Il Tribunale dei Ministri ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro dell’Interno Salvini, con una serie di accuse, per il caso Diciotti, che vanno dall’abuso di ufficio, all’arresto illegale, fino al sequestro di persona. Con tale richiesta, i giudici interpellano l’Alta Camera per avere conferma che il fatto non si qualifichi come la tutela di “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo” che sarebbe, giurisdizionalmente, insindacabile, ed essere autorizzati, invece,  a procedere penalmente contro Salvini.

È evidente che il divieto di sbarco di migranti raccolti fuori dalle nostre aree di competenza e una, più rigida, osservanza delle norme per l’immigrazione, si inquadrano, coerentemente, nel perimetro del  programma politico dello schieramento del Ministro inquisito (oltre che di altri partiti, esterni alla maggioranza di Governo) per la lotta al traffico umano e per la riduzione dei flussi. Programma che prevede restrizioni all’immigrazione clandestina, discriminazione tra rifugiati e semplici migranti economici e confronto con i partner europei per i mancati ricollocamenti. Questi indirizzi riflettono una valutazione di natura squisitamente politica, sviluppata in risposta al grave allarme sociale causato dagli incontrollati flussi migratori verso la frontiera meridionale dell’Europa e aggravato dall’indisponibilità degli altri stati dell’Unione, alla condivisione dei suoi oneri. Infatti, i nostri partner europei, da un lato, si oppongono alla ridistribuzione dei migranti che si riversano sulle coste della Penisola e, dall’altro, lamentano la “permeabilità” delle nostre frontiere settentrionali, quando questi tentano di ricongiungersi alle comunità presenti in Francia, Germania o altri stati membri. Una valutazione, quindi, di “prioritario interesse pubblico” che legittima gli atti, invece contestati, dall’offensiva giudiziaria catanese. Analogamente, non può non essere un “interesse costituzionalmente rilevante”, la tutela dell’ordine interno, la difesa dei confini comunitari e la giusta pretesa che tutti i contraenti degli accordi internazionali rispettino, in egual misura, i rispettivi doveri, in tema di soccorso e concessione di protezione ai rifugiati.

Non è elaborando spericolate interpretazioni estensive della norma penale, o dei principi enunciati nei trattati internazionali, che il Giudice può arrogarsi il diritto di sindacare l’autonomia dell’esecutivo. È grottesca la rappresentazione del preteso sequestro di persona, con ispezione del magistrato, in corso di reato, alle presunte vittime.

Un capitolo a parte andrebbe aperto sulle distorsioni che la riforma dei reati ministeriali ha prodotto, sottraendo, a Parlamento e Corte Costituzionale, la giurisdizione sui reati commessi nell’esercizio delle funzioni.

Appare evidente che l’azione proposta dal tribunale etneo entra in diretta collisione con le scelte dell’esecutivo in materia di immigrazione, radicando il sospetto che essa sia lo strumento formale per censurare e reindirizzare l’esecutivo sul piano delle sue politiche, attraverso lo strumento giudiziario. Proprio quello che la Costituzione, ben chiaramente, proibisce.

Non casualmente, la posizione della magistratura catanese, è il riflesso della polarizzazione del dibattito politico in materia di immigrazione. Dibattito al quale, il Giudice, per rispetto degli obblighi di neutralità e separazione dei ruoli, dovrebbe astenersi dal partecipare o dal prendere posizione.

Il procedimento incardinato dai giudici etnei che sta assumendo, sempre più, i contorni di un plebiscito tra chi vorrebbe porre rimedio al disordine migratorio e chi si oppone a tali misure, fa emergere la, ancora più inquietante, ombra dell’indebita invasione del campo di chi ha la responsabilità esclusiva di applicare le leggi e far rispettare l’ordine. Una deriva che ci avvicina, pericolosamente, ad un modello di democrazia giudiziaria dove nessun potere può sovrastare gli altri. Tranne uno…

 

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