In economia, con termine di neoliberismo, si indica un orientamento di politica economica inteso come la riproposizione o la riaffermazione del “vecchio” liberismo, ovvero di un sistema economico favorevole ad un mercato privo di regolamentazione, di autorità e soprattutto di intervento pubblico.

Un mercato regolamentato esclusivamente delle “sole” forze di mercato (domanda e offerta), senza alcun intervento statale di regolazione del sistema economico, ovvero economia di mercato pura. Dal punto di vista filosofico, il termine neoliberismo, sarebbe almeno parzialmente associabile alle teorie libertarie, sennonché i termini “liberista” e “neoliberista” sono oramai da molti utilizzati con una connotazione negativa e dispregiativa.

Ambo i termini esistono solo in lingua italiana, il primo di essi (liberista) fu coniato dal filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore, Benedetto Croce (Pescasseroli, 1866 – Napoli, 1952) a metà del XX secolo, mentre il secondo (neoliberista) è entrato in uso solo nell’ultimo decennio dello stesso secolo. Il termine liberismo è stato assimilato sin dalle origini, alle conseguenze economiche del pensiero politico liberale.

L’essenza economica del liberalismo fu enunciata nel modo più esplicito dall’economista austriaco Eugen von Böhm-Bawerk (Brno1851 – Vienna 1914):

Un mercato è un sistema giuridico, in assenza del quale, l’unica economia possibile è la rapina di strada“.  

Il termine neoliberismo contraddistingue, ed oggi più che mai, nella discussione di politici e mass-media, quanto c’è di negativo – o meglio si ritiene ci sia di negativo – nell’economia di mercato e nel capitalismo.

Il termine è ormai assunto a descrivere i fenomeni, le azioni ed i comportamenti più esecrabili dei “padroni” interessati unicamente o principalmente al proprio utile, pronti a spremere i lavoratori, limitarne i diritti ed interessati unicamente ad assumere posizioni dominanti rispetto alla concorrenza anche con pratiche definite “predatorie”, dediti unicamente al bieco “interesse”, oramai inarrestabili nella loro conquista di potere, attività, braccia e cervelli.

Non entrando nella valutazione qualitativa, quella che ricorre a categorie e termini, come utile o inutile e buono o cattivo, cercheremo invece di valutare l’esistenza (o meno) in Italia, e la consistenza di quel fenomeno.

I numeri (a dire il vero non di facile reperimento), nella loro semplicità (e verità), ci aiuteranno a descrivere e comprendere tutto ciò.

Fatto 100 il PIL nazionale – 1.716 miliardi di euro nel 2017 (fonte ISTAT) – proviamo a quantificare quanto del PIL italiano, è “prodotto” dallo Stato, e rileviamo che il 49,7% del PIL nazionale – 852 miliardi di euro, (fonte ISTAT e MEF) – è direttamente da ascrivere ad attività derivanti da entità e soggetti dello Stato italiano.

Questa componente del PIL – ascrivibile direttamente alle attività dello Stato – è generalmente (e quasi sempre), prodotta al di fuori dalle logiche di libero mercato, e quindi è PIL fornito in situazioni di monopolio, sia questo naturale o stabilito per legge.

Le attività gestite dalle amministrazioni comunali (pertanto sempre riconducibili ad attività pubbliche), aggiungono altri 86,00 miliardi di euro al PIL nazione (fonte, ISTAT).

Se aggiungiamo a queste, i servizi forniti dagli enti e dalle aziende possedute dagli enti territoriali locali, come le aziende che si occupano di trasporto locale, della raccolta e gestione dei rifiuti, della gestione dell’acqua o del gas, ecc. (che secondo stime sono circa in numero di 10.500), che operano quasi nella loro totalità, sulla base di concessioni, quindi a diretto contatto ed a diretta dipendenza dalla “mano pubblica”, che hanno prodotto 252,6 miliardi di PIL (dato al 2015, in quanto ultimo dato ufficialmente disponibile), arriviamo ad una quota prodotta dallo Stato o dalla sua “lunga mano” vicina al 70% del PIL nazionale, ovvero circa 1.190,00 miliardi di euro.

Questa è l’enorme “fetta” dell’economia nazionale, connotata da stretti (e certamente per alcuni proficui) legami fra proprietà pubblica, il management (politicamente nominato), ed i vari sindacati (sicuramente ben lieti di avere relazioni con la proprietà pubblica ed i relativi management, anziché con le imprese di proprietà privata).

Passiamo ora a conteggiare quella parte di prodotto interno lordo nazionale che dipende, attraverso le concessioni statali, ancora dalla “mano pubblica”, come le concessioni autostradali, o i servizi di navigazione effettuati nelle acque interne, tanto per fare due esempi, di cui tutto si può dire, tranne che operino in regime di mercato e di libera concorrenza, anche su queste attività non è facile purtroppo reperire dati chiari e puntuali, ma è presumibile stimare che queste attività rappresentino una quota del PIL nazionale non inferiore al 5%.

Rimarrebbe poi ancora da conteggiare, il valore di prodotto interno lordo nazionale, derivante dai servizi resi in regime cosiddetto “protetto” (ovviamente – almeno nelle intensioni – a tutela di tutti i cittadini), come quelli postali o delle Ferrovie dello Stato, resi anch’essi praticamente in un regime di concessione esclusiva.

Avendo certamente dimenticato qualche altra attività diretta o indiretta, derivante dalle attività dello Stato italiano, la quota di PIL nazionale, che a questo punto potremo definire senza dubbio alcuno, neo-statalista, derivante dalla lunga mano pubblica supera addirittura il 75% del totale PIL nazionale.

Il male profondo ed oramai da anni conclamato dell’Italia, è l’eccessiva, debordante, onnipresente ed inefficiente presenza della mano pubblica, che come una piovra si è impadronita del Paese e lo ha reso incapace di pensare, agire, fare e progredire.

Se c’è una cosa da fare in Italia, fin da subito, è quella di smantellare, pezzo dopo pezzo, pietra dopo pietra, lo statalismo di cui è preda – con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti – il nostro bel paese.

“Chi invoca più intervento statale sta in realtà chiedendo più coercizione e meno libertà”. Citazione di Ludwig Von Mises (Lemberg1881 – New York1973).

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