E’ una caratteristica del mondo globalizzato: le masse si mobilitano per obiettivi astratti, universalistici, cosiddetti “umanitari” e praticamente irraggiungibili. Nessuno dei partecipanti a quelle affollate manifestazioni si preoccupa minimamente della realizzabilità delle istanze che sono proclamate, a gran voce, come irrinunciabili, inalienabili, ineludibili.  Si scrivono parole di fuoco su  mega-striscioni multicolori (mentre, peraltro, si canta e si danza) ma la vera causa causatinon è mai approfondita.

Sta di fatto che più sono astratte, fumose e fantasiose le motivazioni di politica sempre rigorosamente planetaria e globale, più la gente scende nelle piazze e s’infervora nella protesta.

Per esempio,  alle manifestazioni pacifiste lo sventolio nelle piazze di bandiere “arcobaleno” è di grandioso effetto, il colpo d’occhio è suggestivo.

Nessuno, però, si chiede e pone a sé e agli altri  il problema  se non siano proprio i conflitti insanabili e feroci tra differenti religioni e tra etnie dai costumi di vita opposti i maggiori responsabili di una guerra permanente che da duemila anni infesta l’Occidente e non solo esso. Una incisiva ricerca delle cause dividerebbe la moltitudine che, nella sua complessità, è rappresentativa degli stessi contrasti che producono le guerre (ebrei, cristiani, islamici, per fermarsi alle credenze più numerose).

Lo stesso vale per le manifestazioni per il clima. Chi vi partecipa sa che la distruzione dei dinosauri fu dovuta a mutamenti climatici sul Pianeta certamente non imputabili a inquinamenti delle fabbriche per ciminiere fumanti e/o a rifiuti tossici scaricati nei fiumi, ma non rinuncia a dire la sua contro i fenomeni citati, asserendo, peraltro anche a ragione, la loro negatività e il nocumento che possono procurare agli esseri umani. E ciò, a dispetto del fatto che la vita umana si è notevolmente allungata rispetto a quella dei nostri progenitori che respiravano aria pura e che certe ondate di freddo contro-stagione (di cui subiamo le conseguenze a termosifoni spenti) non avallano l’asserzione di un progressivo riscaldamento del Pianeta.

La gente che scende in piazza intende ignorare che i fattori climatici in un Cosmo di miliardi di corpi celesti di varia dimensione, possano essere difficilmente attribuiti agli sbuffi di ciminiere di apparati industriali che, pure se in forte crescita, coprono una parte  limitata di un Pianeta, la Terra, che è, per suo conto, di infinitesimale piccolezza nel quadro globale dei tanti infiniti scoperti dall’uomo. C’è, peraltro, chi sostiene che i cambiamenti climatici, nella complessità dei movimenti cosmici, dipendono con buona probabilità da ben altro che dai segnali di fumo denunciati dagli ecologisti che, peraltro, secondo malevoli voci, sarebbero misteriosamente iper-finanziati

Quella stessa massa che scende in piazza con striscioni e cartelli per acclamare Greta Thurnberg e scattare selfie con il cellulare (per dire ad amici e conoscenti “io c’ero!”) sa pure che difficilmente si riusciranno a impedire tali eventi dannosi e che la sua lotta, pertanto, rischia di essere come quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Il problema è complesso ma le masse scendono comunque in piazza e nelle strade numerose e compatte. Chi paga tali mobilitazioni?

E’ di oggi la notizia dell’impegno economico notevole in favore della causa ambientalistica che sta a cuore alla ragazza sedicenne svedese e ai suoi fan follower di due grandi Istituti di credito di rilevanza mondiale.

Non meraviglia, quindi, che leader politici intelligenti, perspicaci  e capaci abbiano dimostrato di saper prendere le distanze dalle reboanti parole dei costosi convegni sul clima, considerandoli messaggi molto interessati dei fautori di un capitalismo meramente monetario contro i produttori di manufatti industriali nel mondo.  E’ fin troppo chiaro che chi si ripromette di avere risultati favorevoli da una certa politica economica  non badi a spese anche per mascherare meglio le finalità del proprio impegno.

