Sovranità: “Potere originario ed indipendente da ogni altro potere”.

Nel suo inconfondibile realismo e con la sua estrema capacità di sintesi, Henry A. Kissinger ha definito l’essenza della sovranità come «il diritto di prendere decisioni non subordinate ad un’altra autorità».

La sovranità, è un diritto attribuito fin dalla loro fondazione nel ‘300 – ‘400, agli Stati Nazionali ed agli Imperi, contemporaneamente alla nascita del “soggetto sovrano” ovvero non subordinato ad altra autorità nel prendere decisioni, si è posto – praticamente fin da subito – il problema di individuare la fonte di legittimazione di un tale potere.

Queste fonti di legittimazione del potere sovrano, sono state diverse e mutevoli nelle varie epoche e società che si sono succedute, Dio per il monarca assoluto, ed in quanto “absolutus” cioè “sciolto” da ogni vincolo di responsabilità per le sue azioni se non (appunto) di fronte a Dio, i cittadini nelle monarchie costituzionali, intendendo per cittadini inizialmente una ristretta fascia di popolazione selezionata per censo ed istruzione, gradualmente poi estesasi fino a coincidere nelle democrazie parlamentari moderne, con la totalità del popolo facente parte della nazione, senza differenze di genere e con l’unico requisito della maggiore età.

Questa è anche la definizione di sovranità che ritroviamo nell’articolo 1° comma II° della Costituzione della nostra Repubblica che recita:

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

In ogni caso il limite al potere (Sovrano) dello Stato deve intendersi soprattutto di natura etica – partendo dal presupposto che lo Stato essendo costituito e composto da singoli individui – non può avere diritti diversi dai suoi componenti – e che pertanto – deve essere al loro servizio, per tutelarne la vita, la libertà e la proprietà .

L’identità territoriale “l’aggancio emotivo” – tra una persona ed il territorio in cui vive, è un fenomeno naturale, ogni essere umano definisce una “propria area di possesso” ed istintivamente la difende – questo fenomeno della “territorialità” è bio-antropologico ed è insito nella natura umana.

Se quindi il concetto di sovranità ha avuto fin dall’inizio, una dimensione territoriale legata alla comunità su cui si andava esercitando, nella sua evoluzione storica ha dovuto sempre più porsi il problema del suo riconoscimento o ancora meglio del consenso, tutto ciò si è acuito ancora di più nel secolo scorso, secolo dei totalitarismi e di due guerre mondiali, ma anche a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 secolo delle “masse” e dopo il crollo del comunismo, secolo dell’apparente trionfo delle democrazie liberali e rappresentative.

«L’autorità dello stato quale soggetto sovrano, ha quindi origine dal consenso dei singoli cittadini che lo compongono»

Significa quindi, che esso (lo Stato) è l’agente – a servizio – dei cittadini ed esso stesso non ha alcun diritto – tranne quelli che gli sono stati delegati dai cittadini stessi.

Il principio fondamentale è che il giusto scopo dello Stato è “rendere possibile per gli uomini l’esistenza e la co-esistenza sociale, proteggendo i benefici e combattendo i danni che gli stessi possono causare gli uni agli altri”.

I fenomeni naturali che possono coinvolgere globalmente i singoli individui “di un certo territorio” sono innumerevoli, quelli sportivi ad esempio, lasciano chiaramente intendere quanto i singoli individui – che nel loro insieme diventano massa – partecipino congiuntamente ad un simbolo di “identità” e di “orgoglio” comune (nazionale).

Quindi codificare il simbolismo nazionale non è un fatto artificiale, la popolazione che compone un “singolo Stato” sente un forte sentimento di coesione (nazionale) quale elemento naturale di convivenza e coesione sociale.

Uno Stato sovrano è quindi, per definizione ed almeno in teoria, all’interno del proprio territorio indipendente.

