Al Ginnasio, avevo appreso, dal mio insegnante di Storia, che la grandezza, lungimiranza e chiarezza politica degli Inglesi, divenuta palese al mondo e produttiva di effetti positivi dopo i secoli bui del Medio-Evo, dipendeva, a suo giudizio, dal fatto che la Gran Bretagna aveva preso come esempio e modello, magari anche senza averne piena consapevolezza, l’antica Roma del periodo Repubblicano. Una Roma, cioè, ancora pagana e sensibile alla filosofia greca soprattutto presocratica empiristica e pragmatica, che non aveva ancora subito la massiccia e stravolgente immigrazione mediorientale di ebrei e di cristiani.
Con il passare degli anni, leggendo le opere di tutti gli scrittori che si erano occupati della crescita e del declino dell’Impero Romano (soprattutto Mommsen e Gibbon), quell’insegnamento, che mi era stato, (invero, alquanto apoditticamente) solo enunciato, era divenuto per me fonte di una meditata convinzione.
Sono divenuto sempre più persuaso, con gli anni, che a fare la differenza tra i Britannici e gli altri Europei sia stata la diversa fortuna che il De Rerum natura di Tito Lucrezio Caro (dopo il rinvenimento del manoscritto del libro da parte di un monaco in uno sperduto convento e la sua successiva diffusione) aveva ricevuto in Inghilterra rispetto agli abitanti della parte continentale dell’Europa.
In Italia, per limitarci a qualche esempio, la lettura e la condivisione di tale opera aveva portato disgrazia sia a Niccolò Machiavelli, sia a Giordano Bruno, sia a Galileo Galilei. Il primo era stato considerato un ignobile cinico a causa delle sue teorie distintive tra politica (cura degli affari della polis,compresa la pace sociale) e morale (cura dell’anima individuale, soprattutto per fini ultra-terreni); il secondo era stato condannato dalla Chiesa come eretico e bruciato sul rogo a Campo dei Fiori; il terzo deriso e vilipeso e condannato a trascorrere il resto dei suoi giorni dietro le sbarre di un carcere.
In Gran Bretagna, invece, quel prezioso volume aveva consentito, da un lato, la fioritura della più potente e profonda drammaturgia occidentale (William Shakespeare e i tragici Elisabettiani) e dall’altro la nascita di un nuovo empirismo filosofico (a partire da John Locke). Aveva trovato un contesto sociale ostile soltanto, nella sfera più intima e privata, a causa di un puritanesimo di costumi, asfittico e afflittivo, ignoto all’antica Roma pagana.
Per sottolineare la differenza, basta ricordare che ancora oggi, in Inghilterra, l’avventura extra-coiniugale di un leaderpolitico può estrometterlo dal novero delle persone per bene anche se la sua affidabilità politica non è in discussione; nell’antica Roma, felicemente libera sotto tale profilo, Cicerone poteva dire che Cesare, il fiero condottiero, era stato il marito di più mogli e la moglie di più mariti, senza con ciò avere alcuna possibilità di “decretarne” la “fine politica.
Ciò che nell’epoca Vittoriana è avvenuto in Gran Bretagna è sintomatico: chiunque brillasse per intelligenza e causticità di giudizio, se non casto e soprattutto se incauto, poteva essere additato al pubblico ludibrio.
Per limitarsi a u solo esempio: uno dei figli intellettualmente più vivaci e sorprendenti di Albione, Oscar Wilde, aveva dovuto subire un ostracismo degno dei tempi più bui del lontano Medio-Evo o della feroce Inquisizione spagnola.
Ho capito, allora, dopo un certo periodo di tempo di riflessione che era stato il protestantesimo anglicano-calvinista, a fare la differenza tra la Roma Repubblicana e il Regno Unito di Gran Bretagna.
In altre parole non erano bastati né gli atti ribellione di Enrico VIII né le azioni belliche di Elisabetta I (l’invincibile Armata spagnola colata a picco nelle acque della Manica) per impedire la permanenza nelle Isole Britanniche di residui massicci di sessuofobia mediorientale.
Sotto il profilo della morale privata, gli Inglesi erano restati (e nelle generazioni più anziane lo sono ancora) avvinghiati all’idea irrazionale, innaturale e psicologicamente distruttiva del peccato, di pura origine religiosa.
Il loro empirismo filosofico non si era spinto sino a raggiungere i suoi limiti logici e naturali: non era riuscito a far comprendere, a tutti, il contro-senso che in un mondo monistico fatto di miliardi di corpi ruotanti nel vuoto del Cosmo, con possibilità di altrettanti e forse più miliardi di esseri viventi, l’idea stessa di una divinità attenta alle fornicazioni del solo “genus” umano della Terra (gli animali potevano, per communis opinio, copulare liberamente) fosse, quanto meno, discutibile.
C’è chi osserva che essendo la maggioranza degli esseri umani costituita da pavidi, la mancanza di coraggio riuscirebbe e a mettere knock out anche l’intelligenza.
Per giungere a un’ammirazione per l’Inghilterra senza subirne il ridimensionamento derivante dalla constatata mentalità puritana di molti suoi abitanti, occorre prendere in esame il pensiero e l’azione di un suo figlio, ateo e anticonvenzionale come Winston Churchill, un vero cane sciolto (maverick) nel benpensantismo aristocratico e alto-borghese britannico della prima metà del “secolo breve”.
