Nell’ambito del polo Eurocontinentale, l’Italiaper alcuni aspetti,rappresenta un caso a sé.

E ciò non tanto perché la crisi produttiva dell’Europa continentale ha investito il Bel Paese con una virulenza ancora maggiore che altrove, quanto per il fatto che il suo sistema ordinamentale, per la dipendenza dell’amministrazione, compresa quella della giustizia, dal potere politico si è dimostrato peggiore di ogni pur pessimistica previsione. E ciò a dispetto della “giaculatoria” della migliore Costituzione del mondo, “luogo comune” dimostratosi particolarmente dannoso.

In realtà, l’assolutismo dogmatico di cattolici e comunisti, profuso a piene mani nella nostra Carta fondamentale e “condannato” dai suoi critici più tenaci (non molti, comunque) è responsabile del risultato soltanto in limitata misura. Come in tutta l’Europa continentale, peraltro, sono stati i veri principi liberali a essere da sempre latitanti nel Bel Paese. Un liberalismo che ha avuto tra i suoi maestri seguaci convinti dell’idealismo tedesco non poteva dare frutti diversi. E, difatti, non li ha dati.

Tra le cosiddette “liberal-democrazie” del vecchio Continente, l’Italia detiene, oggi, diversi primati, ovviamente, negativi.

In primo luogo, le sue leggi elettorali non consentono ai cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento: devono votare quelli imposti dai capi-partiti, che in Paese intimamente corrotto nei suoi meccanismi selettivi, come l’Italia, non rappresentano di certo il meglio  che può offrire la collettività.

In secondo luogo, al di sopra dei poteri dello Stato, in qualche modo responsabili delle loro azioni, almeno sotto il profilo della perdita di consenso elettorale, v’è un super potere gestito da cittadini vincitori di un concorso pubblico per l’ingresso in magistratura che non risponde di niente a nessuno e che ha una bondiana “licenza di uccidere” (in senso metaforico, ovviamente) ogni altra (e alta) carica della Repubblica.

Un Paese così sembra fatto apposta per fare ingigantire nei secoli la fama del suo sommo poeta Dante Alighieri che, per primo ne scorse e denunciò  quei difetti che la stessa parte politica in cui egli militava alimentava, più che in conflitto, in convergenza di obiettivi, forse anche inconsapevole,  con il partito avverso.

I mali dell’Italia sono di così antica origine da apparire incurabili. Quelli economici sono soltanto la conseguenza della mancanza di capaci nocchieri sulla nave e della spiccata attitudine dell’equipaggio al servaggio.

I suoi governanti sono stati i primi in Europa a percepire la tendenza alla delocalizzazione degli opifici, provocata dall’inadeguatezza del vecchio liberalismo a garantire una vera concorrenza tra prodotti di Paesi in differenti regimi di libertà dei lavoratori, e la ripresa del traffico schiavistico di persone di colore, da parte di organizzazioni senza scrupoli “finte umanitarie”.

I primi stabilimenti manifatturieri creati in paesi stranieri con mano d’opera a basso costo sono stati quelli del “made in Italy”.

I primi sbarchi organizzati in combutta da “scafisti e caporali” sono avvenuti sulle coste siciliane, e nessun abitante sul territorio dello Stivale, si è ricordato di un articolo della nostra Costituzione che impone a ogni cittadino di difendere i confini della Patria.

I nostri governanti non hanno avuto il coraggio, pur dopo la Brexit e la coraggiosa politica di Donald Trump,  di chiedere all’Unione di abiurare alcuni vecchi principi del liberalismo d’antan,circa la libertà degli scambi delle merci e l’incontrollata trasmigrazione delle masse né di respingere le conseguenze negative del crescente traffico umano diretto verso la penisola.

Nessun Ministro del Bel Paese si è avveduto che occorreva neutralizzare tali effetti, perché facevano solo il gioco del potere finanziario insediato a New York e a Londra (per giunta contrastato, da ultimo, dagli stessi governanti angloamericani, May eTrump).

Nessun Esecutivo ha voluto mettere in conto di pagare il “costo politico” di un’azione coraggiosa volta a riconsiderare e rivedere i termini della nostra partecipazione all’Unione Europea, la cui linea d’azione pur sembrava tener conto che degli interessi , ovvi e risaputi, dei Paperoni della Finanza) di quelli della Germania e della Francia (e forse della Svezia).

Sifatti, i lavoratori a bassa paga, fatti venire dai Paesi del sottosviluppo, erano  utili a quei Paesi per sovvenire ai bisogni dell’industria meccanica pesante, mentre nel Bel Paese ingrossavano solo il numero dei raccoglitori di patate, dei manovali dell’edilizia o di fabbriche in difficoltà e soprattutto divenivano disoccupati cronici, derelitti clochard in giacigli di cartone e aumentavano le già cospicue sacche di miseria interna.

