Lei distingue sempre i liberali anglosassoni da quelli della parte continentale dell’Europa. Di recente, ha cominciato anche a parlare di liberali del terzo millennio, contrapponendoli idealmente (immagino) a quelli del secondo millennio; ma andiamo per ordine. Che cosa distingue un liberale eurocontinentale da un liberale anglosassone?

La filosofia politica di base: che è idealistica e astratta nel primo caso; empiristica e pragmatica nel secondo. Le conseguenze non sono di poco conto. Nel primo caso Politica e Morale spesso sono confuse tra di loro  e le scelte dei “rappresentanti del popolo” possono tendere a privilegiare i Valori, i Principii (spesso più etici che politici), rispetto alle esigenze concrete dei cittadini-elettori, considerati individualmente e come parte della collettività di cui fanno parte.  Empirismo e pragmatismo rappresentano la garanzia che l’agire politico tenda a niente altro che a risolvere i problemi specifici dellapolis,della gente, senza proporsi finalità di felicità ecumenica!

E che cosa distingue un liberale (meglio se anglosassone, dice lei) del terzo millennio rispetto a uno del secondo millennio?

Solo oggi è avvenuta, a opera di Donald Trump e di Teresa May la “revisione” della dottrina dei padri del liberalismo su due punti: a) quello dello scambio libero delle merci per agevolare la concorrenza e b) quello della libertà di movimento delle masse lavoratrici per motivi occupazionali. Inglesi e americani lo hanno fatto, perché quei popoli pratici e non frastornati da fandonie irrealistiche: religiose o filosofiche)  hanno capito che nell’interesse dei loro cittadini (la sola, verapolis,di cui si deve occupare la politica) occoreva ripristinare i dazi doganali nei confronti di merci prodotte da Stati autoritari o da imprenditori Occidentali  “furbetti” che sfruttavano la situazione favorevole del basso costo del lavoro esistente fuori dai patri confini per vincere la concorrenza di quelli che restavano nel proprio Paese.

Da che cosa sarebbe nata la necessità della revisione di una dottrina così antica? 

Dal fatto di essere “così antica”. La “concorrenza”, all’epoca della formulazione del liberalismo, era una gara tra Paesi di uguale sviluppo economico e di simile regime democratico. Si producevano merci e manufatti, più o meno di pari qualità,  allo stesso costo e la libertà dei consumatori era esaltata dalla concorrenza; senza che ciò, per la parità delle condizioni di partenza, truccasse l’arrivo al traguardo e determinasse “crisi” nei Paesi produttori perdenti e danni ai suoi abitanti. Oggi non è più così. Tra i Paesi produttori ve ne sono alcuni, a regime autoritario se non dittatoriale, che impongono ai lavoratori stipendi di fame. E’ del tutto naturale che in tali condizioni producano manufatti molto più competitivi per il loro basso prezzo. Ciò induce molte imprese occidentali  o a chiudere i battenti nei loro Paesi per “delocalizzare” i propri opifici in località dove il costo della mano d’opera è basso o a “finire” nella morsa delle banche per mutui che, spesso, non riescono a restituire. Gli Istituiti di credito, che, ovviamente, trovano vantaggio, dal loro angolo visuale, da una tale situazione di “zoppìa” industriale, si prodigano, in maniera più occulta che palese, allo scopo di favorire un’immigrazione massiccia di gente diseredata, pronta a lavorare per pochi soldi.

Capisco, condendo il tutto con salsa “umanitaria”.Che cosa , però, rende chiara la truffa del falso “buonismo”? 

So che non è corretto rispondere con una domanda, ma lei si è mai chiesto “chi e perché” paga gommoni fiammanti e nuovi di zecca, giubbotti salvagenti, maglioni, scarpe, teli di plastica, le spese per la  trasformazione diyacth, panfili e altre imbarcazioni  in navi da trasporto per immigrati (di proprietà di Organizzazioni, guarda caso, non governative e quelle connesse all’accoglienza in terra ferma, oltre quelle che sono poste a carico dei cittadini “ospitanti”?

Perché ad opporsi a tutto cio dovrebbe essere  un nuovo liberalismo? Qual è il nesso di una tale battaglia con i principi di libertà? 

Perché a soffrine è la libertà delle intraprese economiche occidentali, costrette o finire nelle mai delle banche per effetto di una “concorrenza” resa “sleale” dal basso costo della mano d’opera di altri luoghi del Pianeta o a spostare i propri stabilimenti in luoghi lontani dai confini nazionali, impoverendo il proprio Paese sia sotto il profilo umano (disoccupazione) sia sotto quello economico.

E’ un caso che non abbia citato la perdità di libertà dei nuovi schiavi, costretti a lavorare a basso costo o a ingrossare il numero dei “clochard” dormendo in scatole di cartone;  e urinando e defecando sotto i ponti cittadini?

