Nelle Società nelle quali i fideismi religiosi e i fanatismi politici, entrambi per loro natura assolutistici, sono molto diffusi e avvertiti dalle popolazioni come forze psicologicamente cogenti, l’intolleranza che si manifesta per chi ha un diverso modo di pensare e di agire rende impossibile ogni dialogo; la discussione e la conversazione sono sostanzialmente impedite da una sorta di invalicabile muraglia.
Se, infatti, alla base di un credo, religioso o politico, c’è la ritenuta certezza della Verità (quindi indiscutibile) di un Assioma o di un Dogma, c’è spazio solo per conflitti dall’esito inevitabilmente scontato; senza speranza, cioé, di condivisioni.
Fanatismo e Fede possono indurre chi vi crede, in maniera cieca (ed è la cecità l’unico modo possibile) anche a negare l’evidenza dei fatti (Sarà pur vero ma la mia fede religiosa o politica m’impedisce di crederlo!)
L’Italia, dove quelli che pensano con la propria testa, senza subire l’influenza di un credo religioso (in stragrande prevalenza, cattolico) o di una fede politica derivante dall’idealismo tedesco post-hegeliano, fascista o comunista, rappresentano una percentuale minima se non addirittura infinitesimale e incalcolabile del pensiero veramente libero e incondizionato, rappresenta uno dei casi più sintomatici dell’intero Occidente di statica fissità mentale.
Il motto gattopardesco del cambiare tutto perché nulla cambi è solo l’aspetto politico conseguente a tale immobilismo intellettuale di portata molto più ampia.
La riprova della verità del lucido motto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’abbiamo avuta di recente.
Il cambiamento, strombazzato dai partiti cosiddettoi “anti-sistema” e temuto, più che celebrato dai mass-media, ha fatto rispuntare sotto le sembianze dei “nuovi Italiani” i tratti e le fattezze dei cattolici di sempre, nell’uno e nell’altro dei due schieramenti giunti al governo del Paese e dei fascisti o dei comunisti, in ognuno di essi.
O Patria mia, vedo le mura e gli archi e le colonne….ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi i nostri padri antichi– cantava già Giacomo Leopardi quando la rovina del pensiero greco-romano, libero, allegramente e sanamente pagano, non aveva ancora conosciuto le ferite mortali inferte all’Occidente dall’idealismo tedesco, post-platonico e post-hegeliano, condite, per rovescio della medaglia, dalle sortite tardo-boccaccesche di pedofili di sicura e incontaminata devozione.
La stessa Storia, pur ritenuta con esagerato ottimismo, “maestra di vita” dall’addomesticata e conformistica Accademia e dai ripetitori incalliti di luoghi comuni, passa sulla gente del Bel Paese senza lasciare traccia alcuna.
Le prove ritenute inconfutabili, raccolte al momento degli eventi, o per loro percezione diretta o per il racconto dei presenti, di feroci stermini popolari, di genocidi di intere popolazioni, di assassini di massa e individuali di cui si sono macchiati, nel corso dei secoli, Cristiani, Nazi-fascisti e Social-Comunisti, nel Bel Paese (anche se non solo in esso), diventano materia di scontro frontale e feroce. Ciascuna delle tre forze assolutistiche e ugualmente intolleranti, che serpeggia sotto la pelle degli Italiani, è disposta a denunciare i massacri compiuti dalle altre due ed è, per converso, pronta a ignorare, se non proprio a negare, quelli compiuti dalla schiera dei suoi “fedeli” o “adepti”.
I Cristiani tendono a dimenticare la distruzione dei Pagani a Roma, gli assassini dei Mussulmani in Terra Santa al tempo delle Crociate, le ecatombi dei Maya e degli Atzechi nel centro-America, passando per le condanne a morte dell’Inquisizione (meno roghi di quelli previsti dalle sentenze, secondo la posizione ufficiale e tranquillizzante della Chiesa Cattolica), i patiboli del Papa-Re e via dicendo.
I Nazi-fascisti, dal loro canto, s’indignano se si ricordano in scritti o nei discorsi i lager, i forni crematori, le fucilazioni di massa di Ebrei, Polacchi e altri popoli Europei.
I Social-Comunisti, infine, tendono a cancellare dalla loro memoria i gulag, le foibee gli altri omicidi collettivi della loro tetra storia bolscevica.
A differenza di Virgilio e di Dante, gli Italiani se recitano il verso in latino Agnosco veteris vestigia flammae o in italiano (“conosco i segni dell’antica fiamma”) non si riferiscono né alla passione erotica per Enea, confessata da Didone alla sorella Anna, nè all’amore sublimato del sommo poeta fiorentino per Beatrice, ma molto più prosaicamente ai risorgenti sentimenti clerico-fascisti o catto-comunisti che sistematicamente spuntano nell’orizzonte della loro vita politica.
E non solo lì. Basta frequentare i salotti borghesi, cittadini o provinciali, o i “caffé dello sport” paesani per rendersi conto che “grattando, grattando” sotto la corteccia, divenuta abilmente camaleontica, degli abitanti dello Stivale, c’è in percentuale “bulgara” un credente religioso, sia pure annacquato e sedicente (talvolta persino per vero pudore) libero e laico, e in pari, minori proporzioni un ex fascista o un post-comunista.
E allora? In un Paese siffatto, un individuo veramente libero e non afflitto da incontrollabili (e purtroppo genetiche o inveterate) tendenze all’irrazionalismo utopico, sub specie di fideismo religioso cieco e/o di fanatismo politico del tutto acritico, che fa? Si condanna al silenzio e non esprime nè opinioni nè voti elettorali?
No! In pari causa turpitudinis, sceglie il meno peggio, concentrando la sua attenzione su una o due proposte “pratiche” che incontrano il suo consenso. Tenterà, se gli riuscirà possibile, di ignorare le altre.
D’altro canto, se questo nostro Bel Paese è sopravvissuto ai secoli bui, ai Borgia, ai patiboli nelle piazze della sua capitale, a Mussolini e a tutti i politici catto-clerico-fascio-comunisti del Decennio Nero, vuol dire che è abbastanza giovane per superare ogni crisi.
Un poeta cattolico, Giacomo Zanella, come tale portato all’indulgenza e al perdono di tutti i misfatti umani, nella sua poesia “La Conchiglia” scrive, per consolare i suoi lettori: …se schiavi e se lacrime ancora rinserra è giovin la Terra!

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