Si è temuto che ciò avrebbe significato  la rottura sia con i tecnocrati di Bruxelles sia con le Banche che controllano tutto il sistema informativo nazionale e occidentale.

Non si è voluto capire che Wall StreetCity erano dell’avviso di utilizzare, redditivamente, soprattutto l’aspetto monetario del capitalismo (prestiti) e che non avevano alcuna remora a impedire la crescita derivante dalla produzione di beni materiali e immateriali.

Anche i movimenti italiani che di recente hanno avvertito, sia pure indistintamente, la necessità di una “protesta” non hanno saputo (o potuto) ispirarsi alle intuizioni di un pensiero libero, lucido e privo di pregiudizi ideologici (pensiero, in Italia, soltanto di qualche rara avis).

Movimento Cinque Stelle e Lega hanno, inconsciamente, riversato nella loro nuova azione politica, concreta, le concezioni a lungo (e, magari, in buona fede) condivise, nell’ambito di un “credo” politico.

Non è un caso, quindi, che, pur senza mai confessarlo esplicitamente, il Movimento delle Cinque Stelle non riesce a nascondere le sue simpatie per i post-comunisti (indicati con il termine generico di “Sinistra”) e la Lega per gli ex fascisti e gli amici di una Destra, sedicente liberale ma sostanzialmente autoritaria e padronale.

E’ difficile che senza un pensiero profondamente e sentitamente a-ideologico gli uomini politici italiani possano comprendere le radici vere e profonde della protesta dei veri liberali, che sulla scia di quelli anglosassoni, giudicano negativamente le aberrazioni degli individui, insediatisi, sotto il manto protettivo dei tycoon finanziari e mediatici, negli establishment, inglese e statunitense, precedenti alla Brexit e all’elezione di Trump.

In un contesto socio-politico, come il nostro, incapace da secoli di rivoluzioni vere, di ribellioni (che non possano ritenersi localistiche e circoscritte, se non addirittura da “operetta” per le loro modalità di esecuzione), di scismi e di eresie religiose di una certa consistenza, nessun “ribelle” riesce a mantenere per lungo tempo i piedi nelle staffe di una “rivolta”, pur “sacrosanta”.

I misfatti contro il liberalismo multi-produttivo, compiuti dai Paperoni di Wall Street e della City, sembrano destinati a perdurare.

Il “teatrino” della protesta, messo in piedi sul territorio dello Stivale ha prodotto certamente un ribaltone politico, ma il preteso “cambiamento” diretto a rimediare agli sfasci dei governi precedenti, è riuscito soltanto a mettere “a nudo” l’incapacità, soprattutto dei rappresentanti dei due movimenti premiati dagli elettori (con un considerevole aumento dei consensi rispetto alle votazioni passate), a muoversi in modo coerente con le promesse fatte in campagna elettorale.

Troppe sono state le strizzate d’occhio del Movimento Cinque Stelle e (in numero minore) della Lega  a forze che a destra e a sinistra avevano realizzato il peggio del cosiddetto “decennio nero”, sottraendo diritti politici di capitale importanza ai cittadini; troppi gli arretramenti rispetto a capisaldi della loro politica “anti-sistema”. Palesi sono parsi, infine, gli annacquamenti delle posizioni che avevano alimentato le speranze di radicale rinnovamento negli elettori.

Il timore di non guadagnare consensi politici in elezioni sempre imminenti ha suggerito “accomodamenti” incongrui e contrastanti con le promesse fatte.

Un tale scenario rischia di produrre forme di “protesta” contro i leader della “protesta”.

Anche Italiani fuori della mischia hanno cominciato  a mostrare stanchezza per decisioni segrete di “piattaforme” ispirate a pur nobili ma anacronistici personaggi della Storia mondiale, per  conciliaboli non dissimili dalle riunioni “leopoldine” o “arcoriane” del “decennio nero”, per richiami a “fedeltà” associative che non si basano su opinioni politiche simili ma a interessi di cordata, provocati da una legge elettorale pasticciata e antidemocratica.

C’è chi vorrebbe tornare a votare per manifestare in maniera più forte la propria volontà di cambiare le cose, ma quando si chiede chi possa evitare il perpetuarsi ancora per lungo tempo dei “minuetti”, con giravolte repentine e ammiccamenti in più direzioni, nelle sale dorate del Quirinale, di palazzo Giustiniani e di altri illustri luoghi della vita nazionale, non sa darsi una risposta.

Le alternative che si offrono agli Italiani sono l’una peggiore delle altre e non lasciano spazio a scelte diverse.

Non appare risolutivo il ritorno al voto con la stessa legge elettorale che costringe a unioni partitiche “innaturali” e costrittive tra movimenti di ben nascosta, ma non per ciò meno certa, incompatibilità politica; nè soddisfacente chiedere a vecchi “parrucconi”, accademici o “istituzionali” di provvedere all’emergenza. E ciò, nell’attesa dell’approvazione da parte del Parlamento di una diversa legge elettorale.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here