Ho fatto uno stranissimo sogno. Mi ritrovavo bambino nel bellissimo palazzo della  mia nonna paterna, dove vivevo da piccolo. Una macchina da presa  riprendeva la elegante facciata neoclassica, per  proseguire poi alla scoperta dei grandi saloni interni affrescati, soffermandosi sulle belle porte dipinte di gusto  e colori settecenteschi, che ho ricollocato nella casa in cui vivo oggi. Era una bella giornata, tipica della primavera siciliana e la cinepresa si spingeva verso le grandi terrazze che si svolgevano nella parte posteriore dell’edificio, dalle quali si accedeva, attraverso una ripida scala, al giardino, che da bambino mi affascinava, perché, un po’ trascurato nella manutenzione, era divenuto come una fitta boscaglia dove gli alberi, crescendo, avevano finito con l’intrecciarsi l’un l’altro. La mia predilezione era per alcune alte piante di banane di una tipologia molto particolare, forse coltivata soltanto in Sicilia,  che producevano grandi caschi di banane corte e grosse, profumatissime e di una dolcezza straordinaria. Il giardino rettangolare finiva, in uno dei due lati corti, con una  bella fontana in marmo di billiemi dalla forma semplice ad ovale con un largo bordo arrotondato molto elegante ed una parte posteriore allungata sul muro di cinta, che le dava slancio. Dalla parte opposta c’era un grande pollaio, dove ogni giorno l’anziana donna Michelina, con la quale avevo il permesso di scendere in giardino, si recava per raccogliere le uova. Io solitamente rimanevo sulla soglia perché mi infastidiva quel continuo starnazzare delle galline senza armonia e privo di senso.

Il set cinematografico nel quale ero immerso, con uno stacco netto, si era spostato improvvisamente dinnanzi al bellissimo nuovo edificio del Parlamento Europeo di Strasburgo, duplicato con inutile spreco in quello di Bruxelles e con una terza struttura, ancora più inspiegabile ed anche brutta, a Lussemburgo. Rivedevo il frenetico girovagare di carte, fascicoli, funzionari, assistenti, parlamentari, lobbisti in questi luoghi che ho frequentato per una legislatura e dove si riuniscono e decidono, per la verità poco, i deputati eletti dai popoli del Vecchio Continente, dotati di poteri troppo modesti, rispetto al Consiglio dei Ministri, che è l’unico effettivo centro dove si assumono le decisioni. Il nuovo palazzo di Strasburgo esteticamente è bello ed, all’interno, è stato organizzato in maniera funzionale, ma anche la Sede di Bruxelles,  anche se meno scenografica, risponde a criteri di grandiosità ed efficienza per il suo utilizzo. Sono i reali poteri di un Parlamento degno di questo nome che mancano. La macchina da presa attaccata ad un carrello sul quale mi trovavo seduto, s’introduceva nell’aula, dove francamente non riuscivo a sentire nulla del dibattito in corso, se non una grande confusione, che mi riportava con la mente a quel monotono, incomprensibile rumoreggiare di galline nel pollaio del giardino di mia nonna.

Mi sono svegliato in preda ad una forte agitazione. Non capivo come si potesse coniugare il mio convinto europeismo con quelle immagini. Lentamente mi rendevo conto che nel subconscio si mescolavano la delusione per un inutile continuismo, fatto di procedure barocche prive di reale potere, affidato ai rappresentanti del popolo europeo, con le grida forsennate di un sovranismo distruttivo in agguato. Tutto questo rischia di rendere la prossima assemblea di Strasburgo una sorta di torre di babele, terreno di scontro non reale, ma di principio, tra le diverse anime europeiste, da quella che sogna, come me, gli Stati Uniti d’Europa, a quella, di tradizione francese, che non vuole andare oltre la confederazione fra Stati, a quella  fondamentalmente anti europea, che ne vorrebbe la fine. Per la prima volta, di fronte ad un quadro così contrastante ed incerto, ho pensato che forse il ventisei maggio finirò col decidere di non recarmi alle urne, poiché  non riesco ad identificare tra le forze in campo quale possa effettivamente rappresentare il mio sentimento e la mia convinzione che il Vecchio Continente potrebbe salvarsi da un declino, che appare ormai segnato, soltanto imboccando con determinazione la strada di un’unica grande patria Europea.

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