A dispetto delle tante (troppe?) fumisterie che incoraggiano le masse a impegnarsi in adunate oceaniche,la gente, invece, non scende in piazza per problemi concreti, anche di drammatica evidenza: come per esempio la corruzione e l’incompetenza dei governanti nei singoli Paesi. Nelle città non si vedono striscioni con le scritte: “BASTA CON LA CORRUZIONE! ABBASSO I POLITICI INCOMPETENTI E IGNORANTI!”

Anche se in Italia tale fenomeno va assumendo sempre di più proporzioni che si dovrebbero considerare inaccettabili, i nostri quidam de populo accettano, invece, se non di buon grado,  fatalisticamente la disgrazia di essere così malamente rappresentati e se ne stanno rincantucciati a casa ad ascoltare, in televisione, le notizie degli arresti di amministratori pubblici, centrali e locali, presi con le mani nel sacco e le “panzane” degli uomini politici al governo o all’opposizione cui pure, in una direzione o nell’altra, hanno dato il loro voto. Perché?

Secondo George Bernard Shaw, nella democrazia, alle masse sarebbe offerta la possibilità di sostituire l’elezione di molti incompetenti alla nomina di pochi corrotti. Secondo me, nell’Italia democratica, la scelta popolare di molti incompetenti non è mai disgiunta dalla nomina successiva di tanti corrotti ai posti di comando.

C’è da chiedersi il perché di tale condizione che non è, di certo, soltanto italiana ma che nel Bel Paese può essere  messa più in risalto che altrove per il ripetersi degli scandali (mai eliminati dal succedersi, anche ravvicinato, di competizioni elettorali).

In ogni Paese democratico, il popolo (demos) che abbia pienezza del suo diritto di scelta, fa in modo che a rappresentarlo in Parlamento siano i connazionali che egli ritiene i più onesti, specchiati e intelligenti. Esso sa che soltanto in tal modo, selezionando, cioè, i candidati da eleggere tra i migliori individuabili nella società civile, si può tentare di  combattere la corruzione e di avere una buona amministrazione della res publica.

Ciò, però,  non diventa possibile, quando, come avviene in Italia, la scelta degli uomini politici da far votare al popolo la fanno i segretari di partito che sono indotti, ovviamente, a preferire nei candidati altre caratteristiche, prevalentemente di segno opposto: quelle che, poi, consentono, purtroppo, ai magistrati di essere gli unici arbitri della situazione politica italiana, “beccando” nel momento giusto (che quasi sempre coincide con una fase pre-elettorale) i “corrotti” da mandare sulle prime pagine dei giornali per gettare discredito sulle forze politiche che li esprimono.

Il problema di avere la facoltà di scegliere i propri rappresentanti politici senza l’intermediazione ostativa dei partiti non riguarda questo o quel partito, ma tutti i cittadini italiani che dovrebbero scendere in massa nelle piazze per reclamare il ripristino di un loro diritto fondamentale, essenziale per il mantenimento della vita democratica e per una lotta  efficace alla corruzione (oltre che per avere uomini di governo capaci ed efficienti).

Cominciare a eleggere governanti di provata correttezza morale e di perspicace intelligenza significherebbe porre fine anche ad un’altra anomalia italiana: lo strapotere dell’ordine giudiziario e la sua vocazione alla supplenza in tutti i gangli più importanti della vita collettiva italiana.

Con uomini politici corrotti e incompetenti giudici e pubblici ministeri “vanno a nozze”: il loro super-potere potrà durare in eterno. Contro persone oneste, intelligenti e colte le loro armi si spunterebbero inesorabilmente.

Domanda: procedere a una riforma del loro Ordine non sarebbe più importante di qualunque altra disfunzione italiana?

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