L’odierna animata discussione sull’autorizzazione a procedere, che il Senato dovrebbe concedere o negare al Tribunale dei Ministri nei confronti del Sen. Salvini, si sta sviluppando con la solita tendenza italiana all’astrazione, cercando di sottrarre il confronto, come sarebbe doveroso, esclusivamente ai principi. Nel mondo odierno permane l’anacronistica contrapposizione tra la visione del primato religioso dello Stato (come dimostra la persistenza della Sharjah islamica), e quella laica dei Paesi che invece hanno scelto la strada della modernità.

Legate ad  ideologie del passato remoto, continuano a cercare di  farsi strada inclinazioni fideistiche, di chi aspira alla realizzazione dello Stato etico, con la necessità, in ultima istanza, di un ordine di supremi tutori. Anticamente tale ruolo era riservato ai più elevati sacerdoti del culto, oggi, i nostalgici tendono ad affidarli ai presunti interpreti del vero e del giusto, quindi all’ordine giudiziario. A tale visione, che nel secolo scorso ha dimostrato tutta la sua pericolosità, fino ad arrivare alla drammatica aberrazione della presunta difesa della purezza della razza, con la conseguente legittimazione del genocidio, si contrappone la concezione illuminista dello Stato laico, il  cui obiettivo non è il presunto bene supremo, ma la difesa di valori intrinsecamente legati alla statualità stessa, intesa come libertà, benessere dei cittadini, intangibilità della sovranità popolare. Nelle democrazie moderne le decisioni di ultima istanza vengono affidate alla politica, come legittima rappresentanza del popolo ed interprete, nelle sue diverse articolazioni istituzionali, dell’interesse nazionale.

Pensare di avviare un’azione giudiziaria sulla base della presunta violazione di norme sfuggenti, perché non previste dal diritto positivo, quindi prive della necessaria caratteristica di generalità ed astrattezza, ma che invece rinvierebbero ad una sorta di valutazione etica del bene superiore, significa tentare di stravolgere il principio laico di una democrazia liberale. Il  fondamento  della nostra comunità, consacrato nella Carta Costituzionale, invece rimanda con forza al primato del potere politico, unico di derivazione popolare, cui compete di definire i confini dell’interesse nazionale.

Per fare l’esempio più  evidente: la nostra Carta fondamentale ripudia la guerra come strumento per la soluzione dei conflitti, ma lo Stato ha un esercito e le istituzioni rappresentative di Governo del Paese, legittimamente, esercitano il potere di difendere i confini nazionali ove fossero minacciati,  ed altresì possono  fare ricorso all’uso delle forze armate, anche in un contesto mondiale di difesa di valori condivisi della civiltà.

Non compete certo all’ Ordine giudiziario, anzi sarebbe anomalo,  assumere decisioni sul campo della difesa, della scelta delle alleanze internazionali e dei conseguenti obblighi politici e militari, che sono, appunto, in tutte le democrazie liberali, articolazioni dei poteri costituzionali, quali luoghi di  sintesi suprema ed unica delle decisioni relative alla sovranità.

Come sempre tali scelte, che riguardano esclusivamente decisioni di carattere strategico e politico, sono sottratte a qualsiasi interferenza o giudizio di organismi cui non siano demandati espressamente, dentro l’organizzazione costituzionale dello Stato ed in conformità ad apposite leggi, preordinate al  compimento di atti di natura squisitamente politica. Nel nostro sistema ordinamentale, tali organi sono il Governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica.

Ogni altra considerazione, appare vana e fuorviante e finisce col tentare di stravolgere il fondamento della nostra struttura statuale, ispirata al modello delle democrazie liberali occidentali. Al Senato quindi non rimane che respingere la infondata richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini, sottolineando lo scoperto tentativo del Tribunale dei Ministri, persino in contrasto con la decisione di archiviare della Procura, di porre in essere un grave sviamento di potere verso un terreno che non è di propria competenza, come emerge dalla carenza di  norme positive che lo legittimino. Tali determinazioni rientrano esclusivamente nell’ambito del potere politico, cui è demandata, in ogni Stato laico, la suprema, finale, inappellabile responsabilità di decisione sulla portata ed i confini dell’interesse nazionale.

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