Ho letto, come sempre con grande interesse, l’ultimo articolo di Luigi Mazzella su Europa e Gran Bretagna. La tesi, già in molte altre occasioni formulata dall’autore, in buona sostanza, è che il pensiero del Regno Unito, ispirato storicamente al pragmatismo, sia incompatibile con quello dell’Europa Continentale, influenzata dal tradizionale fideismo cattolico e dalle ideologie assolutistiche del secolo scorso. L’osservazione non solo è intelligente ma anche sostenuta da forti elementi culturali, come si conviene all’autore. Tuttavia vorrei osservare che, pur facendo leva su elementi condivisibili, alcune conclusioni possono apparire forzate. Anche le Isole britanniche infatti vantano una tradizione cattolica molto antica e persino bigotta. La separazione  nel sedicesimo secolo dalla Chiesa romana non dipese soltanto dal noto assolutismo del papato, ma principalmente dal puntiglio di Enrico VIII, che pretendeva l’annullamento del precedente matrimonio con Caterina d’ Aragona per poter sposare l’affascinante Anna Bolena, sostenuto da una parte del clero britannico e dal Parlamento, anche  per ragioni connesse ai difficili equilibri tra diverse tendenze religiose e  rivalità nelle regioni della penisola. Successivamente nel mondo britannico continuarono a manifestarsi ed ebbero successo forme di integralismo altrettanto radicali, anche se di diversa obbedienza, come il Calvinismo.

La svolta pragmatica arrivò oltre un secolo dopo nel periodo dei Lumi, iniziato in Gran Bretagna con un certo anticipo rispetto al Continente, ma sviluppatosi dopo anche in Francia e lentamente negli altri Paesi europei. Non riesco a trovare enormi differenze tra la carica innovativa del pensiero di Locke, Hume, Smith rispetto a quella di Voltaire, Montesquieu, Toqueville o del nostro, pur isolato, Beccaria. Mi sembra anzi che si integrino, accomunati dal desiderio di porre al centro della Comunità statuale l’individuo, riconoscendone i diritti, in primo luogo la libertà, da garantire attraverso un ruolo di maggiore rilievo dei Parlamenti, che ne sono l’espressione.  Conseguentemente usciva ridimensionato il peso della corona per assicurare la  separazione ed il bilanciamento dei poteri statuali.

La storia poi ha poi seguito strade diverse ed è stata caratterizzata in tutto il Continente da guerre sanguinose e contrasti violenti. È vero, come sostiene l’amico Mazzella, che la Rivoluzione francese, nata da ideali illuministi, finì col terrore, quindi contraddicendosi. Una sorta di legge del contrappasso, generò quindi l’imperialismo napoleonico e le guerre che ne conseguirono. Il conflitto con la Francia tuttavia non coinvolse soltanto il Regno britannico, ma  tutte le maggiori potenze continentali. La  Restaurazione, come tutte le decisioni assunte tracciando dei segni di matita sulla carta geografica e scegliendo le relative dinastie regnanti, aveva in sé il germe delle successive guerre, che  furono caratterizzate principalmente dal revanscismo francese contro gli imperi germanici.

La divaricazione culturale tra mondo anglosassone ed Europa continentale invece appare risalire all’epoca del romanticismo, che nelle isole britanniche non riuscì a penetrare, ma fu alla radice delle due guerre mondiali del novecento, rivelatesi le più sanguinarie della storia. In realtà si potrebbe  anzi affermare che esse furono una sola, sia pure combattuta in due tempi, perché la seconda fu determinata dalle morti, dalle distruzioni, dai disastri morali ed economici della prima e dall’influenza delle distorsioni dei filoni culturali del pensiero egheliano, da cui nacquero le ideologie nefaste del comunismo, del fascismo e del nazionalsocialismo. Tuttavia la Seconda Guerra Mondiale fu anche conseguenza delle distorsioni del trattato di pace di Versailles, per il modo sovente arbitrario in cui erano stati definiti i nuovi equilibri.

La vittoria degli eserciti alleati, con un costo altissimo di giovani vite umane, al di là di false retoriche, che pure hanno avuto ampia fortuna, rappresentò il trionfo degli ideali liberal-democratici sulla barbarie delle dittature nazifasciste, sia pure con l’equivoco di aver dovuto considerare  tra gli alleati vincitori la Russia, protesa, dopo la rivoluzione, verso un regime oppressivo sia all’interno che nei confronti dei Paesi cui fu imposto il nuovo imperialismo dell’URSS. Tale anomalia, dopo un travagliato trattato di pace ancora a Parigi, diede luogo ad un cinquantennio di guerra fredda, con momenti di crisi acutissima, come quello del tentativo di strangolamento della parte occidentale di Berlino, già divisa, che fu salvata generosamente dal ponte aereo americano.