No! Non è un caso! Ritengo, con Machiavelli, che la Politica debba essere tenuta distinta dalla Morale.  Indurre la gente di colore a lasciare i luoghi natii, peraltro ricchissimi nel sottosuolo di risorse non sfruttate nel loro interesse e a loro vantaggio, per indurli a vivere o da operai sottopagati o da vagabondi senza fissa occupazione e dimora è unamoral suasiono, se preferisce, un  crimine etico oltre che politico. Non è compiuto certamente nell’interesse dellapolis che anzi subisce una grave alterazione del tessuto sociale e della sicurezza dei cittadini.

In vista di un esito favorevole ai moti della protesta alle prossime elezioni europee, un liberale del terzo millennio che abbia sposato le tesi del revisionismo anglosassone ma viva in Italia che cosa si deve  augurare? Può stilare un decalogo dei “desiderata”?

Premesso che il soggetto da lei delineato ha dovuto sopportare per molti decenni l’inconcludenza cronica dei suoi governanti e dei tecnocrati di Bruxelles, nel silenzio assordante dei “liberali eurocontinentali del secondo millennio”, mentre Cina, India e da poco Stati Uniti d’America andavano a gonfie vele in economia…;dando, il Nord-America, una lettura del liberalismo meno legata a quella, invecchiata, lei ritiene “ male”, dei “padri fondatori”, eccole la mia personale risposta che è necessariamente lunga trattandosi di un “decalogo”:

1) Un’opposizione dura a un’immigrazione schiavistica con relativo traffico di uomini, navi, gommoni, giubbotti e soldi dispersi al vento per un’impossibile assistenza; e ciò, a salvaguardia della propria libertà e del diritto di vivere in una collettività integrata di consolidata democrazia senza essere costretta a tollerare, in casa propria, condizioni di semi-schiavitù altrui (con degrado psico-fisico degli immigrati) e di terrore per la propria sicurezza sempre più precaria. 2) Il rifiuto dell’austerity che è una misura chiaramente in favore delle banche; e ciò al fine di sollecitare una revisione delle regole dei Trattati europei, pur senza uscire dall’Unione, ma anzi  rafforzandola e trasformandola in un’entità di natura politica (e non tecnocratica) che sappia fare scelte adeguate al benessere di tutti i cittadini e non solo alla locupletazione ulteriore dei Paperoni già ricchi. 3) Una riconsiderazione dei principi, impropriamente ritenuti “liberali” del libero scambio delle merci e divenuti, invece, “suicidi” nelle attuali condizioni di mercato, gravemente alterate sia dalla concorrenza di Paesi autoritari o emergenti che pagano i lavoratori con salari bassissimi sia dalla conseguente “delocalizzazione” di molte imprese produttive che impoveriscono i Paesi di provenienza. 4) Un ripristino conseguente di misure doganali per proteggere l’industria manifatturiera nazionale, vero patrimonio ereditato dai nostri padri, che  non ouà essere messa unicamente a disposizione dell’attività creditizia delle banche che, ovviamente, fanno mutui soprattutto a chi non versa in floride condizioni. 5) Un incremento significativo delle opere pubbliche infrastrutturali e interventi diretti a superare il gap tecnologico del Paese,  facendo soprattutto del Sud, con investimenti adeguati e mirati, la “Silicon Valley” italiana. 6) Una riforma della giustizia, terzo potere dello Stato, che sia, però, decisamente “radicale”; sottraendola, cioè, alla formula colbertiana e assolutistica di magistrati-impiegati dello Stato, attenti al potere politico (in tutti i sensi) e togliendo dalla Costituzione l’obbligatorietà dell’azione penale, divenuta fonte di discrezionalità personali e soggettive dei pubblici ministeri.

7) La sostituzione totale di una pubblica amministrazione pletorica e inefficiente con Authoritiese Agenzie di stampo anglosassone, sottratte, nei limiti del possibile, all’ingerenza del potere esecutivo e politico. 8) Un contrasto deciso e risoluto alla corruzione, riducendo drasticamente gli intoppi burocratici che in apparenza severi sono in realtà sotanto “fattori produttori di mazzette”. 9) La liberazione della nostra Costituzione dalla “teoria dell’emenda”, lasciando i compiti rieducativi propri delle gerarchie ecclesiastiche ma rigorosamente fuori dalle carceri dello Stato, luoghi da destinare unicamente  all’espiazione della pena senza presenze ecclesiali. 10) Last but not least, la restituzione agli Italiani del loro diritto di scegliere da sé i propri rappresentanti in Parlamento, senza liste-capestro dei capi-partito che circoscrivono i candidati nelle liste ai loro “fedeli” usi a ubbidir tacendo.

