L’impoverimento della percezione della gravità della sanzione penale ha come causa, certamente, l’asservimento continuo dello strumento giuridico alle logiche promozionali. L’abbrutirsi del dibattito elettorale e il rafforzamento della politica per slogan impressionistici, lanciati sulle piattaforme digitali, ha trovato nella minaccia dell’inasprimento delle sanzioni o dell’introduzione di nuovi reati un utilissimo congegno di accrescimento del consenso. Invero, ciò non è fenomeno sconosciuto nel nostro paese, né unicamente collegato alla emersione della nuova società virtuale. La promozione di simboli  da tutelare e l’alimentazione (si veda bene, non recezione) dell’allarme sociale verso determinati aspetti della vita umana avveniva già alla fine del XX secolo. Sarebbe tuttavia naïf non avvedersi della potenza comunicativa di cui sono capaci oggi le strutture partitiche e, nello specifico, della forza orientativa di cui il singolo soggetto politico può usufruire per convincere individui dotati di scarsa capacità critica. Auspicare la riscoperta di un certo decoro della dialettica politica risulta, a dire il vero, poco efficace. Crediamo allora necessario che giuristi e intellettuali in genere si adoperino affinché l’architettura concettuale del sistema non venga riempita di significati inaccettabili. L’impegno, nella riscoperta dei valori fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, deve provenire anzitutto dal mondo intellettuale e, nello specifico, da quello universitario. È bene prendere coscienza della sterilità dei dibattiti accademici chiusi in se stessi. O meglio, dell’inutilità di un’attività dialogica unicamente settoriale. Il giurista deve riscoprire e improntare la propria attività verso un impegno “civile” di sensibilizzazione; deve comprendere che nella società virtuale si verifica giornalmente la situazione paventata dal compianto Umberto Eco: ossia che «legioni di imbecilli» prendano parola «così come può farlo un premio Nobel». La forza comunicativa della piattaforma social deve essere studiata e adoperata dal giurista che abbia a cuore la salute del sistema giuridico come sistema di valori. Si può pensare insomma, alla luce di una visione integrata del reale, che più che le critiche mosse dal retro di una cattedra universitaria, valgano le attività accademiche che acquisiscano una dimensione social. Ben vengano allora le riviste giuridiche on line che sfruttino, per accrescere l’utenza, pagine su piattaforme di social network, di “rinvio” al sito web, soprattutto attraverso la pubblicazione su social media di abstract, estratti, informative (v. ad es. www.giurisprudenzapenale.it, cui è riferita un’omologa pagina Facebook). Ciò non basta. Il giurista, in tale contesto virtuale, deve porsi come interlocutore dialettico delle forze politiche: egli deve comprendere come la potenza del mezzo di comunicazione non abbia eguali nella storia delle società umane. Proponiamo che le Università si dotino di strumenti virtuali idonei a raggiungere la massa dei consociati e a veicolare, con facilità, considerazioni che provengano da individui competenti. Ovviamente, non si vuole di certo affermare che la missione del giurista sia quella di contrastare una o l’altra forza politica. Ma, certamente, suo compito è quello di dialogare con le forze politiche di maggioranza che detengono il potere di indirizzare, verso talune scelte, il Parlamento. Una piena attuazione del ruolo del giurista, in tal senso, potrebbe spingere il legislatore a una maggiore valutazione delle prospettive generali (nel verso strutturale); essa, inoltre, può arginare la «tirannia della maggioranza» virtuale: una maggioranza ottenuta, solitamente, attraverso il certosino sfrondamento delle informazioni da divulgare e su cui basare il programma elettorale.

È possibile allora che una mentalità pienamente strutturale ispiri il legislatore nella fase genetica delle fattispecie incriminatrici. Per strutturale si intende quel metodo di indagine che si ispiri allo strutturalismo tipico delle scienza sociali: considerare la struttura (ossia l’oggetto di studio) come unità concettuale: questa sola veste di significato gli elementi componenti la struttura, attraverso relazioni interdipendenti.

In aggiunta, sarebbe opportuno costruire una interlocuzione stabile fra istituzione parlamentare e mondo intellettuale, in termini interdisciplinari. Potrebbe comportare interessanti benefici, ad esempio, il mettere in contatto, anche per le scelte di politica criminale,  una pluralità di saperi e di competenze, capace di sottoporre al legislatore la complessità del reale, senza arbitrarie restrizioni di questa. Un’interdisciplinarietà ex ante che informi l’organo competente a produrre diritto di tutte le variabili, che, eventualmente, possono interessare la scelta punitiva. Così ragionando, il mezzo virtuale può sviluppare le sue componenti positive: ad esempio, si potrebbe pensare a piattaforme digitali, ad accesso codificato, che mettano in contatto Università e Parlamento, nelle quali il legislatore proponente avrebbe possibilità di immettere la propria bozza di legge e renderla disponibile al circuito accademico, stimolando il dibattito critico e impegnando anche la comunità studentesca, in modo trasversale, nello studio di questioni concrete, su richiesta del comparto docenti. Ci rendiamo conto della eccentricità di queste proposte. Ma in una visione strutturale si devono tener da conto anche i risvolti più pratici collegati alle elucubrazioni più astratte.

 

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