L’idea di un’Europa politica nacque concretamente in quel contesto per creare un blocco occidentale in condizioni di fronteggiare quello sovietico, dando vita, contemporaneamente, con scopi più  squisitamente militari, all’Alleanza Atlantica.  Winston Churchill fu uno dei lungimiranti ispiratori di entrambi i progetti. L’allargamento alla Gran Bretagna, anche se successivo, era nelle cose sin dal primo momento con il proposito di costruire, sul modello degli USA, gli Stati Uniti d’Europa su base federale, ma tenendo conto delle differenze, a volte valorizzandole come ricchezze. De Gaulle, tradendo l’originaria impostazione, con determinazione militaresca di stampo bonapartista, affondò quel disegno, imponendo un modello confederale e riuscì a trovare il sostegno della  Germania che aveva rialzato la testa ed ambiva alla riunificazione, poi concessa al momento opportuno. Il patto Franco Tedesco, insieme al successivo troppo rapido allargamento a Paesi con diversa tradizione culturale ed inferiore livello di sviluppo dopo la caduta del muro di Berlino, finirono per fare affondare il disegno politico iniziale. Il fallimento era insito nella scelta di un’Unione tra Stati con il potere nelle mani del Consiglio, condannato a decidere all’unanimità. Per raggiungere un simile modesto obiettivo sarebbe bastato un trattato di libero scambio e cooperazione economica. Margaret Thatcher, smentendo in quell’occasione la sua fama di grande statista, si oppose all’Europa federale. In seguito un errore simile fu commesso da Cameron, il quale, forse bluffando, decise di indire il referendum suicida sulla Brexit. I fatti, sempre testardi, lo hanno dimostrato inequivocabilmente, anche grazie al contributo degli ulteriori errori di Teresa May. Il Parlamento britannico, dopo, si  è  frantumato in votazioni contraddittorie, il Regno Unito non è ancora uscito dall’UE e potrebbe, ormai consapevole dell’azzardo, finire col cambiare idea. L’esempio del palese fallimento della Brexit, quale ne sia l’esito finale, comporterà che  a nessun altro Paese verrà in mente di ipotizzare un percorso simile, anche se in passato sembrava si andasse in direzione di una progressiva propensione alla fuoruscita di diversi membri dell’Unione. Questo non significa che l’attuale sistema istituzionale possa durare, anzi, al contrario, bisognerebbe subito mettersi al lavoro per una Costituzione semplificata rispetto a quella firmata a Roma e fatta fallire dieci anni or sono, sempre dalla Francia con la complicità dell’Olanda. Questa è  l’unica strada per sconfiggere i preoccupanti sovranismi di diverso segno dilaganti e porre le basi per un soggetto istituzionale federale, economicamente e politicamente in grado di competere sul piano globale con gli Stati Uniti, che hanno rinunciato alla protezione militare dell’Europa ed anzi si preparano a divenire verso di essa sempre più concorrenziali sul piano commerciale. Principalmente la nuova Unione politica dovrebbe frenare la Cina, che ha avviato un pericoloso colonialismo geopolitico, che si sta realizzando attraverso un continuo acquisto di asset nei Paesi europei e minacciando allo stesso tempo una invasione epocale da parte di popolazioni del continente africano, dove si è assicurata il predominio.  Non va inoltre dimenticato il sempre incombente pericolo islamico, incoraggiato e strumentalizzato dalla Russia di Putin, dalla Turchia di Erdogan, dall’Egitto di Al Sisi e dalle altre ricche potenze economiche del mondo arabo, interessate alla destabilizzazione, come dimostra la improvvisa ripresa delle aggressioni ad Israele dalla striscia di Gaza di questi giorni.

La costruzione europea è quindi destinata a riprendere il proprio faticoso percorso, se non per ragioni ideali, come negli anni del dopoguerra e della creazione delle prime istituzioni comunitarie, per una necessità legata a ragioni di sopravvivenza economica e strategica, facendo tesoro della lezione di una crisi senza precedenti, che penalizza l’intero continente dal 2007 e non appare ancora superata. Infatti, da sola, anche una potenza economica importante come la Germania, non avrebbe alcun ruolo significativo nel contesto mondiale. La rifondazione della UE è la meta cui inevitabilmente si deve tendere, se non per realizzare l’utopia del manifesto di Ventotene, almeno per evitare una inevitabile marginalità del Vecchio Continente, che ha ancora delle eccellenze da far valere nel mercato globale, con l’augurio che la Gran Bretagna possa farne parte.

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