Se questi sono i sogni di un liberale italiano del terzo millennio, che speranze vi sono per una realizzazione del “decalogo” o di una parte di esso, più o meno prossima e ventura nella politica dell’Unione Europea?

Nelle tre sedi di Bruxelles (dove si svolgono sedute plenarie e lavori delle Commissioni), di Strasburgo (dove si tengono soltanto sedute plenarie) e di Lussemburgo (che è la sede del Segretario Generale) l’attesa per i risultati delle vicine elezioni è aldiapason, perché il numero degli Euro-scettici, di profonda sensibilità liberale e di inedita percezione degli inganni diWall Street e della City, negli Stati-membri è notevolmente aumentato, negli ultimi anni. E non sono pochi quelli che sperano in un “ribaltone” dell’attuale maggioranza, costituita da democristani e socialisti di varia denominazione e da sedicenti liberali. In Italia, però, dove sono insieme al governo forze di “vera” e  di “finta” protesta, entrambe contaminate da ideologie, sia pure “annacquate”, del “secolo breve”, i risultati delle elezioni assumono un significato particolare: possono essere la cartina di tornasole per distinguere le prime (vere) dalle seconde (false); pur se entrambe lontane dai principi liberali.

Non crede che le prime avvisaglie di scollamento nella maggioranza di governo vi siano già?

E’ molto probabile che le forze “falsamente antisistema” (id est: il Movimento Cinque Stelle, con buona probabilità, artatamente infiltrato in campo avverso dai poteri finanziari, con l’aiuto di una piccola, interessata e, in qualche modo, anche solo velleitaria consorteria di provincia) possano essere sgonfiate dagli stessi, loro occulti sostenitori, per consentire all’attuale maggioranza di reggere all’urto. In tal caso, si dimostrerebbe sbagliato il calcolo della Lega di subire ciò che sta accettando dai pentastellati in materia di provvedimenti cervellottici e scriteriati, al fine di guadagnare consensi “unitari” alle elezioni europee.  Quell’unitarietà manca del tutto. La Lega dovrebbe porsi anche il problema del collegamento dei Cinque Stelle con i gilet gialli francesi.  Quando le centrali finanziarie dell’Occidente si resero conto di aver fatto la classica “palla corta”, imponendo al governo dell’Italia Matteo Renzi, ne distrussero l’immagine in quattro e quattro otto, seguendo vari canali. Che cosa impedisce di pensare che stiano facendo altrettanto in Francia, dopo avere capito che Emmanuele Macron è della stessa pasta di Renzi; e di Di Maio, che non sta attraversando un periodo di tempo migliore?

Mi sembra di capire che lei dica: il Movimento Cinque Stelle, per ordini superiori impartiti da “piattaforma a piattaforma” non troverà, volutamente, alleati e il suo voto dispersivo aiuterà l’attuale coalizione di governo dell’Unione a reggere all’urto dei “veri” movimenti anti-sistema. Di Maio subirà la stessa gogna già patita da Renzi e quella futura, e prossima, di Macròn. E’ così?

Esatto! Come previsto, con buona probabilità, da interessate “piattaforme mediatiche” fuori e dentro degli italici confini.

Non crede che per la Lega, vi sia il problema che con alcune misure corra il rischio di compromettere la sua credibilità e di farle perdere consensi, soprattutto nella classe imprenditoriale, prima al voto europeo e poi a quello nazionale?

R, Certamente!

E se, invece, l’esperienza di governo dovesse cessare prima del voto europeo?

Prevedo che la cosa non solo non inciderebbe per niente sul risultato delle elezioni europee….per effetto della già calcolata mancanza di ogni contributo da parte dei pentastellati al voto anti-sistema, ma  risparmierebbe a Salvini un logoramento che, probabilmente, è auspicato proprio dai “patron” dei suoi sprovveduti e, probabilmente, etero-diretti,  alleati di governo.

Giulio Andreotti diceva che a pensar male degli altri, si commette peccato ma spesso s’indovina. Si sente di ripetere il suo aforisma?

Andreotti  era un cattolico e non poteva dire altrimenti. Per un laico non v’è neppure l’ipotesi del peccato. C’è solo la previsione senza veli degli inganni di personaggi alla guida di macchine che rifiutano di montare a bordo  le “scatole nere”, necessarie per rendere palesi le loro malefatte. Per chiudere la nostra conversazione le citerò, invece, Pier Paolo Pasolini che nei suoiScritti corsariaffermava: Io so, perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace.

E aggiungeva. “ma non ho le prove e nemmeno indìzi”! Anche per lei è così, allora?

Sì, ma aggiungo a quanto detto dallo scrittore friulano: che per prevedere ciò che può avvenire, basta, pur senza prove e indizi, collegare gli eventi conosciuti con un rigoroso filo logico e nel verificare i nessi individuati, porre grande affidamento solo nella ragione, escludendo la passione.

 

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