Ieri, nei locali dell’Università LUISS di Roma, il prof. Lorenzo Infantino ha tenuto una lectio magistralis, sul pensiero e le opere di Friedrich August von Hayek, a 120 anni dalla sua nascita.  Ha illustrato Il contributo di Hayek alle scienze sociali ed economiche, inquadrandolo nel contesto storico degli anni prossimi alla seconda guerra mondiale, con dovizia di citazioni e piacevoli riferimenti aneddotici, sapendo cogliere l’attenzione e l’interesse dei numerosi presenti.  Grazie a Infantino e pochi altri, in Italia abbiamo potuto “scoprire”, a distanza di decenni, Hayek e la scuola di Vienna, ignorati dall’intellighenzia ufficiale dei parrucconi.  Il prof. Reichlin, intervenuto nel dibattito, si è chiesta la ragione del ritardo; forse non ha mai sentito parlare dell’egemonia culturale, pesantemente esercitata in Italia dal partito comunista, al quale mi pare non fosse estraneo suo padre.

Il percorso intellettuale di Hayek, come evidenziato da Infantino, è stato molto coerente e lineare.  Tutti gli approdi originalissimi del suo pensiero partivano dalla medesima premessa: l’idea di fondo, che si può sintetizzare nella formula della “conoscenza dispersa”.  Tutte le economie di piano, tutti i socialcomunismi, ossia tutte le pretese di programmare centralisticamente lo sviluppo economico, sono destinati all’insuccesso, perché la conoscenza centralizzata è di gran lunga inferiore alla conoscenza diffusa.  I mille particolari del mercato, le mille opportunità di investimento, le mille variabili di un equilibrio economico perennemente mutevole non possono essere cristallizzati nel sapere codificato di un solo soggetto.  L’organo centrale “onnisciente” non esiste, mentre la programmazione centralizzata lo presuppone; in questa “presunzione fatale” risiede la radice dell’inevitabile fallimento di tutti i tentativi di programmare l’ordine socio-economico secondo disegni politici precostituiti di ingegneria sociale.

Ne consegue che l’economia di mercato alloca meglio le risorse e raggiunge superiori risultati di produttività, rispetto all’economia pianificata.  La prima massimizza il risultato economico, a favore del consumatore, perché solo il feedback del mercato può dirci a posteriori se l’utilizzo delle risorse sia stato economicamente vantaggioso e dalle risposte negative del mercato gli operatori economici traggono le indispensabili indicazioni per allocare al meglio le risorse; la seconda minimizza il risultato economico, perché il programma politico non è flessibile ed, essendo temporalmente predeterminato, non tiene conto del feedback di mercato, ma persegue inesorabilmente i suoi scopi, fino al punto previsto nel “bilancio” dell’ente pubblico.

Qualcuno dalla platea ha osservato che il feedback di mercato potrebbe essere “tardivo”.  Bene: premesso che la perfezione non appartiene a questo mondo, sarebbe il caso di chiedersi se possano essere meno “tardive” le risposte politiche (si pensi che i famosi piani quinquennali dell’Unione sovietica, per definizione, rinviavano le risposte allo scadere del quinto anno); ma ancora più radicalmente, sarebbe il caso di chiedersi se la risposta politica, per sua stessa natura, sia ispirata al principio dell’utile economico (migliore allocazione delle risorse) oppure a quello dell’utile “politico” (consenso di talune categorie sociali).  Il prof. Infantino ha evidenziato la superiorità del modello hayekiano, osservando che gli interventi dell’autorità politica, volendo – ça va sans dire – “tutelare” una parte, inevitabilmente sottraggono risorse a un’altra parte, perciò distorcono la libera dinamica di mercato e producono inefficienza.  Egli ha sottolineato che sempre e comunque, nel medio-lungo periodo, se ne possono osservare gli effetti negativi; ma vorrei aggiungere che, anche nel breve periodo, gli effetti deprimenti sulla competitività di sistema sono abbastanza visibili e l’esperienza italiana lo dimostra quotidianamente.

I disastri economici dell’interventismo pubblico, giustificati ovviamente in nome dei buoni propositi di “tutelare” i deboli in tutte le possibili guise (ogni riferimento al c.d. reddito di cittadinanza è puramente casuale), si accompagnano purtroppo – come ammoniva Hayek e ripete da molti anni Infantino – al progressivo sacrificio della nostra libertà; sono tante lastre sulla “Via della schiavitù” (Hayek 1945).  La ragione può essere sintetizzata così: la società aperta si fonda sul nomos, ossia sulle norme generali e astratte, valide erga omnes, di origine consuetudinaria o anche deliberate dall’autorità politica, in sintonia coi principi vigenti nel tessuto sociale; l’ordine introdotto dall’interventismo dello Stato si fonda, invece, sulla disuguaglianza delle regole, pertanto è un ordine costrittivo, oltre che economicamente inefficiente.

Oggi il termine “legge”, specie in Italia, si presta a molti equivoci, giacché in questa nozione indistinta, che esprime solo la forma dell’atto e la sua provenienza dalle Camere, confluiscono cose alquanto diverse: sia regole di mera condotta, sia disposizioni dirette agli apparati burocratici (per esempio, la c.d. “legge di bilancio” non è altro che un programma di spesa della pubblica amministrazione).  Mentre le prime vincolano tutti i soggetti giuridici e, tra questi, il “legislatore”, le direttive che orientano l’attività amministrativa degli apparati burocratici partecipano della stessa natura esecutiva (ovvero amministrativa) dell’attività orientata; non istituiscono rapporti paritari tra i destinatari, ma legittimano l’esercizio della potestà amministrativa sui cittadini-sudditi.  Creando rapporti di sovraordinazione/subordinazione, restringono l’ambito della libertà ed espandono quello della costrizione.

