Tra i neologismi recentemente sdoganati anche dai più noti dizionari della lingua italiana rientra senza dubbio il sovranismo. Inizialmente questa parola, letta e pronunciata con sospetto, era relegata ai margini della vita politica. Nel volgere di qualche anno al mutare delle condizioni economiche e quindi sociali è mutata anche l’attenzione riservata a questo termine che contiene una visione del mondo, una concezione del rapporto tra gli Stati e una strategia di azione governativa. Non solo quindi un’etichetta nuova da appiccicare alle pareti indistinte della politica politicante, ma un concetto che racchiude un sentimento capace di rimarcare aspirazioni, ma anche distanze e differenze.

Volendo, pertanto, rimanere nel campo della semantica è utile riportare la definizione di sovranismo presente solo dal 2017 all’interno del vocabolario Treccani: “Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.

In sostanza il sovranismo non include solo ed esclusivamente accezioni negative così come alcuni vorrebbero far credere, sebbene evidenzi una diversa impostazione dei rapporti rispetto a strutture, Istituzioni ed Enti sovranazionali spingendosi sino ad una critica delle politiche attuate dagli stessi spesso scollate dai singoli territori e quindi dalle popolazioni. E’ il caso delle critiche, spesso aspre, rivolte dai sovranisti all’Unione Europea: non alla nobile idea che essa custodisce, ma allo sviluppo di natura tecnocratica e burocratica che ha assunto con il trascorrere del tempo.

L’obiettivo dei suoi sostenitori è un lento recupero dell’autonomia decisionale nazionale rivalutando l’identità delle specifiche realtà che dovranno vestire i panni di attori protagonisti del proprio futuro in una cornice di regole condivise, ma non immutabili.

Sullo sfondo l’esigenza di riportare decisioni economiche, fiscali, migratorie e infrastrutturali nell’ambito nazionale evitando che i singoli Stati attuino passivamente e senza una concertazione reale scelte compiute altrove e pertanto percepite come subite. E’ ovvio che un tale tipo di approccio rappresenta una rottura con il passato mettendo in forte discussione riti, strategie e relazioni tra i diversi Paesi aumentando il rischio di momenti di contrasto e di frizione con i rappresentanti sia delle Istituzioni sovranazionali che con i rappresentanti di altri Stati.

Il lessico politico attuale, erede della fine delle ideologie e dei partiti tradizionali, ha quindi scoperto questa nuovo termine che pare oramai abbia fatto breccia tra i cittadini-elettori.

Il sovranismo che in Italia trova espressione compiuta nella Lega, nei Fratelli d’Italia, in parte nel M5S e in alcuni partiti di sinistra sembra, infatti, stia vivendo una stagione di intensa crescita anche grazie alla débacle di politiche  adottate e perseguite nel corso degli ultimi venticinque anni.

Il sovranismo, cioè, appare come il figlio naturale di quanto sino ad oggi prodotto.

Esso non nasce dal nulla ma da alcune scommesse perse che molti, nonostante tutto, continuano a difendere.

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