Crisi libica, l’Ue se esiste batta un colpo. Lo scontro armato che sta riguardando il Paese africano, prossimo a trasformarsi in una sanguinosa guerra civile, dovrebbe spingere le istituzioni europee ad assumere atti unanimi nel tentativo di scongiurare un conflitto i cui esiti sono ancora poco immaginabili. Sono questi i momenti in cui l’Europa dovrebbe aspirare ad avere un ruolo di primo piano visti anche i suoi interessi geopolitici ed economici nel Mediterraneo. Il silenzio di questo periodo, però, preoccupa e alimenta fondati dubbi circa l’esistenza di una UE capace di parlare con una sola voce in presenza di questioni che vanno ben al di là dei bilanci degli Stati membri o di stucchevoli parametri ragionieristici.

In sostanza la questione libica sta facendo emergere una disunione d’intenti tra i vari Paesi che amano giocare match individuali per poi assurgere ad un protagonismo figlio di evidenti motivi economici. Sullo sfondo la gestione sia dei giacimenti petroliferi, che delle tante altre risorse di cui è ricca la Libia che all’inizio del Novecento sprezzantemente e frettolosamente qualcuno definì uno “scatolone di sabbia”.

A meno di un decennio dell’uccisione di Gheddafi il Paese è precipitato in un caos di elevata portata. Il colonnello per più di un quarantennio ha governato garantendo stabilità, prosperità e pace e fornendo rassicurazioni su questioni di non poco conto quali il terrorismo islamico e l’immigrazione clandestina di massa.

Oggi, invece, a Tripoli c’è il governo guidato da Al Sarraj sostenuto dall’Onu, mentre a Tobruk quello del generale Haftar che attraverso un’azione militare, appoggiato da diverse potenze straniere tra cui Francia e Russia, intende sovvertire quanto deciso in sede internazionale per assumere il comando del Paese. Un quadro complesso e a tinte fosche che poco o nulla ha a che fare con il desiderio di libertà ed emancipazione delle tanto decantate “primavere arabe” fenomeno mediaticamente esaltato per venire incontro alle esigenze di coloro che da quei movimenti hanno tratto e intendono ancora trarre evidenti vantaggi e benefici.

Dal sito web del Ministero degli Esteri si apprende che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre cento aziende italiane impegnate nei settori delle costruzioni, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero tra cui ENI (joint venture con la National Oil Corporation), IVECO (opera in joint venture con il Ministero dell’Industria Libico per la produzione di autocarri e autobus), Agusta Westland-Finmeccanica, Saipem, Salini, Impregilo, Con.I.Cos, Bonatti, Italcementi, Dietsmann, Ferretti International, Danieli, Sirti. Poi la presenza si è sensibilmente ridotta nonostante l’Italia resti il principale partner economico straniero. Sono ancora forti cioè le relazioni in essere considerato che in Libia sin dallo scorso secolo è radicata la presenza di aziende  tricolori.

Da sottolineare, poi, che una prolungata instabilità potrebbe causare all’Italia un forte disagio derivante da  incontrollati flussi migratori di portata epocale e concretamente ingestibili.

E’ inutile fare tanti giri di parole tra i vari attori in campo il Belpaese potrebbe pagare il prezzo più alto di questo conflitto tutto da decifrare. La partita è molto delicata e ad arbitrarla dovrebbe essere un soggetto terzo capace di garantire soluzioni tese ad una rapida pacificazione nazionale e ad una normalizzazione politica portatrice di un equilibrio di lungo periodo al fine di tutelare tutti i contendenti.

E’ in situazioni del genere che l’UE dovrebbe assumere una posizione chiara evitando il verificarsi di fughe in avanti di alcuni componenti a scapito di altri.

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