Abolire le cosiddette “feste” per riportare la pace tra gli Italiani? Abbattere gli unici “ponti” (quelli delle festività) che in Italia non sono a rischio di crolli?
Sono state ventilate entrambe le proposte. La seconda ha trovato il consenso soprattutto di chi ritiene la diminuizione dei giorni di lavoro, un serio e certo danno all’economia complessiva del Bel Paese (che si sostiene non essere in grado di sopportare lunghi periodi di inattività lavorativa).
Nel Bel Paese, ogni occasione celebrativa o commemorativa, ogni manifestazione di (sperata) festosità collettiva o di pubblico (probabilmente, sincero) cordoglio diviene un pretesto per i suoi abitanti per scalciare scompostamente, per scagliarsi addosso, vicendevolmente, “pietre”, per menare fendenti micidiali a destra ce a manca, per tirare colpi bassi.
Si celebrano Natale e Pasqua? Il terrore di attentati islamici collettivi in strade, mercatini, chiese o di accoltellamenti personali al grido di Allah Akbarda parte di jihadisti(spesso immigrati, sotto false spoglie, di rifugiati nei nostri confini) si acuisce, per l’antica ruggine mai sopita e di recente rinverdita trafratelli di fede, perché figli dello stesso, unico Dio.
Si ricorda l’Olocausto ebraico? L’antisemitismo presente nelle altre due religioni, sorelle nel monoteismo, rispunta come l’erbaccia al primo caldo di primavera in qualche soggetto che continua a essere portatore di quel seme di odio.
Si celebra il 25 aprile? Il ricordo di quella data (peraltro neppure esatta) diventa propizio per rinverdire vecchi rancori tra fascisti e comunisti, nemici irriducibili, di una sanguinosa e fratricida guerra civile, chiamata con involontario eufemismo “resistenza”.
Le masse si raccolgono nelle piazze per il primo Maggio? La presenza di bandiere rosse al vento può scatenare, nei fascisti, reazioni analoghe a quelle dei tori davanti alla scarlatta muletadei matadores.
In pratica, le idiosincrasie che dividono gli Italiani sono di duplice natura: religiosa o filosofica e sono ambedue di data antica.Ed è la Storia a raccontarcelo.
Sul piano religioso, con l’immigrazione ebraica, prima, e con il trionfo del cristianesimo, poi, nel nostro Occidente è subentrata in modo subdolo ma dannoso l’intolleranza e – più spesso di quanto ci si aspetterebbe – la violenza religiosa, anche se sempre ammantata da concetti di fratellanza universale. In altre parole, una vera e propria polveriera, la Santa Barbara del mondo, si è espansa, con la diffusione delle tre religioni monoteistiche, dal Medio Oriente prima all’Occidente e poi all’intero Pianeta.
La Storia, maestra di vita, richiama alla nostra memoria molti episodi di furia distruttrice religiosa (devastazione di templi pagani, per costruirvi sopra chiese; distruzione in totodi statue; cancellazione dalla faccia della terra di “malvagi infedeli”; rogo di libri; sterminio in Messico e in altri Paesi del Centro-America di rappresentanti di antiche civiltà).
Sul piano politico, gli epigoni tedeschi di fine Ottocento dell’idealismo platonico, da sempre antidemocratico e intollerante, hanno portato in Occidente altre forme di violenza, quelle politiche, esplose tragicamente nel “secolo breve”.
E così altri stermini, genocidi, massacri dipendenti dal dilagare delle concezioni totalitarie derivanti dall’idealismo tedesco post-hegeliano (nazi-fascismo e social-comunismo) si sono aggiunti a quelli religiosi.
E’ difficile mettere una buona parola per indurre a conversare tra di loro su temi religiosi ebrei, cristiani e islamici, o su temi politici fascisti e comunisti. E’ rischioso anche per persone della stessa etnia. Figuriamoci in caso di razze diverse.
Ciò che avviene in Italia (ma anche, con minore intensità, nel resto dell’Europa continentale) da duemila anni a questa parte (e che sta divenendo in questi ultimi tempi sempre più palese) è la prova lampante della difficoltà che gente, con mentalità diametralmente opposte e con opinioni ferocemente confliggenti, trova nello stare insieme in un Paese che non diventa mai veramente unitario e coeso.
La conclusione amara, ma logica, è che l’integrazione, di cui si parla tanto spesso sui mass-media, riportando soprattutto le parole del Pontefice, e che è, in buona sostanza, l’incorporazione di una certa entità etnica o religiosa in una società in condizioni di parità e senza alcuna discriminazione, oggi è diventata un’irraggiungibile chimera. In collettività caratterizzate da assolutismi religiosi e politici tra di loro inconciliabili il termine “integrazione” (non solo con riferimento a quella etnica) è diventato un inane nomen.
D’altronde l’unico esempio veramente luminoso d’integrazione umana rimonta a tempi ormai troppo lontani perché se ne possano invocare le condizioni per un ritorno. Esso risale alla realtà socio-politica della res publica romana, vero e proprio modello di grande tolleranza dei cives verso rappresentanti stranieri di culture diverse. I Romani della Repubblica (e dei primissimi anni dell’Impero) avevano dimostrato con i fatti la loro capacità di assorbire, in condizioni paritarie, popolazioni diverse. Lo stesso Olimpo dei loro “casalinghi” Dei era aperto a divinità straniere. Perché tale “miracolo”?
Un semplice sguardo alle fonti giuridiche romane (soprattutto repubblicane, però) rende palese con immediatezza la singolare riluttanza dei Romani a differenziazioni astratte, alla fissazione in termini definitori del concetto di diversità. L’atteggiamento, eminentemente pratico e concreto, dei Romani si ricollegava alle idee dei pre-socratici, in grande prevalenza empiristi e in larga parte atomisti e monisti, consapevoli di abitare precariamente in un Cosmo costituito da infiniti corpi cosiddetti “celesti”.
La domandaè: perché quelle stesse concezioni assunte alla base anche della cultura anglosassone, moderna e contemporanea, hanno consentito nelle isole britanniche e negli Stati Uniti d’ America solo un’integrazione sbilenca e precaria?
La risposta è chiara: perché l’applicazione delle idee contenute nel De Rerum Naturadi Lucrezio, ricollegantisi alla filosofia atomista di Democrito, Leucippo ed Epicuro, sono state compromesse dalla coesistenza di una forma di protestantesimo cristiano, quello anglicano e calvinista, che, pur più tollerante dell’intransigenza cattolica e luterana, ha comunque tarpato le ali a molte idee libere e liberali, soprattutto in materia di costumi di vita.
Dove l’integrazione ha trovato un terreno refrattario a ogni possibilità di coltura e d’innesto è nella parte non insulare del vecchio Continente.
Conclusione:Ci si può veramente meravigliare se con tanti assolutismi, religiosi e politici, imperanti in Occidente l’integrazione alla nostra latitudine è divenuta presso che impossibile?

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