“The World in 2050” è il titolo di uno studio effettuato nel 2006 da PricewaterhouseCoopers, una delle più accreditate società di consulenza, relativo agli sviluppi e ai cambiamenti nell’ordine economico internazionale di lungo periodo.

Lo studio, seguito da uno parallelo e complementare l’anno successivo (sebbene focalizzato sui BRICs, Brasile, Russia, India e Cina), forniva una prospettiva long-term sull’andamento economico dei paesi industrializzati e dei maggiori in via di sviluppo, basata sulle previsioni di crescita del Pil tramite l’analisi dei quattro fattori chiave (crescita dello stock di capitale, aumento della forza lavoro, aumento della qualità del lavoro e progresso tecnologico, come leva competitiva), cui si aggiungevano studi sul volume di input (domanda di energia) e output (emissioni) e sulla domanda di mercato dei diversi paesi.

I dati derivanti dallo studio indicavano che il sorpasso dei paesi emergenti, i cosiddetti E7 (Cina, India, Brasile, Russia, Indonesia, Turchia e Messico), rispetto ai G7 (Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti) sarebbe avvenuto verso il 2046, che gli Stati Uniti avrebbero passato la corona di economia leader alla Cina nel 2043 e che (nel nostro piccolo) l’Italia sarebbe stata superata da Russia e Brasile solo verso l’alba del 2050.

Ovviamente ogni modello economico, e in particolare quelli di lungo periodo, si fondano su assunzioni teoriche che hanno alla base altri modelli ridotti e precedenti, considerati empiricamente validi, e non possono prevedere eventi che portino a radicali sconvolgimenti dell’equilibrio economico, come quelli del 2008.

La crisi finanziaria, sappiamo, è costata soprattutto agli istituti di credito americani ed europei, con fallimenti a effetto domino tra i primi e salvataggi governativi ai secondi, ma molto meno ai paesi emergenti, in cui il sistema bancario è rimasto in gran parte protetto, avendo investito meno nei prodotti finanziari complessi che hanno generato la bolla speculativa.

Così, un nuovo studio dell’agenzia PricewaterhouseCoopers uscito la settimana scorsa, ha messo nuovamente in gioco i fattori considerati nel 2006 aggiornandoli ai dati post-2008, con una concentrazione d’analisi specifica sui settori bancari (i più colpiti dalla crisi) e il loro collegamento con la crescita del Pil.

I risultati hanno dell’incredibile. Il sorpasso dei paesi emergenti sulle economie leader attuali, nel settore bancario domestico, è stato anticipato di dieci anni esatti, al 2036, mentre quello della Cina sugli Stati Uniti addirittura di venti, portandolo al non lontano 2023.

Entro il 2050 le economie degli E7 potrebbero avere un sistema bancario domestico che per attività e profitti superi quello dei G7 del 50%, grazie al rallentamento nei paesi occidentali (causato anche da quadri normativi sempre più restrittivi) e all’accelerazione nei paesi emergenti,  stimolata tra l’altro dall’odierna assenza di qualsiasi servizio bancario per la gran parte della popolazione e dalla loro futura necessità di accesso a prestiti per il generale miglioramento delle condizioni di vita (con le spese sanitarie, assicurative e di istruzione che ne conseguono).

E se la Turchia supererà il Canada nel 2045, se il Brasile supererà l’Inghilterra nel 2045, anche la Cina secondo le previsioni non resterà leader per molto perché l’India, dopo aver scavalcato il Giappone nel 2033 (e forse anche prima, a seconda di quanto testimonieranno i dati post-Fukushima), otterrà la posizione di leader grazie alla fortissima spinta demografica che invece in Cina e’ attenuata dalle leggi sul figlio unico.

Per quanto riguarda l’Italia, oggi all’ottavo posto per attività bancarie domestiche, si prevede una crescita dai 3000 miliardi di dollari del 2009 a circa 4000 nel 2030 e oltre 5500 per il 2050, troppo poco per non essere superata dall’India nel prossimo ventennio e poi da Brasile (2045), Russia (2039) e Messico (2048).

Questo studio fornisce una visione plausibile dei prossimi decenni, ma più dei dati fini a se stessi è importante ciò che ci rivela tra le righe: la necessità di rivedere le nostre certezze sull’equilibrio economico mondiale, per prepararci a quando i paesi emergenti metteranno in dubbio le attuali posizioni di leadership, al fine di sapersi adattare ai cambiamenti e poter concorrere (magari meglio delle previsioni) nel nuovo contesto globale.

Una prima e buona lezione in questo senso ci viene dai manager della Royal Bank of Scotland, che appena due settimane fa è diventata il primo gruppo britannico ad ottenere l’accesso ai mercati dei bond locali in Cina, grazie al lancio di una joint venture con un’azienda cinese. Il trend non potrà essere che questo.

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1 COMMENTO

  1. I tempi si stringono,e la previsione è che il Brasile supere l’Italia nel PIL già l’anno prossimo e che la cina sorpasse l’Usa già nel 2016,l’economia mondiale crre sempre più veloce…

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