Allergico a ogni dottrina assolutistica e dogmatica, sia di natura religiosa sia di origine filosofica, Sir Winston, memore della storia degli Orazi e dei Curiazi dell’antica Roma, aveva capito che le due “disgrazie” del Novecento, prodotte dall’idealismo tedesco (e dal “naturale” connubio con la dottrina cristian), “le teorie del compagno Trotskj e del dottor Goebbles” erano ugualmente pericolose per l’Umanità, ma andavano combattute una per volta.
Vittorioso contro la Germania di Hitler, Churchill a Fulton (nel 1946) con un memorabile discorso sulla “cortina di ferro”, aveva dato, praticamente, inizio alla guerra fredda; quella che, nella sua speranza di liberale a tutto tondo, avrebbe dovuto portare al crollo della seconda nequizia assolutistica del secolo breve, il comunismo.
Da un ateo convinto come lui, ci si sarebbe potuto aspettare, se fosse vissuto più a lungo, un terzo conflitto, magari solo di pensiero, per sconfiggere quello che lui avrebbe considerato l’ultimo cancro dell’umanità, quello del fideismo acritico e irrazionale che alimenta da due millenni guerre fratricide, cruente e feroci.
Purtroppo, però, di Churchill s’è perso lo stampo anche nelle isole britanniche.
Anche se il vantaggio delle democrazie empiristiche e pragmatiche rispetto a quelle idealistiche e astrattamente universalistiche è quello di poter concentrare l’attenzione dei leaderpolitici su poche questioni di rilievo pratico assorbente, se un vero leadernon nasce c’è ben poco da fare.
E, ai nostri tempi e per i problemi che ci affliggono oggi in Europa, in Inghilterra è nata Theresa May e non di certo Donald Trump, anch’egli anglosassone ma del Nuovo Continente.
Oggi, una battaglia contro l’inquinamento della politica (=cura della polis) da parte della Fede (= lotta per l’affermazione del Bene nell’Universo) non avrebbe potuto essere combattuta neppure da una Margareth Thatcher, donna di grande tempra (Iron Lady) ma dai solidi principi religiosi del protestantesimo metodista.
Il problema, infatti, non sarebbe quello di scatenare attualmente, con le armi da fuoco, l’ennesima guerra di religione (idest, cristiani contro mussulmani) ma di mobilitare, invece, le intelligenze umane, perché si oppongano, con le armi del pensiero, all’obnubilamento della ragione provocato da ogni idea con pretese di letture metafisiche della realtà.
Il problema di politici lungimiranti dovrebbe essere quello di lottare per diffondere l’uso della ragione e del raziocinio e per evitare che gli esseri umani cadano vittime di passionalità fanatiche. Esse, infatti, portano inevitabilmente all’autodistruzione del genus sul Pianeta.
Dall’esempio di Churchill, gli Italiani potrebbero apprendere un insegnamento di metodo: risolvere un problema alla volta.
Il grande Statista britannico pose all’attenzione dei suoi connazionali prima il tema della difesa dell’Europa dal Nazismo (e su questa battaglia ottenne il consenso per condurre vittoriosamente la sua guerra) e poi quello dell’influenza nefasta del bolscevismo (e diede sostanzialmente inizio alla “guerra fredda”).
Oggi nel Vecchio Continente, la piovra rappresentata dai due degenerati figli dell’idealismo tedesco (il Nazi-fascismo e il Social-comunismo) è stata sostituita (ma non del tutto, perché i post-fascisti e i post-comunisti permangono) dal mostro dell’immigrazione selvaggia e clandestina ancora una volta alimentata da Paperon dei Paperonidell’Occidente che hanno indossato le vesti di nuovi schiavisti del terzo millennio, pur conservando le uniformi borghesi di banchieri insediati a New York, a Londra e a Bruxelles.
Contro il rischio di una terza “mediorientalizzazione” del Vecchio Continente (idest, quella islamica) la parola d’ordine dovrebbe essere una sola: combattere questo nuovo schiavismo che tenta di mimetizzarsi da benefattore dell’umanità povera, cancellando l’impronta nazistica con le parole “buoniste” del catto-comunismo. E ciò al deprecabile fine di portare nuovi servi in Europa, a beneficio e sostegno di una zoppicante industria manifatturiera.
Gli altri problemi (tasse, crescita, investimenti), pur gravissimi, dovrebbero, per forza di cose, passare in seconda linea: salus rei publicae suprema lex est.
Se tutta la prossima campagna elettorale per il Parlamento Europeo fosse impostata su questa unica linea, le sorprese eclatanti e clamorose non mancherebbero.
Certo, con un Winston Churchill in trincea, al posto di Theresa May (che pur con le sue truppe incerte e malferme prenderà parte alla competizione elettorale europea) le cose si presenterebbero meglio non solo per la Brexitinglese (che resta un fatto positivo di liberazione dal servaggio dei rappresentanti dell’alta finanza, anche se non si riesce a portarla a conclusione nel modo migliore, per la pavidità di molti Inglesi), ma per l’intero Occidente, vittima da secoli di ciarlatani della politica dislocati in vari Paesi e sedi internazionali, che, parlando sempre e ossessivamente del Bene dell’intera umanità, stanno conducendo a un Male irreversibile i propri, rispettivi abitanti.

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