Può peraltro, decidere di cedere parte della propria sovranità, economica, militare, giuridica, a istituzioni sovrannazionali, così come previsto anche dall’articolo 11 della nostra Costituzione:

«L’Italia … omissis … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.»

Sembrerebbe però che oramai siamo entrati in una fase storica in cui le democrazie (occidentali) liberali e rappresentative degli Stati (sovrani) nazionali, sembrano assumere sempre più le caratteristiche di quelle che Colin John Crouch, sociologo e politologo britannico, ha descritto e teorizzato come “post-democrazie” (dal neologismo inglese post-democracy).

Colin John Crouch, ha teorizzato che le democrazie tradizionali avanzate – pur rimanendo di fatto formalmente delle democrazie – si avviino inesorabilmente verso un’inedita forma di oligarchia, derivante dalla frantumazione degli interessi collettivi della società, dalla debolezza dei partiti, ovvero le democrazie si evolvono verso un sistema politico che, pur essendo regolato da istituzioni e norme democratiche, viene effettivamente governato e pilotato da grandi lobby (ad es. società multinazionali o transnazionali).

In questo sistema di “post-democrazia” acquistano un ruolo decisivo e dominate le burocrazie, i tecnocrati, gli organi intergovernativi, i mass-media, con il progressivo ed inesorabile svuotamento dell’applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica, così come le occasioni di partecipazione attiva per i cittadini vengono progressivamente ridotte a favore di altre forme decisionali.

La post-democrazia è definita infatti da Colin John Crouch, come “la fase discendente della parabola democratica”:

                «Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi.

                La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve.

                A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.»

Tutto ciò sia all’interno degli “Stati sovrani” nazionali, che ancor di più in istituzioni sovrannazionali come l’Unione Europea, i cui meccanismi di funzionamento e le cui decisioni appaiono sempre più spesso, agli occhi dei cittadini, “oscure” e di conseguenza carenti di legittimazione e pertanto di Sovranità.

Il fenomeno del “populismo-sovranismo”, ad oggi così esteso anche nella società italiana, deriva in gran parte dalla “voglia” di riappropriazione da parte del “popolo sovrano” da una parte e dello “Stato nazionale” dall’altra, delle “quote di potere” (ovvero di Sovranità) che ha ceduto, o che è convinto di aver ceduto,  alla “casta”, piuttosto che a “Roma ladrona” o in ambito sovranazionale alla “tirannia di Bruxelles”.

Tale dilagante fenomeno è pertanto in larga parte dovuto ad un enorme deficit di democrazia, con i rischi che già Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) aveva già a suo tempo intuito, così come si può ben comprendere da questo suo scritto:

«Uno dei problemi di tecnica politica che si presentano oggi, ma che le democrazie non riescono a trovare il modo di risolvere, è appunto questo: di creare organismi intermedi tra le grandi masse, inorganizzabili professionalmente (o difficilmente organizzabili), i sindacati professionali, i partiti e le assemblee legislative. I consigli comunali e provinciali hanno avuto nel passato una funzione approssimativamente vicina a questa, ma attualmente essi hanno perduto d’importanza. Gli Stati moderni tendono al massimo di accentramento, mentre si sviluppano, per reazione, le tendenze federative e localistiche, sì che lo Stato oscilla tra il dispotismo centrale e la completa disgregazione»

L’atto fondamentale per il ribaltamento di questo processo è però la formazione di nuove identità che sappiano reindirizzare il malcontento sulle vere cause di problemi, la presa di coscienza della loro condizione di estraneità nel sistema politico, l’avanzamento di richieste rumorose e articolate per entrare a farne parte sgretolando il mondo spettacolarizzato e pieno di slogan delle politiche della post-democrazia.

E in questo noi tutti possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, se non vogliamo che i sacrifici di tutti quegli uomini che hanno lottato per vedere riconosciuti i loro (e nostri) diritti in una società democratica, siano stati vani.

 

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