Nel censimento croato del 1991, 581.663 persone si dichiararono serbe (12% della popolazione complessiva). La maggior parte di queste era insediata nella Krajina (frontiera), regione storicamente popolata dai serbi già ai tempi dell’Impero austro-ungarico, quando venne costituita una Militärgrenze (frontiera militare) ove questi prestavano servizio per difendere l’Impero dagli Ottomani. Allo scoppio della guerra civile in Jugoslavia, oltre il 50% dei residenti nella Krajina erano Serbi. Dopo mesi di combattimenti ed anche in risposta al riconoscimento internazionale ottenuto dalla Croazia (avvenuto fra l’agosto del ’91 e il febbraio del ’92), il 19 dicembre 1991 nacque la Repubblica Serba di Krajina.

L’autoproclamata entità statuale durò l’espace d’un matin. L’esercito croato, robustamente aiutato dalle potenze occidentali e addestrato sul terreno da contractors americani, accumulò sufficiente forza da poter lanciare una serie di blitz contro la repubblica secessionista culminati con l’Operazione Tempesta, che nel 1995 portò alla riconquista della Krajina. L’azione bellica fu guidata dal generale Ante Gotovina, personaggio alquanto eclettico persino per gli standard cui i Balcani ci hanno abituato. Prima del suo cursus honorum nell’esercito croato, si era fatto le ossa nella Légion étrangère giungendo ad essere assegnato al corpo d’elite CRAP (Commandos de Recherche et d’Action en Profondeur). Negli anni ’80, dopo frequentazioni con gli ambienti dell’estrema destra francese di Le Pen, si trasferì in Sud America per addestrare paramilitari in Argentina e Guatemala, tornando in patria allo scoppio della guerra civile.

È nel 2001 che, nella vita di Gotovina, comparve per la prima volta il TPI (Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia), che ne richiese al governo croato l’arresto. Il generale fu accusato di crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e dei costumi di guerra per quanto accaduto durante l’Operazione Tempesta, ovvero l’espulsione coatta di 200000 serbi e l’uccisione (anche mediante tortura) di almeno 150 fra questi.

Le accuse del TPI destarono scalpore in Croazia. Quattro ministri del governo rassegnarono le dimissioni per protesta. Il generale braccato era, in patria, l’eroe della riscossa nazionale. Ancora nel 2005, la Croazia era accusata di non collaborare attivamente con il Tribunale. Il procuratore Carla Del Ponte sostenne in più occasioni che Gotovina godeva di influenti protezioni. Il generale venne infine arrestato il 7 dicembre 2005 alle Canarie, quando divenne chiaro che la sua latitanza ostacolava il negoziato di adesione all’UE. Il 15 aprile 2011 è stato condannato in primo grado a 24 anni di carcere per i fatti contestati. A seguito della sentenza, si sono tenute diverse manifestazioni di protesta e sono giunte condanne da parte di molti esponenti del governo, compresa il Primo Ministro Jadranka Kosor e il Presidente Ivo Josipović.

La vicenda umana e giudiziaria di Gotovina, peraltro così simile a quella degli altri personaggi processati al Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, impone una attenta riflessione sul suo ruolo.

Nonostante sia nato con nobili fini, il Tribunale non è uno strumento di riconciliazione interetnica. I Serbi lo vedono come un congegno politico smaccatamente non neutrale. Lo stesso Sergio Romano, qualche anno fa, sosteneva che «la giustizia internazionale [avesse] colpito i serbi più di quanto non [avesse] colpito altri gruppi dirigenti della penisola balcanica che ebbero in quelle vicende grandi responsabilità». Ancora, la cattura ed estradizione di personaggi-simbolo del conflitto è rientrata in una sorta di criptico bargaining fra UE e Paesi Balcanici per testare le “buone intenzioni” di questi ultimi nel percorso di avvicinamento all’UE. Si tratta tuttavia di mere operazioni di facciata che possono sì accontentare qualche euroburocrate, ma certamente non incidere sulla sostanza dei rapporti fra questi Paesi – semmai riattizzando focolari revanscisti e bellicisti.  Romano a tal proposito: «Continuo a pensare che certi problemi di giustizia vadano lasciati per quanto possibile ai tribunali del Paese direttamente interessato».

Forse la prospettiva di adesione all’UE avrebbe bisogno di una cornice istituzionale e valoriale ben più solida, e soprattutto condivisa dalle popolazioni coinvolte, che non il semplice sacrificio di pedine (imposto da deus ex machina) sulla scacchiera della realpolitik.

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