A livello normativo, la riforma attuata nel biennio 1988-1989 ha consentito la modifica del modello processuale penale, da “misto” ad accusatorio. Tecnicamente nella realtà sostanzialmente “non democratica”, il sistema penale era caratterizzato da pregiudizi di fatto, fra il magistrato e l’indagato. Tale modello veniva definito come inquisitorio, il magistrato ricercava le prove contro il soggetto che veniva accusato di aver commesso un reato, non vi era un limite costituzionale all’ammissibilità delle prove, ( l’inquisitore poteva ricorrere ai mezzi più estremi per ottenere una confessione), vi era una molteplicità di impugnazioni e soprattutto chi veniva accusato veniva definito come “presunto colpevole”, in quanto veniva attivata a partire dalla notizia di reato la carcerazione preventiva e le relative misure cautelari dal profilo giudiziario. Tale Modello Processuale Penale vigeva principalmente in un sistema politico dominato dalla monarchia, in ogni caso anti-repubblicano. Verso la fine degli anni ’80, vi è stata una riforma che ha introdotto un nuovo codice di Procedura Penale suddiviso in 11 libri, che hanno come oggetto, la statica del processo penale e i relativo iter dinamico a livello tecnico di come si svolge un processo. Con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione inoltre fra i vari commi, in particolare introduce il termine “Giusto Processo”, in quanto i reati devono essere accertati mediante un processo penale e non mediante atti amministrativi come avveniva in realtà antiliberali e antidemocratiche( come per altro è avvenuto nel corso della prima metà del XX secolo). Il Modello Processuale Penale introdotto con tali riforme legislative, tutelano tutte le figure definite nella realtà processuale a livello costituzionale, ogni atto anche a livello giudiziario deve rispettare il principio di legalità e quindi la legge stessa, attuandola sotto la modalità più consona in uno Stato Democratico e Costituzionalista.

*Contributo di un giovane della Gioventù Liberale Italiana

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