Lo spettacolo del Teatrino della politica italiana è sempre stato lo stesso dall’unità del Paese a oggi.

Con mere variazioni della tensione drammatica in alcuni momenti, i personaggi  sono sempre stati autoritari (sino a poter diventare dispotici) ispirati  sostanzialmente (per usare termini dotti) alla destra o alla sinistra dell’idealismo post-hegeliano o al cattolicesimo religioso.

Quando la gente era sembrata stufa di quelle “recite a soggetto” e cominciava a disertare i giardinetti pubblici dove la baracchetta del teatrino di carta pesta era installata (e ciò, quale che fosse stato il risultato della contesa, rappresentata sul proscenio, con reciproche randellate a gogò e uso di manganelli, di roncole e di altri oggetti contundenti da parte degli eterni “neri”  contro gli inestinguibili “rossi”, i pupari avevano avuto l’idea di ridurre a due il numero dei personaggi e di eliminare la scena del “Deus ex machina”, naturalmente “religioso”, che indossava ora l’abito talare nero ora la cappa purpurea cardinalizia per benedire con l’aspersorio e l’acqua “santa” l’uno o l’altro dei due contendenti, decretandone la vittoria.

I più anziani tra gli spettatori ricordavano che tale burattino, in passato, aveva sempre  tirato fuori dal  cappello rotondo o dalla tiara,  una volta uomini politici (come Pella e Tambroni) per tener buoni i destrorsi  e un’altra leader (come Fanfani e Moro) per accontentare i sinistrorsi.

Gli Italiani, però, dimostravano ancora di essere poco disposti a sorbettarsi la replica bicentenaria di uno spettacolo che risultava sempre più indigesto (anche se a lungo rimasticato) e sempre più prevedibile nei suoi eterni litigi e noioso e persino offensivo per la loro intelligenza.

La speranza dei burattinai era che quelli che disertavano lo spettacolo potessero essere sostituiti, prontamente, da altri spettatori  ugualmente infervorati, o con il braccio proteso in avanti come irrigidito da improvvisa paralisi o con il pugno stretto in modo minaccioso

L’idea di introdurre, nello spettacolo, il modulo di due “fratelli” (come i De Rege di cui ho già scritto su questo giornale), nella parte di “alleati”, che nonostante l’esistenza di stretti vincoli contrattuali, si sbeffeggiavano sul palcoscenico, era parso una geniale novità e, in effetti, aveva costituito una divertente trovata scenica.

Era durata un bel po’. Sul piano dei sondaggi elettorali essa, però, aveva, prodotto un cataclisma e avuto un effetto tragico per il Movimento Cinque Stelle:  Salvini era schizzato al trentasei per cento dei consensi e  Di Maio era precipitato, in caduta libera  intorno al venti (secondo Pagnoncelli).

E’ stato a questo punto che il meccanismo spettacolare s’è inceppato (ed è facile prevedere che sarà, con buona probabilità,  tolto di mezzo).

La  “spalla” Di Maio, anzi che svolgere il suo ruolo, per così dire “servente”  e offrire al capo-comico Salvini, con le sue proposte amene,  occasioni di battute fulminanti, ha cominciato a cambiare rotta: ha preso, lui, ad “attaccare” con fendenti verbali molto polemici e personali il partner principale e l’effetto “magico” della recita divertente è cessato. E’ ri-diventato il litigio di sempre, violento e senza esclusione di colpi.

In più, il giovane vice premier di Pomigliano d’Arco ha chiesto al suo amico presidente, Giuseppe Conte, di non starsene più nascosto nella buca dei suggeritore, di uscire allo scoperto e di salire sul proscenio per schiaffeggiare sonoramente Salvini davanti a tutti.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: la Lega, quando il suo bellicoso leader è sembrato, invece, pronto a offrire all’avversario l’altra guancia, ha perso sei punti percentuali; il Movimento 5 Stelle ha guadagnato poco ma, in tempi di magra, pur sempre qualcosa.

Fuor di metafora, ora gli osservatori politici tentano di fornire ai loro lettori delle possibili spiegazioni degli ultimi eventi e del capovolgimento prevedibile delle fortune elettorali.

C’è chi osserva che, dal suo canto, anche il leader della Lega  qualche “caccola” teatrale non proprio apprezzata dal pubblico l’ha commessa di suo, senza alcun merito dell’altro Dioscuro pentastellato. Vediamo quali.

a)Andava bene Fregoli, ma senza eccessi: il cambio ripetuto e ossessivo delle felpe toglieva autorevolezza al De Rege major; quello minor sembrava più serio, rassicurante, sempre in giacca e cravatta,  e ciò toglieva, in parte,  vis comica alle sue amenità.

b) Poteva passare anche la passione per le armi, ma quella libidine non doveva divenire incontrollabile sino al punto di fare imbracciare al felpato leader un mitra e rivolgerlo, da una foto, contro gli spettatori.

c) L’idea di punire la Capitale italiana, considerata universalmente la città più bella del mondo e amata da tutti gli abitanti dello Stivale (tranne pochi) e da moltissimi stranieri, tagliandole i fondi, somigliava troppo al desiderio di Umberto Bossi e dei suoi patetici milites dell’Armata “Brancaleone” dei Cavalieri Celtici della Padania. L’idea di compiere una seconda Marcia su Roma andava assolutamente scansata!

d) Anche la voglia di ripristinare le Province di cui gli Italiani pensavano, invece, di liberarsi in modo più radicale non era parsa una trovata proprio geniale!

e)Dulcis in fundoera apparso imperdonabile l’errore di pensare che si potesse fare politica in Italia, senza subire l’effetto di  contraccolpi giudiziari, sempre in agguato.

Conclusione: Allo stato, crisi o non crisi di governo alle porte, il battibecco sul palcoscenico della politica, tra Salvini e Di Maio come quello dei due fratelli torinesi deve ritenersi  finito.

I Dioscuri, alleati e litiganti,  non hanno potuto introdurre il “numero”, pure annunciato, della massima Autorità dello Stato che interviene come paciere tra di loro (e ciò, forse, per il ricordo della costante presenza  nella vecchia pantomina italica di una forza sedicente super partes che riusciva sempre a barcamenarsi tra neri e rossi).

E’ molto prevedibile che passeranno a insultarsi in modo sempre più indecoroso, scalmanato, urlando e perdendo, entrambi, ulteriori consensi a beneficio dei vecchi protagonisti del “decennio nero” (non v’è mai fine al peggio!).

Gli Italiani, quelli più ottimisti, sperano almeno che la esasperante recita  muterà quando nei giardinetti pubblici arriveranno davanti al Teatrino di carta pesta a fare da spettatori  i nipoti dei pronipoti, cresciuti in un ben diverso ambiente dove non sia stato  più possibile trovare manganelli, roncole, falci, martelli ed aspersori.

 

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