Quando si abbandonano i sentieri della logica e della razionalità e ci si avventura sulle strade  della fantasia, dell’immaginazione, del sogno e dell’utopia è facile perdere il senso dell’orientamento.

Smarrire la “diritta via”  e ritrovarsi in “selve oscure” è il minimo che possa capitare.

Due letture di scritti recenti (un libro e un articolo) confermano l’esistenza di un tale rischio. 

La prima letturail libro.  Gino Agnese nel bel saggio  Marinetti-Majakovskij,  riporta la frase del Ministro sovietico della cultura, Anatolij Lunacharskij (si diceva di lui, all’epoca: buon conoscitore dell’Italia) che, al secondo congresso dell’Internazionale comunista, nel 1920, pare, avesse  detto testualmente e con molto entusiasmo: “Marinetti è un rivoluzionario!”

L’autore del volume immagina che Antonio Gramsci, certamente presente all’evento, abbia trasecolato.

Di fronte a una frase che sembrava riscontrare, senza ombra di dubbio, elementi di sintonia tra i due movimenti totalitari del “secolo breve”, fascismo e comunismo, il politico italiano sarebbe rimasto, a dire poco, basito.

In realtà, solo chi, come probabilmente Gramsci,  non poneva in esatta evidenza, applicando rigorosamente la logica, la comuna discendenza e sostanziale identità di matrice filosofica del fascismo e del comunismo   poteva sorprendersi di un tale avvicinamento.

Di Idealismo tedesco hegeliano probabilmente, si erano nutriti, dato il clima culturale dell’epoca in Europa, sia Filippo Tommaso Marinetti, fondatore dei Fasci di combattimento, nella sua versione di destra, sia Vladimir Majakovskij, in quella di sinistra.

Entrambi, infatti, nella visione utopistica e irrazionale del pensiero post-hegeliano, si proponevano di demolire il passato, di creare un mondo nuovo, di combattere le convenzioni borghesi, di fiancheggiare lo spirito innovatore dei partiti maggiormente in auge nell’epoca, quello fascista, in Italia, e quella comunista, in Russia.

Il perspicace Ministro sovietico aveva colto, quindi, i  punti in comune del pensiero dell’italiano Marinetti con il russo Majakovskij.

Il libro di Agnese ricorda pure che nel 1926, alla Biennale di Venezia, le opere dei futuristi italiani, poco apprezzati dagli organizzatori della manifestazione lagunare, furono ospitate nel padiglione sovietico.

La seconda lettura: l’articolo. Massimo Franco, in un articolo apparso sul Corriere della sera del 13 aprile 2019 vede in atto e descrive un “litigio”, peraltro molto  educato e civile, tra i  due Pontefici oggi  viventi e in piena efficienza mentale (l’uno emerito e l’altro in carica effettiva).

Secondo il notista politico, i due Papi, con l’aiuto di un sistema mass-mediatico che non conosce confini, tenderebbero a colpirsi in una logica da resa dei conti.

L’affermazione è certamente un po’ forte e va oltre  la natura della contesa che non riguarda un problema di grande pregnanza teologica, ma un tema concreto e di pura valenza sociologica e civile: l’origine e la causa della pedofilia in ambito ecclesiastico.

Papa Ratzinger vede il punto di partenza della deviazione sessuale di tanti preti, nella “mitica e decantata”(ovviamente da altri e non da lui) rivoluzione del ‘68, che avrebbe fatto venir meno ogni norma morale in materia di sessualità.

In realtà, come lo stesso pontefice emerito implicitamente rlleva (richiamando anche gli anni precedenti a quell’evento: parla, infatti, di anni Sessanta) non può dimenticarsi, a tal fine,  la cosiddetta “rivoluzione sessuale”, verificatasi molto prima nei Paesi del Nord Europa, caratterizzati, in materia di costumi sessuali, da un puritanesimo protestante molto più rigoroso, asfittico e costrittivo del lassismo permissivo e del “perdonismo” dei cattolici dei Paesi caldi del Sud.