Inoltre, le regole di organizzazione, impropriamente chiamate “leggi”, implementano il tasso di autoritarismo dell’ordinamento giuridico, per un’altra ragione: non avendo natura di regole astratte, perseguono fini concreti, che interferiscono con i fini individuali e suddividono la società in categorie e sottocategorie, per le quali vigono regole diverse.   L’ordine costruito in relazione a un fine concreto (che Hayek designa col termine greco taxis) non può che prevedere ruoli diversi e perciò regole diseguali.  Il fine di programma è raggiungibile solo con la coordinazione delle attività e degli apporti di ciascuno; ma, perché questo avvenga, è necessario diversificare i ruoli e le regole relative.  Come lo spartito del violoncello è diverso da quello del corno e tuttavia la coordinazione di suoni diversi dà luogo all’armonia finale della musica d’orchestra, così regole diverse per ruoli diversi danno luogo all’ordine costruito intorno a un programma e cioè intorno a una gerarchia di fini concreti.

Non è difficile intendere che l’ordine dell’orchestra e dei piccoli aggregati sociali concretamente finalizzati (taxis) non può essere esteso alla società aperta degli uomini liberi.  Infatti la libertà si nutre, in primo luogo, della facoltà di perseguire fini individuali, pertanto può essere garantita solo nell’ambito di un ordine di valori astratti (che Hayek chiama kosmos), essendo incompatibile con l’ordine concretamente finalizzato.  Sotto questo profilo, la pretesa dei dirigisti di ogni schiatta, tra i quali primeggiano i nostrani “progressisti”, animati dalle bellissime intenzioni di “tutelare” le categorie deboli, non è dissimile da quella del direttore d’orchestra che distribuisce spartiti diversi ai suoi musicisti.  La grande lezione di Hayek, impareggiabilmente riassunta dalle parole del prof. Infantino, ci mette in guardia dall’interventismo dello Stato, che si esprime attraverso una copiosa e invasiva legislazione particolaristica e frammentata: quando la legge valida erga omnes cede il passo alle regole d’organizzazione, valide per gli uni e non per gli altri, ancorché chiamate impropriamente “leggi”, muore il diritto e ha inizio la “via della schiavitù”.

Se dunque dal principio della conoscenza dispersa si inferisce la giustificata diffidenza nei confronti dell’autorità politica “onnipotente” e “onnisciente”, che “tutela” i sudditi e li guida verso mete predefinite, quale altro principio può fungere da limite all’invasività dello Stato, che amministra disuguaglianze sotto le mentite spoglie del “legislatore” egualitario?  La domanda sui limiti stessi della legge, posta già da Aristotele, non ha trovato ancora convincenti risposte, come ha evidenziato Infantino.  E’ noto che Hayek auspicava il passaggio dall’odierna democrazia a una nuova forma di Stato, che chiamava demarchia, caratterizzata dalla presenza di due camere, una preposta a emanare le norme valide erga omnes, l’altra preposta a controllare l’attività di governo e dettare le regole d’organizzazione dirette agli apparati pubblici.  In questo modo, si sarebbe “affrancata” l’attività legislativa dalle scorie amministrative e sarebbe emersa la netta subordinazione delle regole organizzative alle fonti legislative con efficacia erga omnes.   E’ evidente comunque che il suggerimento di Hayek non ha avuto grande fortuna, sicché rimane sempre aperta la vecchia questione “aristotelica” di porre un limite alla “dittatura” del legislatore, ancorché “democratico”.

A mio avviso, il più convincente criterio, che può fungere da limite culturale a siffatta invasività statalistica, ci viene dalla distinzione di Bruno Leoni tra diritto e politica.  Il dominio del primo è segnato dai rapporti inter pares; il dominio della seconda dai rapporti potestativi.  Secondo Leoni, l’unico vero potere è quello di comandare agli altri e non a se stessi; sotto questo profilo, l’attribuzione di emanare regole giuridiche valide per tutti non costituisce un vero potere, perché i componenti dell’assemblea legislativa, nel vincolare tutti, vincolano anche se stessi.  Solo quando le volontà sono squilibrate, si ha vero esercizio del potere; tale squilibrio si ravvisa solo nei rapporti tra l’autorità ammnistrativa e il cittadino.  Orbene, se si accetta la premessa che, nello Stato di diritto, l’esercizio della potestà è subordinato al diritto, è consequenziale ritenere che la politica non sia legittimata ad aggredire i rapporti inter pares, costituiti tra le parti senza alcuna coazione, ma debba riconoscere i diritti, nati in quei rapporti liberamente costituiti.  Pensate a cosa significherebbe applicare questo principio in Italia!

Siamo grati al prof. Infantino, che ci ha ricordato, con la sua splendida lectio magistralis, l’ineguagliabile contributo del grande maestro Friedrich August von Hayek alla cultura autenticamente liberale, sottolineando i grandi equivoci che si celano dietro il paravento della “solidarietà” e degli obblighi di “tutela”, sapientemente utilizzato dalla politica invasiva e dirigista, a detrimento della libertà individuale e del benessere collettivo.

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