriali, dirette a garantire salari soddisfacenti e benefici del welfare, congiunto con la regola del libero scambio delle merci (id est: senza dazi doganali) ha reso i prezzi dei manufatti europei non più competitivi con quelli prodotti in Cina, India, Indonesia e altri Paesi in regime autoritario (o solo emergenti) con basso costo di mano d’opera.
I motivi della mancata rimozione delle cause: Gran Bretagna e Stati Uniti d’America hanno intuito i motivi che portavano allo stallo produttivo e provocavano la delocalizzazione di molti, propri stabilimenti industriali (nei paesi stranieri dove le condizioni di lavoro erano più favorevoli) e hanno indirizzato la loro politica economica verso prospettive adeguate a neutralizzarli. Il “costo politico” dell’operazione è stato la rottura con il mondo finanziario occidentale, orientato a utilizzare, redditivamente, soprattutto l’aspetto monetario del capitalismo (prestiti). I Paesi Euro-continentali, gestiti da una classe burocratica e non politica, costituita da vecchi e nuovi tecnocrati (banchieri e bancari) non ha seguito l’esempio dei due Paesi Anglosassoni. Nella parte continentale Europea gli istituti di credito continuano a trovare molto profitto sia nel concedere mutui agli imprenditori in crisi di produttività sia nel favorire (guadagnandoci sopra, attraverso l’utilizzo di strutture collaterali) un cospicuo traffico umano che molti osservatori politici hanno denominato “schiavismo del terzo millennio”. Lavoratori a bassa paga sono prelevati nel cuore dell’Africa da un racket occulto e molto potente; sono trasportati in Europa per il tramite di organizzazioni cosiddette non governative, di cui non è difficile immaginare la fonte del sostentamento; tutto ciò avviene, in contatto costante con “scafisti” nordafricani e “caporali” italiani.
Del complesso sistema di malaffare così delineato vi sono “artefici” e “servi sciocchi” di pari pericolosità.
Tra i secondi, di recente, vanno eccellendo quelli che invocano il fatalismo come giustificazione idonea a fare accettare qualunque disgrazia (avviene così perché non può accadere diversamente).
Per dimostrare la balordaggine di un tale atteggiamento, rassegnato e vile, una premessa storico-filosofica è, comunque, necessaria.
Nel pensiero greco, sia filosofico (Anassimandro, Eraclito, Empedocle e soprattutto Epicuro) sia epico (Omero) sia drammaturgico (Sofocle, più di ogni altro), il Fato ha una connotazione negativa e denuncia, in chi vi crede, pusillanimità e scarsa intelligenza speculativa.
E’ considerato, in altre parole, del tutto irrazionale credere, per semplice atto di fede e in mancanza di ogni prova concreta, che un ordine cosmico presieda la vita degli esseri umani sul Pianeta; ragion per cui, sarebbe necessario accettare sempre il corso degli accadimenti senza tentare mai di modificare lo status quo.
Tutto ciò che accade agli individui (dicono e scrivono i fatalisti) avviene esattamente come deve avvenire secondo l’arbitrio di una forza imperscrutabile e inesorabile. Ciò deve condurre (aggiungono) a una rassegnazione passiva, all’accettazione dell’idea dell’inutilità di qualsiasi sforzo per modificare il corso degli eventi nella vita degli uomini.
Anche i maestri del pensiero latino (con l’eccezione di Marco Manilio, che peraltro, con la sua unicità, conferma la regola) non credono che nel Cosmo vi sia un Demiurgo che ne regoli i movimenti in maniera costantemente vigile e impedisca, permanentemente, deviazioni non predeterminate.
Il mondo greco-romano conosce, invece, fuori del contesto umano, il determinismo che è concezione filosofica ben diversa, secondo cui la concatenazione meccanica di cause che provocano eventi è retta rigorosamente da regole ferree che possono essere previste con matematica certezza, con l’uso della pura logica, in un determinato punto della serie causale.
Siamo, in altre parole, nel campo della massima razionalità per il susseguirsi di eventi della fisica: non in quello dell’irrazionalismo fatalistico e metafisico per accadimenti umani.
L’idea secondo cui sia impossibile (e destinata al fallimento) ogni modificazione del mondo tentata dagli esseri umani sulla Terra è sposata sia dalla fede religiosa cattolica sia dall’irrazionalismo filosofico idealistico, prima platonico e poi tedesco (per summa injuria, definito “razionalismo”dai suoi fautori).
Il Demiurgo diventa, così, Divina Provvidenza per i cristiani (ma il fatalismo era già presente nella tradizione biblica) e s’impone nell’opera hegeliana e post (Nietzsche definisce l’amor fati una caratteristica del “superuomo”).
I fautori della presenza nel mondo di popoli eletti (sostenuta dagli ebrei e dalla destra politica hegeliana) e i seguaci fedeli di un cattolicesimo e della sinistra dello stesso pensiero idealistico (l’uno e l’altra improntati a finalità egualitarie) sono ambedue accecati dall’irrazionalismo fatalistico.
La cecità impedisce loro di rendersi conto che predicando l’immodificabilità permanente del corso degli accadimenti umani sulla Terra condannano i loro stessi conati politici a un’inevitabile conclusione negativa: la sconfitta diventa l’unico sbocco possibile degli sforzi da essi compiuti.
Di recente, la furbizia italica (che è cosa ben diversa e distinta dall’intelligenza), sta utlizzando il fatalismo (nella sua versione complessa catto-comunista) per finalità di dubbia lucidità logica e, comunque, di bassa lega, etica e politica.
Le tesi sostenuta, con la protervia tipica di chi ritiene di essere in possesso della verità, è che si dovrebbe ritenere palesemente inutile parlare di blocco delle frontiere, di sbarramento di varchi ai confini e di chiusure di porti, di costruzione di muri (in qualsivoglia materiale) o di “siepi” di filo spinato, al fine di arginare lo sconvolgimento degli assetti sociali faticosamente raggiunti nel corso dei secoli dalle varie comunità.
Con espressioni da spot pubblicitario, si sostiene che come i cancelli non sono sufficienti a fermare l’acqua che straripa così le barriere non riuscirebbero a modificare il flusso migratorio permanente di popolazioni diseredate verso l’Occidente.
A parte la troppo facile e scontata suggestione immaginifica, il sofisma dei “fatalisti” cade per la sua mancanza di addentellati razionali.
La stessa furbizia dell’invenzione diventa oggettivamente sospetta di fronte alle prove sempre più schiaccianti che stanno emergendo, a livello internazionale, su un ignobile traffico umano, con una serie di indotti lucrosi (costruzione e realizzazione di scafi, di gommoni, di navi di medio cabotaggio, di giubbotti di salvataggio, di luoghi ed edifici dell’accoglienza e via dicendo).
La domanda finale: è mai possibile che vi siano individui così ingenui da credere veramente che il fenomeno sconvolgente delle migrazioni caotiche, promosso da interessati poteri finanziari, non possa essere arrestato per motivi definiti “fatalistici”?
Così non è stato nell’America di Donald Trump e nell’Inghilterra di Teresa May. E i gilet gialli in Francia e uomini politici risoluti e non codardi in altri Stati-membri dell’Unione stanno dimostrando che il fatalismo (interessato o soltanto stupido) dei catto-comunisti è, ovunque, in via di progressivo disfacimento.

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