Il sistema mass-mediatico italiano si è infantilmente esaltato nello scrivere, sotto titoli a caratteri cubitali, della ripartura della Via della Seta.

Nessun commentatore politico ha ricordato ai lettori italiani che una strada è sempre certamente una struttura di comunicazione molto importante, ma che, per valutare chi più in concreto beneficia della sua utilità, è necessario analizzare i flussi di marcia e capire la direzione di quelli prevalenti.

Su dove possa condurre e a chi possa giovare di più la via della Seta con riguardo alla Cina e all’Italia, sono mancate analisi comparative. I commenti sulla stampa, in televisione, e soprattutto on line sono stati, per la verità, anche apocalittici e non solo integrati (comunque in maggioranza), secondo la distinzione di Umberto Eco.

Tra i secondi, i notisti che hanno magnificato la struttura viaria per i prodotti del made in Italy, hanno mancato di rilevare che le fabbriche che producono materialmente le merci firmate da stilisti con nome italiano sono molto più vicine al capolinea cinese che non a quello italiano. Anzi, nella via della Seta, il made in Italy è a chilometro zero per Pechino e non per Roma o Milano.

Nessuno dei notisti politici ha fatto rilevare che tutti i loro commenti erano prematuri, perché del Memorandum sottoscritto dal governo italiano e quello cinese si può certamente dire che abbia poste le basi per la costruzione di un eventuale futuro “cavallo di Troia”, ma non si può sostenere che quel “cavallo” sia già sullo Stivale e che una novella Cassandra possa urlare a tutti la sua profezia, coinvolgendo nella disgrazia un contemporaneo imitatore di Laocoonte.

I materiali necessari per mettere in piedi l’insidioso animale ligneo arriveranno, infatti, solo con le singole intese previste dal memorandum; quando, come e se vi saranno.

Non è da sottovalutare, infatti, che il Movimento Cinque Stelle è risultato essere in discesa libera anche in Basilicata, dove ha dimezzato i voti. C’è da pensare che, presumibilmente, come avvenne per Mussolini con la via dell’Impero (la percorse in senso contrario, perdendolo) la via della Seta costituirà l’ultimo grido di gioia esaltata di Luigi Di Maio  (“io faccio i fatti”) nella strada della sua caduta.

Comunque, un risultato, prevedibile e sconcertante, il governo italiano l’ha già raggiunto: dalla firma del trattato l’Italia è diventata una “sorvegliata speciale” di tipo, per così dire, “universale”.

A osservarla con timore e sospetto, muniti di adeguata lente di eccellente ottica, saranno non solo gli Stati Uniti d’America di Donald Trump (le bolle di sapone lanciategli contro stanno scoppiando una a una), il Regno Unito di Gran Bretagna di Teresa May e i tecnocrati dell’Unione Europea (come già si è scritto, con abbondanza di articoli, sulla stampa occidentale) ma anche la Russia di Vladimir Putin.

Aver messo paura a tutti i colossi dell’economia mondiale (non abbiamo segnali da altri paesi Asiatici, ma, dati gli interessi in gioco, possiamo prevederli), per ciò che probabilmente potrebbe ridursi, in via d’astratta ipotesi (pur dopo le varie intese specifiche, se ve ne saranno dopo il declino e la probabile scomparsa dalla scena politica del Movimento Cinque Stelle la cui vicenda politica richiama alla mente l’ascesa e la caduta dell’Uomo Qualunque) anche a un pugno di mosche (“Tanto rumore per nulla” direbbe Shakespeare) è un risultato che soltanto un governo con un alto tasso d’insipienza e di incompetenza poteva ottenere. In proposito l’ottimismo sembra di rigore.

Il Movimento politico che si è dimostrato, in una storia (dove, pure,  i “ventenni infausti” e i “decenni neri” non sono mancati) il più esiziale per le sorti del nostro Paese, dopo una serie successiva di “rinvii a Ottobre”, rischia la bocciatura definitiva agli esami delle elezioni europee. E nella scuola della politica non dovrebbero esservi “ripetenti”.

Intanto, però, tutti hanno ben ragione di guardarci con diffidenza anche se, in buona sostanza, abbiamo solo firmato un pezzo di carta (allo stato inutile) per guadagnare un po’ di visibilità mondiale a basso prezzo.

Difficile pensare che dopo il folle sogno Mussoliniano degli anni Trenta, l’insipienza “Movimentistica” a “Cinque Stelle” ci riduca al rango di una “ colonia cinese”, pur con tutto il rispetto per un popolo che ha un’antica civiltà alle spalle.

Anche i più pessimisti si chiedono se le cose al mondo siano cambiate sino al punto di stravolgere ogni visione tradizionale anche dei fatti militari oltre che politici.

Per sottrarre Gibilterra alla Spagna gli Inglesi dovettero cannoneggiare a go go, in più direzioni. Possibile che anche se non dovesse essere disarcionato (come appare molto probabile) Luigi Di Maio sia in grado di cedere il porto di Palermo e poi quelli di Genova e di Trieste con un flatus vocis?

Naturalmente, allo stato delle cose, la grande sarabanda mediatica con Xi Jinping e sua moglie, mano nella mano, con il resoconto minuto del pranzo nelle sontuose sale del Quirinale (“pour epater”…), con il commento diffuso, ma anche analitico, dei tuttologi, conoscitori dell’universo mondo e dei suoi misteri politici ed economici, mette nell’ombra la notazione del primato raggiunto dal Bel Paese di porsi come un “sorvegliato speciale”, sotto osservazione costante dei “grandi della Terra”.

La vocazione dei nostri governanti di porsi come i Pierini e i Gian Burrasca dell’italica tradizione ha fatto premio su ogni altra considerazione.

E’ soltanto quando e se faremo dei nostri porti le “Gibilterre” cinesi che il disegno iniziale dei quattro zoccoli farà intuire lo sviluppo delle gambe e del corpo del temuto cavallo.

Comunque, come ho concluso altre volte le mie note, la speranza è sempre l’ultima a morire.

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