Il glossario della politica italiana è equivoco e confuso; ne nascono fraintendimenti e ingannevoli luoghi comuni, durissimi a morire.  Tra questi uno ci riguarda da vicino: il preconcetto che il conservatorismo non si coniughi con il liberalismo.  E’ vero proprio il contrario: che lo spazio di libertà, nel quale l’individuo può trovare la sua realizzazione in armonia con gli interessi collettivi, è più ampio e meglio tutelato nel quadro di rapporti tradizionali (pervenuti al consorzio sociale per traditio), consuetudinari (osservati spontaneamente per un lungo periodo) e stabili (sottratti al mutevole umore delle fazioni politiche vincenti).  L’unica parola che può racchiudere e sintetizzare questo necessario quadro di riferimento – nel quale si ricomprendono: il complesso delle fondamentali regole di convivenza, i valori condivisi, il sentimento di appartenenza alla comunità sociale e la consapevolezza di un’identità popolare storicamente fondata –  è: nazione.  Ne deriva che libertà – conservazione – nazione si possono, anzi si devono declinare unitariamente.  Ciò da sempre è molto chiaro agli inglesi, legati, tanto alla propria nazione e ai princìpi tradizionali, quanto  allo spazio di libertà individuale, sottratto alle interferenze del government; questo patrimonio culturale (comune) trova espressione anche in termini di programma politico (di parte); ne è grande interprete il partito conservatore (dei tories); Margaret Thatcher è stata l’artefice della rinascita inglese, proprio in virtù di un programma politico, coerentemente conservatore e liberale al contempo; mentre Roger Scruton è l’ideologo più accreditato del pensiero liberalconservatore, che declina i valori nazionali in termini di scudo protettivo della libertà individuale, ben diversamente dal nazionalismo continentale del ventesimo secolo, di ascendenza socialista e vocazione statalista (denominato nazionalsocialismo in Germania, fascismo in Italia).

Cerchiamo di cogliere le ragioni profonde dell’intima connessione conservatorismo-liberalismo, le quali, a mio avviso, si sviluppano lungo tre direttrici.

1 – La libertà individuale ha profonde radici storico-culturali, senza le quali non può proliferare; è come una pianta che ha bisogno di un humus particolare.  Senza un determinato passato, non si può avere un presente di libertà.  Basti pensare che tutte le aree islamizzate del mondo non conoscono la libertà e la democrazia; anche la civiltà induista non ha prodotto libertà, avendo determinato la suddivisione della società civile in caste rigide e non comunicanti (dai bramini ai paria); i popoli orientali hanno conosciuto solo una lunga e interminabile sequenza di dispotismi, non determinati, ma comunque facilitati da un culto religioso, o meramente intimistico, o celebrativo dell’autorità costituita.  A ben vedere, solo laddove si è realizzata la netta separazione tra il potere temporale e quello spirituale, si sono create le condizioni per un ordinamento di libertà.  E ciò è avvenuto solo nell’occidente del pianeta, sotto l’influenza della civiltà giudaico-cristiana.  In quest’area, da una religione che sacralizzava e celebrava il potere del sovrano, si è passati, nel lungo cammino della storia, ad una religione che celebrava gli “ultimi” e contrapponeva le sue istituzioni a quelle secolari.  La nostra libertà deve molto alla distinzione evangelica tra “ciò che è di Cesare” e “ciò che è di Dio”; come deve molto alla disputa tra Guelfi e Ghibellini; sicché difendere la nostra storia e le nostre radici culturali equivale a difendere la nostra libertà.

2 – Bisogna poi considerare che la norma consuetudinaria è incomparabilmente più “democratica” della norma deliberata dall’autorità costituita e verbalizzata in un atto formale.  L’impersonale voluntas sottesa alla consuetudine nasce nel tempo, da tutti e da nessuno; e non è coercitiva, perché fondata sull’accettazione e sul consenso dei destinatari; al contrario, la norma che costituisce jus positum, deliberata dall’istituzione politica, è necessariamente autoritativa e coattiva, giacché la sua vigenza e la sua cogenza dipendono dalla sanzione che colpisce i trasgressori.  Fortunati dunque il popolo inglese e i popoli di common law, nei cui ordinamenti i rapporti sociali sono, in buona misura, regolati da norme consuetudinarie, non trascritte in formule verbali, e interpretati dal giudice secondo il principio di buona fede.  Saranno fortunati gli italiani quel lontano giorno, nel quale migliaia di leggi e regolamenti saranno “cestinati”, sostituiti, nei rapporti di diritto privato, da pochi principi cardinali, tra i quali primeggia quello di buona fede.  Per intenderci: quel giorno lontano, il “furbo”, per sottrarsi alle sue obbligazioni, non potrà invocare il rispetto pedissequo della “legge”, giacché il suo comportamento non sarà vagliato “a norma di legge”, ma secondo che sia stato di buona o mala fede; quel giorno lontano, lo Stato dovrà dismettere i panni di “educatore” del popolo e lasciare che siano le famiglie, le associazioni volontarie, le fondazioni, le Chiese a indirizzare i rapporti sociali, secondo i valori della tradizione.

3 – La costanza delle regole agevola il perseguimento dei fini individuali, dunque compiace la libertà degli uomini; al contrario, la loro precarietà e mutevolezza ostacolano i programmi individuali e dunque interferiscono con la libertà.  E’ ben evidente che la certezza dei rapporti sociali ed economici, ossia la “certezza del diritto”, è un presupposto essenziale per “investire”, giacché, solo la prevedibilità del risultato induce all’investimento.  Quando le regole sono mutevoli, il risultato é difficilmente prevedibile e l’investimento scoraggiato.  Il che vale per ogni tipo di “investimento”, non solo economico; anche l’impegno umano senza finalità di lucro e socialmente finalizzato attende una “remunerazione”, una retribuzione non economica del “merito”, tanto più difficile in un quadro di regole incerte e imprevedibili.  E dunque la “conservazione” delle regole sperimentate nel tempo funge da essenziale presupposto di libertà.

In definitiva, non solo il conservatorismo non confligge con il liberalismo, ma l’uno è complementare all’altro, perché la libertà dell’individuo si può esercitare pienamente solo in un quadro di rapporti sociali, stabilizzato secondo i principi giunti alla nuova generazione per traditio dalla vecchia. E s’intende che la traditio presuppone una lingua comune, senza la quale non si comunica, una cultura e un “sentire comune”  e un’identità di popolo; in breve: una “nazione”.  Tutto questo non può essere surrogato dall’ordine “globale”, il quale, proprio perché non fondato sulla traditio, dovrebbe essere fondato unicamente sulla norma coercitiva.  Di ciò non hanno consapevolezza i tanti cantori nel “multiculturalismo-globalismo” e detrattori dell’identità e della sovranità nazionale.  Non hanno capito o forse non vogliono capire che rinunciare a “conservare” significa implementare l’autoritarismo e restringere la nostra libertà.

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