In astratto. L’idea di libertà dell’individuo e della collettività, in cui egli scelga di vivere, nasce nella civiltà greco-romana, in un momento coevo a quello dell’idea di politica, intesa  come azione nell’interesse della polis (città, cittadinanza) e al concetto  di democrazia, come governo del popolo, sottratto ai capricci di un Monarca, di un Sommo Sacerdote, di Oligarchie e di Dittature. Essa è ripresa nel Rinascimento italiano ad opera di Niccolò Machiavelli e altri pensatori, che sostengono la necessità di separare nettamente la politica dalla morale,e si sviluppa in modo completo e organico nell’empiristica e pragmatica Inghilterra, dove sono elaborati i primi principi del “liberalismo” come dottrina politica ed economica.

Il liberalismo non è compatibile con principi che intendono condizionare la vita dell’Uomo, prefiggendogli, con dogmi religiosi o assiomi filosofici, entrambi indiscutibili, finalità e percorsi di vita ispirati a visione utopistiche e/o a valori cosiddetti “superindividuali”. In altre parole il concetto è inevitabilmente contaminato da religioni e ideologie (“salvifiche” o meno che siano). In conseguenza, sono, soltanto, fuorvianti le endiadi: cattolico e liberale; socialista (o peggio ancora: comunista) e liberale; fascista e liberale e così via. I due termini, uniti da un trattino, sono veri e propri ossimori.

Il liberalismo, come metodo di vita tendente a proteggere la libertà dell’individuo come essere umano e della collettività sociale in cui egli ha scelto liberamente di vivere, richiede di essere “aggiornato”, tenendo presenti i cambiamenti che avvengono nella realtà; non ha la fissità delle credenze religiose o delle ideologie filosofiche e politiche. L’unica immutabilità riguarda la protezione della libertà individuale e della collettività in cui si vive.

Alcuni principi liberali sono stati resi “inattuali” e destinati, quindi a essere abbandonati nello stesso interesse dell’individuo e della sua comunità.

Il principio del libero scambio delle merci per favorire la “concorrenza” (e quindi l’interesse dell’individuo-consumatore) non può applicarsi senza danno per gli appartenenti a comunità democratiche, quando la competizione tra gli Stati produttori di manufatti è alterata dal basso costo del lavoro imposto da Paesi autoritari e sostanzialmente illiberali.

La libertà di movimento degli individui sul Pianeta può essere stimolata solo fino al punto in cui non sia compromessa la garanzia dello Stato di una civile e pacifica convivenza degli abitanti su un dato territorio.

Proteggere l’individuo e la sua comunità è compito precipuo dei reggitori della res publica: le loro vedute ecumeniche, universali, altrimenti dette umanitarie rientrano nella sfera morale e non possono ritorcersi in danno del  compito specifico dei governanti di fare unicamente  l’interesse della polis (politica non significa altro).

L’allontanamento dei governanti che pur si dicono “liberali” dall’originaria idea di libertà individuale e collettiva ha condotto all’attuale stato di disordine e confusione, riscontrabile anche (e forse soprattutto) in Paesi di collaudata pacifica convivenza sociale.

E quando i governanti vengono meno al loro compito protettivo è del tutto naturale che nasca la protesta.

I movimenti di tale genere sinora sorti in Occidente hanno dato, però, i loro frutti soltanto nel Regno Unito di Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, dove una rinnovata, retta visione dei principi liberali promette di garantire,attualmenteprotezione totale ai cittadini inglesi e nordamericani. Protezionismo e isolazionismo non sono “cattive parole” ma rispondono a esigenze concrete di tutela dei cittadini che votano per essere governati “nel loro interesse” e non in nome di astratte (e spesso false e interessate) motivazioni morali, cosiddette umanitarie.

Purtroppo, il livello culturale piuttosto basso degli attuali leader politici dei vari Paesi  non consente di citare nè gli esempi greci-romani, nè quelli rinascimentali e/o britannici. Nel momento di attuale confusione, la distinzione essenziale tra politica e morale è tamquam non esset per i governanti degli Stati Euro-continentali.

In concreto. Per avere, nel terzo millennio, un liberalismo “made in Italy,  dovrebbe cambiare molto nella mentalità degli abitanti del Bel Paese: soprattutto dovrebbe scomparire  il vizio di frazionarsi e dividersi sul nulla per ragioni di clientelismo e d’interessato associazionismo politico e nascere il senso di collettività nazionale.

L’Italia dovrebbe, inoltre, liberarsi delle sue “cariatidi” monumentali, personaggi politici che, indipendentemente dalla loro età anagrafica,  rappresentano e sostengono idee, istituzioni antiquate, retrograde. Esse puntellano un edificio che crolla soprattutto  a causa dei loro stessi colpi di piccone.

L’Italia è un Paese che ancora non s’è rammaricato di avere sostituito le ciclopiche Terme romane, piene di gente che s’incontrava in quei luoghi di benessere fisico non solo per rilassarsi ma anche per  discutere dei vari problemi dell’umanità, con le Chiese Cristiane dove un prete spesso di cultura inferiore a quella degli astanti ammannisce, senza possibilità di contraddittorio,  formulette magiche per consentire ai fedeli (e solo a essi) di affrontare i problemi dell’esistenza, in vista di ricompense in un improbabile “aldilà” e nell’attesa di tali eventi futuri suggerisce, intanto, come e per chi votare alle elezioni politiche.

L’Italia è un Paese che ha “bevuto” le pozioni più velenose dell’idealismo tedesco divenendo prima interamente intossicato dal verbo fascista e poi in grande prevalenza da quello comunista.

L’Italia è la patria di Seneca, di Marziale, di Giovenale ed è il luogo dove i tragici greci approfondivano i misteri dell’inconscio e dell’esistenza che ha del tutto smarrito, in seguito, il senso del buon gusto e dell’intelligenza per consentire che il suo pubblico si riversi, festante, sulle proiezioni dei Cinepanettoni.

Può sorgere, in un Paese siffatto, il liberalismo del terzo millennio? Un antico proverbio dice che la speranza è l’ultima a morire.

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