La proliferazione di libri su casi di asserita corruzione delle istituzioni del Bel Paese rappresenta la prova indiretta, ma lampante, che siamo giunti al diapason del problema. E, purtroppo, per le diatribe che le stesse accorate denunzie suscitano, che neppure l’abbondanza di carta stampata lascia sperare in una soluzione della situazione; che è drammatica, perché quando la corruzione pubblica supera un certo indice è la stessa democrazia a essere in pericolo, come dimostrano la storia e la cronaca di molti Paesi Sudamericani.
Il titolo di un recente libro sulla presenza della Mafia nell’industria pubblica e in particolare in Finmeccanica è solo l’ultimo anello di una catena che rischia di essere “infinita”.
Il titolo si rifa alla locuzione latina (Pecunia non olet), risalente, secondo quanto riferisce Svetonio nella “Vita dei Cesari”, a Vespasiano (a proposito della tassa dall’imperatore istituita sull’urina raccolta in latrine gestite da privati; non a caso dette ancora oggi Vespasiani), promette meno di ciò che pur chiaramente l’autore intendeva denunciare.
Infatti, la circostanza che la pecunia sia solo denaro, quale che sia la sua provenienza e che la sua connotazione negativa dipenda soltanto dall’uso che di essa se ne faccia, come intendevano dire i Romani nel loro sintetico rigore lessicale non è sufficiente a delineare, nella loro complessità, tutte le conseguenze nefaste del sistema corruttivo, “insediatosi” stabilmente in Italia.
E ciò data, proprio dai tempi di Vespasiano e di quell’Impero Romano, dove la presenza crescente di Ebrei e di Cristiani aveva confinato nei luoghi di una memoria remota e lontana le solide, lapidarie, efficaci e incisive regole politiche ed etiche della Roma Repubblicana.
Si deve desumere, quindi, che solo nei tempi successivi a chi aveva pronunciato quella frase rimasta nella memoria collettiva, il detto Pecunia non olet abbia assunto il significato che gli si attribuisce per esprimere a tutto tondo lo stato di dilagante corruzione che sta devastando il mondo occidentale.
La denuncia è terribilmente veritiera. E ciò indipendetemente dal valore certamente inflazionato delle denunzie. La gente dell’Ovest del Pianeta è in preda ormai all’ingordigia pecuniaria delle Banche, che vedono nel capitalismo prevalentemente monetario l’unico sbocco (per giunta pulito ed ecologico) di un produttivismo che prima era invece volto soprattutto alla creazione di beni materiali, immateriali e servizi anche diversi da quelli finanziari. Le pecunia, più che non olet, imperat.
Questa circostanza non è priva di conseguenze ulteriori. Essa comporta “l’assalto alla diligenza” del facile guadagno, da parte di una popolazione che è stata “staccata” dal processo produttivo “nazionale”, di cui si è progressivamente “disamorata”. E ciò, in verità, non soltanto per effetto del predetto “monetarismo creditizio” ma anche e forse soprattutto a causa di una “globalizzazione” illimitata, elusiva di ogni “ideale”, localistico, ma efficace contratto sociale,diretto a mitigare gli effetti dell’hobbesiano ”homo homini lupus”.
Non si tratta, naturalmente, di una corruzione recente, ma certamente essa è crescente.
Sembra, infatti, destinata a non fermarsi se l’Occidente non sarà in grado di arrestare l’ingerenza dell’Alta Finanza di Wall Street e della City negli affari politici ed economici delle Nazioni; come hanno saputo fare gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito di Gran Bretagna; e come, invece, non riesce a fare un’Unione Europea governata sostanzialmente da bancari inviati a Bruxelles dagli Stati Membri per essere al servizio di banchieri delle centrali finanziarie dell’Occidente di New York e di Londra.
A una tale causa, di recente data, deve aggiungersene un’altra di vecchia data: la sovrabbondanza della legislazione europea (e italiana, in aggiunta).
Già Tacito aveva ammonito che solo i Paesi corrotti producono leggi in misura eccessiva rispetto a quella necessaria.
Oggi, in Italia, siamo al diapason: più si parla di semplificazione delle procedure, d’individuazione precisa delle competenze e delle responsabilità, di “tempi stretti” per l’attuazione dei programmi e più aumentano la confusione e farraginosità delle norme che, ponendo ostacoli, blocchi, attese infinite di atti che non arrivano mai creano unicamente le premesse per l’elargizione sotto-banco di mazzette, di tangenti e per la concessione di altri benefici di varia natura.
Il reato di abuso di atti d’ufficio, categoria definita da Carlo Nordio “evanescente e vaporosa” è uno spauracchio che dà luogo solo a risultati inconcludenti e non arresta i fenomemi di degenerazione criminale.
Per porre un argine, gli scritti anche se ben documentati ed esaurienti di giornalisti coraggiosi e bravi, possono descrivere solo i sintomi di un malanno ma non possono avere nulla a che fare con la sua cura.
Resta fondamentale il compito di meditare sulle ragioni profonde della corruttela nel mondo Occidentale, tenendo conto del fatto che causa causae est etiam causa causati.
Il brocardo latino della Scuola dei glossatori di Bologna può aiutarci e farci capire meglio perché più passano anni e secoli dai giorni della nostra, ormai bimillenaria mediorientalizzazione, e più la pecunia perde odore e acquista potere.

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