La verità, però, a mio parere, è molto più complessa. Il “mitico” ’68, con la sua negazione della cultura e con l’esaltazione dell’immaginazione, della fantasia, del sogno e dell’utopia salvifica (con conseguente iconoclastia della razionalità) non si è mosso in un ambito diverso e con finalità molto distanti da quelle da sempre perseguite dalla Chiesa cattolica. Ha combattuto, sostanzialmente, menti educate a filosofie aduse al pensiero libero e raziocinante che, proprio in quanto tali, erano di ostacolo alle fantasticherie salvifiche (in questa Terra e/o nell’aldilà) di utopisti religiosi e post-hegeliani di sinistra, entrambi ugualitari e imperanti nella società italiana (ed eurocontinentale) del secondo dopoguerra mondiale.

Norme ad hoc sulle scuole parificate gestite da religiosi, molto sollecitate dalla Chiesa, pur avendo contribuito alla debàcle della scuola pubblica (quella italiana, in particolare, che già con il suo altissimo numero di insegnanti fideisti e/o fanatici dell’ideologia filosofica tedesca, fascista o comunista, non era certamente l’optimum per un laico) non si erano dimostrate sufficienti a impedire la rivolta dei giovani del ‘68. Se ciò era avvenuto, però, era proprio la conseguenza dell’avversione a un pensiero libero e non condizionato.

Ora, certamente, non va disconosciuto il diritto alla libertà religiosa (e le scuole sono un ottimo strumento di diffusione delle scritture qualificate “sacre” dai credenti): se c’è gente che vuole indottrinare a dovere i propri figli in senso fideistico dev’essere libera di farlo (e le tante scuole parificate gestite da ecclesiastici gliene danno propizia occasione). D’altronde, che non possa essere altrimenti è perfettamente comprensibile: il culto della conoscenza trova un ostacolo proprio nelle sacre scritture (la famosa storia del pomo dell’albero del “sapere” offerto dal Diavolo ad Adamo ed Eva è raccontata ai credenti sin dalla loro infanzia).

Neppure ci si può lamentare, però, per converso, se il catechismo, insegnato in un numero stragrande e crescente di istituti d’istruzione con compiti (non dichiarati) di edificazione religiosa  vada a scapito della cultura tout court, quella che per definizione dovrebbe aborrire dagli indottrinamenti di sacrestie come di sezioni di partito e librarsi nell’aere della libertà.

In definitiva, sorprende che un papa emerito, insigne studioso, se la prenda con il ’68 per gli aspetti sessuali della “rivoluzione” e non ricordi che proprio quel movimento, diffondendo con vari slogan, la necessaria presenza dell’ignoranza anche al potere, ha portato a compimento il comandamento biblico che fa divieto di mangiare i pomi dell’albero della conoscenza.

Quando, però  dei religiosi sono intervenuti nella diatriba (ad altissimo livello, come risulta chiaro dall’articolo di Massimo Franco)  per sostenere l’una o l’altra tesi dei due Pontefici in antitesi, le argomentazioni addotte sono apparse molto simili alle manifestazioni del delirio mistico.

Un arcivescovo italiano, citato dallo stesso Corriere della sera, per affermare la validità delle tesi del papa emerito, afferma con assoluta certezza e senza manifestare il minimo dubbio, che il motivo della pedofilia nella Chiesa cattolica  sta nell’assenza di Dio, perché non si vive di Dio, rivolti a lui e in obbedienza a lui.

In verità, per un laico, l’affermazione sembra andare oltre i limiti della ragionevolezza, perché potrebbe fare intendere che tutti quelli che hanno l’idea dell’assenza di Dio e cioè i non credenti siano, per ciò stesso, pedofili.

Il che sembra essere l’esatto contrario dello scandalo che sta sommergendo, non il mondo laico, ma proprio la Chiesa cattolica!

Allora il solerte difensore di papa Ratzinger dovrebbe cercare altrove le cause della pedofilia: nell’ obbligo,  per esempio, del celibato dei sacerdoti e nella pratica, anche per altri versi (di igiene e di sanità) discutibili, di rinchiudere nelle vaste “camerate” dei seminari tanti giovani, nel pieno delle loro fisiche energie, e che sono stati autorizzati, peraltro da fonte ecclesiastica autorevole, a vedere nel sesso “un dono di Dio”.

 

 

250
CONDIVIDI

1 COMMENTO

Comments are closed.