I Romani  insegnavano che ignorare una legge non giustifica la sua violazione.

E si deve presumere che la massima valesse anche, com’è il caso di alcuni nostri uomini politici, caratterizzati da un’ignoranza tout court, non semplicemente limitata alla legge e dipendente, per giunta  da scarse capacità intellettive d’apprendimento, come tali non rimuovibili.

Intendiamoci: l’analfabetismo sostanziale, anche totale, può anche essere considerato un elemento positivo dalla massa dei votanti e di tale facoltà man mano che passano gli anni le moltitudini sembrano di voler fare un uso sempre maggiore e più esteso.

Sta di fatto, però, che se un cospicuo numero di “analfabeti” sostanziali arrivano in Parlamento, ciò non comporta che le norme, soprattutto costituzionali, possano essere ignorate e violate.  L’ignorantia legis non excusat neppure gli ignoranti totali e più radicali.

Naturalmente, molti politici odierni ritengono che non sia così e si comportano in conseguenza.

Di recente, un Ministro della Repubblica, che è anche vice-premier, è stato rinviato a giudizio da un organo giudiziario che ha richiesto al Senato l’autorizzazione a procedere.

Ora, l’articolo  9 della legge costituzionale 16.1.1989 n.1 (che prevede la relativa procedura) sancisce che il Ministro non può essere processato se ha agito “per il perseguimento di un preminente interesse pubblico”.

Nel caso specifico, il suo omologo vice premier, capo dell’altra forza politica della coalizione di governo ha precisato che tutto il potere esecutivo, sull’azione intrapresa, era d’accordo, con il Ministro rinviato a giudizio.

In altre parole: tutti i Ministri avevano ritenuto le iniziative del collega come rispondenti a un preminente interesse pubblico.

Una prima domanda (che non riguarda, però, il tema del nostro discorso iniziale) è questa: perché il solo Ministro dell’Interno è stato rinviato a giudizio e non tutti i Ministri dell’intero governo, correi ex art.110 del codice penale, primo fra tutti l’altro vice premier che ha dichiarato ufficialmente di essere sempre stato d’accordo sull’iniziativa incriminata dai giudici?

Una seconda domanda ci riporta, invece, al tema dell’ignoranza degli uomini politici: se è vero che una parte consistente della maggioranza di governo è intenzionata a votare per la concessione dell’autorizzazione,  negando l’esistenza di un  preminente interesse pubblico nell’azione del Ministro, ciò non significherebbe manifestare sfiducia nell’intero Esecutivo? E ciò proprio da parte di una cospicua forza di sostegno. E non sarebbe, quindi, inevitabile e conseguente la crisi di governo?

La risposta sembra essere affermativa e gli Italiani sarebbero autorizzati a pensare che quei parlamentari eletti da una forza-movimento, anarchica e scapigliata (non sempre simpaticamente) avrebbero maturato il loro convincimento dopo una lettura della norma sottoposta al loro esame per la soluzione del caso concreto.

In altre parole, hanno opinato che per perseguire“un preminente interesse pubblico”avrebbero dovuto mandare a casa gli attuali governanti da essi fin qui sostenuti.

 

 

 

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