Di alcuni temi di scottante attualità come l’avvento in Occidente di un capitalismo prepotentemente monetario, come l’asserita e sbandierata “beneficenza” umanitaria, utilizzata come strumento di arricchimento di Nomenklature politiche e religiose e come le news, spesso fake, sulla vita sessuale di leader politici per “detronizzarli” e privarli del potere (e, ovviamente, altri ancora) ho scritto spesso su Rivoluzione Liberale.

Ora, un bel film di Denys Arcand, La caduta dell’Impero Americano, con la leggerezza e la rotondità circolare di  scene esilaranti e di  gag divertenti, proprie della commedia, depura,  per esigenze di piacevole intrattenimento, quei pensieri, certamente politici e “seriosi”, dalla loro vis polemica (inevitabilmente spigolosa) e rende gradevole per molti palati un prodotto altrimenti amaro.

Nella sua pellicola,  Denys Arcand, autore a tutto tondo (idest: soggettista, regista e sceneggiatore) segue l’andamento di una favola, con forti dosi di ironia o di sarcasmo.

Nel dare il necessario spazio alla immaginazione creativa e quindi nell’abbandonare il rigore delle argomentazioni razionali e logiche (e talvolta, della stessa verosimiglianza dei fatti), Arcand conferisce alla piéce più spazio agli aspetti spettacolari senza recare il benchè minimo danno alla satira della società occidentale. E la profondità della riflessione e della critica non ne risulta minimamente compromessa.

L’Autore, utilizzando personaggi veri e credibili (il cittadino sprovveduto ma intelligente e onesto, il cinico ma astuto mago della finanza, il clochard senza tetto, l’escort milionaria dopo un’infanzia di fame) e bandendo dalla sua pellicola le mere macchiette e gli stereotipi da “commedia dell’arte”, dà una rappresentazione incisiva, anche se visionaria e fantasiosa di tesi ripetutamente esposte su questo giornale on line.

Con queste premesse, e con l’avvertimento che una forte soggettività di tipo moralistico sulla società moderna contraddistingue questa commedia attualmente in programmazione nei cinema della capitale, si può leggere il film che chiude una vera e propria trilogia del regista canadese  sullo stesso tema (dopo Il declino dell’Impero Americano Le invasioni barbariche).

Riprendendo la mia multidecennale abitudine a recensire i film visti (consuetudine da me dismessa dopo l’avvento dei serial soprattutto anglosassoni e  dell’era di Netflix; avvento-evento che ha stravolto le abitudini anche dei cinefili più amanti delle proiezioni nelle sale cinematografiche) devo aggiungere, per dovere di critica, che il film di Arcand, nel perseguire l’intento di divertire il suo pubblico, risente, necessariamente, di qualche inevitabile approssimazione.

Il mondo delle Banche, infatti, di certo organizza frodi planetarie nella più totale insaputa dei gonzi(idest:in stragrande maggioranza, gli abitanti del Pianeta che con i loro risparmi sorreggono il credito) ma i suoi consigli di amministrazione e le comunicazioni e le trasmissioni di dati in tempo reale, non rispondono ai cliché  e agli stereotipi utilizzati, per chiari effetti comici, dal regista.

Anche l’idea che la vera beneficenza sia solo quella che s’indirizza verso soggetti bene individuabili (nel caso del film sono “barboni” e “senzatetto”, personalmente conosciuti dal protagonista) e non quella astratta e indistinta che copre ben diverse malefatte di “buonisti” per professione, è manifestata in modo, per così dire, scanzonato e “giocherellone”.

In definitiva, essa non mira a colpire in modo serio e vindice prelati e divulgatori di utopie salvifiche che si arricchiscono a dismisura, predicando la fratellanza umana e gestendo, senza troppi vincoli, ingenti fondi raccolti a piene mani, ma punta solo a strapparci un sorriso, come pubblico.

Le citazioni politiche del film, poi, sono indiscriminate, e talvolta superficiali  e di “facile qualunquismo”, perché non distinguono le posizioni filo-bancarie di Blair, Sarkozy e Bush da quella ben diversa di Donald Trump, ostile al sistema finanziario occidentale (che lo odia e l’avversa attaccandolo con ogni mezzo offerto dai mass-media, fake news, in primis).

Il regista e sceneggiatore del film, naturalmente, non individua in modo esplicito (o non vede) nell’ipocrisia religiosa e puritana giudaico-cristiana  l’aberrazione più eclatante della morale borghese occidentale corrente.

E conseguentemente non la condanna: per lui rappresenta, verosimilmente, solo una sorta di infelicitas Fati(che, quindi excusat).

Un finanziere responsabile di una colossale operazione di riciclaggio di una somma enorme di denaro, sottratta (nel corso di una sanguinosa rapina) a una banca privata e truffaldina, gestita in tutta tranquillità (si fa per dire, ovviamente) dalla criminalità organizzata locale, finisce in manette, non per queste sue delinquenziali azioni, ma perché in procinto di copulare con una escort minore di sedici anni, che pratica la professione con sua piena soddisfazione economica ed è, al momento giusto, utilizzata anche dalla polizia per fini superiori di etica sessuale.

Quis vetat ridendo dicere verum? (Chi vieta di dire la verità, ridendo e magari…chi vieta di colpire, in tal maniera, il malcostume) ?

Arcand non ama tutta la letteratura occidentale (- Molti scrittori famosi sono degli autentici cretini!– dice il protagonista laureato in filosofia, costretto a fare il fattorino e convinto che l’intelligenza sia un handicape la demenza una fortuna, citando, tra altri, Dostoiewski, Tolstoi e Sartre) ma tiene nel debito conto il verso delle Satire Oraziane; e, stimolando in noi riso e sorriso, ci fa pensare….

Il che è bello e istruttivo, come Giovannino Guareschi intitola la prefazione al suo Zibaldino.

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