Da circa un trentennio, cioè dalla fine dell’imperialismo sovietico e dal fallimento del cosiddetto socialismo reale, si è fatta strada una errata convinzione che il liberalismo avesse definitivamente prevalso sulle altre dottrine politiche, tanto che il grande intellettuale di origine giapponese,  Francis Fukuyama scrisse un libro di enorme successo dal titolo “La fine della storia”, che sarebbe stata rappresentata dalla vittoria della Democrazia Liberale. Successivamente i fatti, sempre testardi smentirono, almeno in gran parte, tale lettura. Due elementi dimostrarono che non era così. La globalizzazione determinò la fortuna, nonché il conseguente  predominio mondiale delle centrali finanziarie e bancarie, alterando i naturali equilibri del mercato, ma nulla aveva di liberale. In secondo luogo, la rivoluzione informatica col suo rapido sviluppo, consentì a pochi in grado di cavalcare il fenomeno innovativo, di costruire rapidamente volumi di profitto e ricchezze enormi, che in passato avrebbero imposto generazioni di lavoro ed impegno imprenditoriale da parte di interi gruppi illuminati e fortunati. Questi due fattori hanno ovviamente condizionato e tuttora condizionano tutte le attività del mondo contemporaneo ed in particolare la politica. Un tale regime di dominio finanziario e tecnologico dei mercati mondiali potrebbe essere classificato in quella che Croce definiva la categoria del turbo liberismo o dell’anarco capitalismo. Il liberalismo invece è per sua natura ostile alle concentrazioni di potere, che finiscono col dominare e condizionare, come constatiamo ogni giorno, l’intero pianeta, le sue fonti di finanziamento, il modo di organizzare il lavoro, il welfare e persino le abitudini quotidiane dei singoli. Un grande economista liberale, John Maynard Keynes, con intuito straordinario, lo aveva previsto quando ancora nessuno era stato in grado di immaginare un simile cambiamento. A Bretton Wood nel 1944, chiamato dalle maggiori potenze mondiali per risolvere i problemi economici che derivavano dalla precedente crisi del 1929 e dalla Seconda Guerra Mondiale, suggerì  una serie di strumenti. In primo luogo un organismo politico che potesse imporre delle regole per il mercato mondiale con l’obiettivo di scongiurare, come invece dopo puntualmente si verificò, la creazione di posizioni dominati in grado di  condizionare il mercato del globo o comunque di interi Paesi sovrani. In secondo luogo propose di istituire una moneta unica mondiale, il Bancor, al fine di evitare le bolle distorsive di ingenti quantità di liquidità stampate dai singoli Stati dal valore incerto, che determinavano un eccesso di fluttuazione dei cambi. Non venne ascoltato, o solo in parte. Si decise solamente di dar vita ad un sistema dollarocentrico di conversione di tutte le valute per gli scambi internazionali e che, quale garanzia di stabilità, il relativo valore sarebbe stato ancorato all’oro. Inoltre venivano istituite la Banca Mondiale, il FMI ed il GATT poi divenuto WTO. Nel 1971, a causa delle enormi spese per la Guerra del Vietnam,Il Presidente  americano Nixon a Camp David ne decise unilateralmente la sospensione e quindi, dopo lunghe trattative, dal 1973 si ritornò ad un sistema di cambi flessibili. Ovviamente da allora le varie monete fluttuarono, anche in maniera cospicua, creando enormi difficoltà e speculazioni, in quanto i valori di ciascuna valuta divennero virtuali e comunque determinarono un immenso volume  di debito degli Stati, che si avvia oggi a raggiungere le quindici volte del prodotto lordo complessivo mondiale.

Nonostante tali contraddizioni, la globalizzazione ed il liberismo più  brutale, nella vulgata di una politica incolta e di media servili, privi di autonoma capacità critica, sono stati identificati col liberalismo, mentre ne sono la negazione. La rivoluzione informatica, che ha sconfitto la carta stampata e la lettura, sia di libri che di giornali, ha prodotto a sua volta, come forma di semplificazione della politica, un populismo incolto, sempre alla ricerca dell’uomo del destino. Tutto questo ha ridotto i liberali autentici a trascurabile minoranza ignorata, rafforzando una logica amico nemico, che viene da lontano. Sin dal dopoguerra per i comunisti l’esistenza dei fascisti era necessaria (quindi se non c’erano, li inventavano) per non sentirsi esclusi dal contesto democratico in nome della unità ciellenistica. Altrettanto i neofascisti avevano bisogno dell’anticomunismo per trovare un terreno di condivisione con le forze moderate del centro, prevalentemente democristiano. I liberali erano malvisti per il loro rifiuto culturale del dover essere ontologicamente anti qualcosa, che non può appartenere a chi coltiva la religione del dubbio insieme a quella della libertà, teorizzando, secondo la fortunata espressione di Voltaire, di dover difendere fino alla morte il diritto di esprimere le opinioni diverse dalle proprie.

Il rigurgito antifascista di questi giorni, certo facilitato dagli atteggiamenti di Matteo Salvini, teleguidato da Putin con i suoi finanziamenti, è nient’altro che la necessità di ricostituire la logica amico nemico, che, dopo il crollo del socialismo reale, aveva perso parzialmente significato. Analogamente va interpretato il moralismo elevato a categoria politica superiore dei Cinque Stelle, motivati e forse, anzi quasi certamente, manovrati da un nuovo partito dei giudici. Con gli stessi metodi con cui si fece crollare la Prima Repubblica, oggi si tenderebbe a spazzare via tutto quanto sappia anche di politico, anche in modo annacquato e residuale, per andare verso il nuovo sole dell’avvenire dell’antipolitica,  divenuta metodo e sistema, in nome di un etica superiore, di cui i magistrati siano i sacerdoti, mentre gli analfabeti, raccattati negli angoli di spazzatura del M5S, ne siano gli esecutori obbedienti. Dopo averlo contrastato per tutta la vita, non potremmo non essere ferocemente ostili al nuovo tentativo di imporre lo Stato etico, in nome della diversità morale di ritorno di berlingueriana memoria, che è sempre un costante riflesso della sinistra italiana.

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