Il “Corriere della sera” del 22 Marzo 2019, in una nota firmata da Giovanni Bianconi (pag.11) riporta, virgolettandole, alcune espressioni del Presidente della Corte Costituzionale italiana, pronunciate dopo la lettura della Relazione sull’attività della Consulta nel 2018.
Giorgio Lattanzi avrebbe messo in guardia dai continui progetti di riforma della Carta del 1948 dicendo, testualmente: “Sono oltre vent’anni che si tentano modifiche, due delle quali fortunatamente abortite grazie al referendum e forse anche chi le ha proposte oggi ne è ben contento”.
Sono perfettamente d’accordo con il Presidente della Corte Costituzionale, anche se ho motivo di pensare che le ragioni dei miei timori siano diverse dalle sue.
Una riforma della Costituzione, a mio parere, deve riflettere un mutamento piuttosto deciso se non radicale della mentalità popolare dominante nel Paese: deve cambiare il modo di pensare degli appartenenti a una certa comunità su temi molto importanti per la vita collettiva.
Facciamo un esempio relativo al nostro Paese e uno alla vicina Francia.
L’Italia, per vent’anni, era stata fascista. La sconfitta in guerra aveva, però, fatto cambiare opinione agli Italiani o almeno alla stragrande maggioranza di essi sulla bontà delle scelte di quel regime.
La nuova Costituzione che i legislatori del dopoguerra avevano dato al Paese riproduceva “quel cambiamento” del pensiero politico prevalente delle masse. Queste, per dirla in soldoni, da fasciste e oceaniche, radunate a piazza Venezia, erano divenute fortemente antifasciste, riunendosi per marcare la differenza, in spazi all’aperto ugualmente ampi ma diversi dai luoghi del Duce.
Naturalmente, i “fantasmi del passato regime”, messi fuori dalla porta erano rientrati dalla finestra nella vita politica del Paese, come forze nostalgiche del clerico-fascismo, della monarchia sabauda e come poche altre variazioni sul tema.
Ugualmente, in Francia i nostri cugini “d’oltrealpe” avevano incontrato seri problemi nella gestione delle ex colonie e con un Parlamento, quello della cosiddetta Quarta Repubblica, che cincischiava a vuoto senza riuscire a dare al Paese governi credibili e fattivi.
La riforma costituzionale immaginata da Charles De Gaulle rifletteva, quindi, anch’essa la volontà di un cambio deciso di mentalità, volto a garantire con iniziative coraggose una governabilità nuova e diversa.
Nell’un caso (quello italiano) e nell’altro (quello francese) la stragrande maggioranza dei cittadini era stata dell’avviso di cambiare registro, sapendo bene in quale direzione voleva andare.
Orbene, la domanda da porsi è allora: le condizioni per poter parlare di un cambio di mentalità, di un mutamento di pensiero politico, di un diverso orientamento sulla strada da prendere, sussistono nell’Italia di oggi?
E’ possibile, in altre parole, credere che gli epigoni delle mentalità (vincenti o perdenti) dell’immediato dopoguerra, non siano più dominanti nel campo del pensiero politico italiano?
E’ immaginabile il miracolo di una nuova Costituzione più democratica che perda ogni scoria dell’autoritarismo religioso cattolico o laico socialcomunista, continuando a mantenere fuori dal recinto quello in orbace dei fascisti?
E, in altre parole: non v’è il rischio che espellendo dalle sue norme le caratterizzazioni ideologiche, religiose e filosofiche presenti in esse in larga misura (e qualificabili catto-comuniste) si cada dalla padella alla brace, recuperando la terza forma di autoritarismo, espulsa dai Costituenti del 1948?
La risposta, secondo il parere di molti notisti politici, non può che essere negativa.
In Italia come nell’intero Occidente Eurocontinentale la mentalità dominante continua a essere “assolutistica” e sostanzialmente “illiberale”, contrassegnata com’è dalla presenza di due forze religiose provenienti dal Medio-Oriente (ebraismo, cristianesimo) e di concezioni filosofiche autoritarie, risalenti prima a Platone e poi all’idealismo tedesco (fascismo e socialcomunismo).
Non risulta che accanto a tali fideismi dogmatici o a tali fanatismi ideologici sia mai sorta in Italia una corrente di pensiero libero, dichiaratamente orientata a non farsi soggiogare e dirigere nè da visioni religiose nè da utopie filosofiche; le une e le altre dirette a realizzare ambiziosi e conclamatamente “nobili” progetti morali di benessere ecumenico o universale per tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto che a risolvere problemi concreti della polis (quindi: veramente poli-tici) a vantaggio di cittadini specifici di un dato Paese.
La guerra nell’Euro-continente tra i fautori del “fiabesco” (ovviamente “meraviglioso”) di natura fideisitica o filosofico-utopistica continua a essere in pieno svolgimento senza esclusione di colpi e con il comune intento (da sempre perseguito) “di non fare prigionieri o lasciare superstiti sui campi di battaglia”.
In altre parole, pure a distanza di molti decenni, persistono le stesse condizioni culturali del dopoguerra, con una popolazione divisa tra cattolici, comunisti e fascisti; divisione che conosce incontri e coniugazioni o di tipo clerico-fascista o catto-comunista.
Domanda: che cosa potrebbe riprodurre di veramente nuovo una Costituzione diversa dall’attuale?
E’ pensabile che l’annacquamento delle ideologie religiose e politiche alla base dei partiti della nostra tradizione politica (democristiani, socialcomunisti e fascisti) possa dare un prodotto che non sia il risultato di idee che oltre a restare improntate all’assolutismo e, conseguentemente, all’autoritarismo sono state, per giunta, anche “corrotte” e “usurate” da una lunga pratica di compromessi, per prendere e mantenere il potere di governo, della peggiore specie?
Conclusione: In mancanza di uno spirito liberale che non riconosca le sue origini e la sua essenza nella stessa filosofia idealistica tedesca, condivisa da Giovanni Gentile e da Benedetto Croce, oltre che nel pensiero filo-sabaudo degli impettiti padri della Patria risorgimentali; in mancanza di concezioni empiristiche e pragmatiche che facciano da guida nella soluzione dei problemi della polis (Politica), senza cadere nella trappola (Morale) di salvare l’intero mondo, riscattandolo dalla fame (e secondo molti, dal peccato); in mancanza di una netta comprensione dell’insegnamento machiavellico che l’Etica va tenuta distinta dalla Politica; in mancanza di tutto questo e in presenza di altro ancora (corruzione crescente, analfabetismo diffuso nella classe politica, straripamenti continui nell’esrcizio di funzioni e poteri diversi) è bene seguire il monito del Presidente della Corte Costituzionale e astenersi dal mettere mano a un cambiamento della nostra Carta fondamentale. Tanto più che per ridare agli Italiani il diritto di scegliere da sé i propri rappresentanti in Parlamento, basta la modifica delle orrende leggi elettorali disegnate e varate nel “decennio nero”. Non a caso, forza e sostegno, anche della classe politica uscita vittoriosa dalle urne.

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