Sensazionalismo giudiziario, giustizialismo mediatico, manette facili: aspetti che si sposano poco e male con quello che i giuristi definiscono Stato di diritto. A questi elementi che gettano un’ombra sul Belpaese se ne aggiungono altri: irragionevole durata dei processi, errori giudiziari, carcerazione preventiva, pessime condizioni carcerarie. La somma fornisce un totale che regala un quadro preoccupante che caratterizza in negativo il pianeta giustizia. A richiamare e condannare l’Italia anche la Corte di Giustizia Europea che da anni sottolinea i mali cronici di un settore così delicato per cittadini e imprese. Il gran parlare degli ultimi trent’anni ha prodotto poco, molto poco. A pesare, però, più di ogni altra cosa è quanto talvolta emerge dai comportamenti di alcuni esponenti delle istituzioni, purtroppo non da oggi.

Atteggiamenti forcaioli che hanno trovato la massima espressione a partire da Tangentopoli, fenomeno che ha assunto contorni romanzeschi e che ha fatto esplodere un cortocircuito deflagrante tra i diversi comparti dello Stato. E’ a partire dall’inizio degli anni Novanta che il delicato equilibrio tra i poteri è saltato e con esso anche il necessario garantismo che dovrebbe sottendere la vita sociale e politica dei Paesi a democrazia liberale.

Torna alla mente un’affermazione di Leonardo Sciascia: “Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario, in innocentisti e colpevolisti, in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli”. E’ in casi del genere che il processo mediatico assume un ruolo dominante nell’immaginario collettivo nonostante il fatto che il dibattimento debba seguire regole precise all’interno delle aule dei tribunali e non dei salotti televisivi. Sono ancora vivi i ricordi legati agli interrogatori ai potenti della Prima Repubblica compiuti dal famoso pool Mani pulite e trasmessi in TV. Uno spaccato di storia recente su cui molti hanno iniziato a riflettere, ma durante il quale il livello di indignazione raggiunse l’apice alimentato da un sentimento di frustrazione collettiva per le malefatte di corrotti e corruttori. Da qui l’esaltazione delle catture e degli arresti, delle condanne e della pubblica gogna. Esprimere a priori un giudizio basato su elementi emotivi, supportati da un colorito clamore mediatico causa il radicarsi di un pericoloso giustizialismo: la presunzione di innocenza si trasforma così in presunzione di colpevolezza sovvertendo completamente i principi su cui gli Stati contemporanei si fondano, talvolta avallando teoremi montati ad arte utili a solleticare l’impulsività dei cittadini-telespettatori.

Cappi, manette, lancio di monetine, sputi e insulti hanno fatto e fanno parte di questo show preoccupante che tende ciclicamente a ripresentarsi.

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