Ogni anno di questo periodo in RAI si ripropongono i balletti sulla programmazione dei palinsesti, i valzer sulle nomine e i tira e molla sui rinnovi dei contratti; fioccano le dichiarazioni dei politici e degli opinionisti sulla ”importanza del servizio pubblico”, sulla necessità di “garantire il pluralismo dell’informazione” e sull’obiettivo di tutelare “i cittadini che pagano il canone”.

Da una parte troviamo chi vuole ‘bilanciare l’informazione’, che tradotto significa cacciare chi non si allinea, e dall’altra chi grida all’epurazione e alla ‘mortificazione della libertà di stampa’ per ottenere un contratto migliore e sotto la protezione dei partiti e della stampa amica.

Sulla situazione di stallo attuale c’è da dire che non è accettabile che, nel solo interesse politico dei partiti di maggioranza, la RAI si privi dei conduttori e delle trasmissioni che fanno più ascolti e che permettono più introiti pubblicitari. Anche se la maggior parte di esse ha un evidente indirizzo politico, l’obiettivo di un’azienda che ha a cuore i propri interessi e quelli degli utenti (che in teoria coincidono) dovrebbe essere quello di agire per addizione e non per sottrazione, quello di prevedere format con punti di vista differenti che concorrano con i vari Santoro, Floris, Gabanelli, Fazio e Dandini sia per qualità che per ascolti e non quello di cacciare chi non è allineato.

D’altro canto però bisogna sottolineare l’ipocrisia di chi è entrato in RAI grazie agli appoggi politici ed è pronto a fare la parte del martire per la libertà d’informazione e la democrazia solo quando sono ‘gli altri’ a comandare, di chi non sopporta le prepotenze di una parte ma non è disposto a rinunciare alla protezione dell’altra. Liberare la RAI dalla politica vuol dire sia spezzare i lacci che opprimono la libertà sia rinunciare alle tutele dei propri protettori e queste considerazioni che sembrano banali non lo sono affatto in un’azienda in cui la decennale  pressione politica ha prodotto un’informazione militante; liberare la Rai dalla politica vuol dire eliminare il tetto agli spot che le impedisce di aumentare la raccolta pubblicitaria e che è un sussidio indiretto a Mediaset (dai dati Agcom la RAI con circa il 41% degli ascolti controlla il 24% della pubblicità, Mediaset con il 38% di ascolti ne controlla il 56%), ma anche rinunciare a quella tutela e a quel sussidio che è il canone (che permette alla politica di indirizzare l’informazione con i soldi dei contribuenti).

Nella sua relazione al Parlamento l’Agcom, per evitare il declino della RAI, ha manifestato la necessità di “una riforma scomoda che non piace ai partiti che albergano nell’azienda e che non piace ai concorrenti che mal vedono una Rai più competitiva”. Visto che siamo in tempi di esaltazione del referendum, vale la pena ricordare che quella riforma ‘scomoda’ e coraggiosa è stata votata nel ’95 quando gli italiani, proprio attraverso un referendum, chiesero a gran voce la privatizzazione della RAI. E se la discussione ripartisse da lì?

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3 COMMENTI

  1. Buongiorno, io non guardo mai i cosiddetti talkshow, perché mi sembrano una perdita di tempo. Credo che i politici, invece di partecipare a queste trasmissioni ed azzuffarsi come fossero ad una partita di calcio, farebbero meglio ad essere maggiormente presenti in parlamento e nelle altre istituzioni pubbliche, per il bene di tutti gli italiani. Invece vedrei meglio le “vecchie” ma pur sempre attuali, tribune stampa, con un moderatore che pone dei quesiti ed i rappresentanti dei vari partiti che rispondono solamente a quelli. Più che di privatizzare la Rai, io credo sia indispensabile stabilire cosa essa debba essere. L’attuale situazione di “ibrido” non è il massimo. O rimane pubblica, e si sostiene unicamente con il canone (rinunciando a programmi commerciali e ai relativi sponsors), oppure diventa commerciale, rinunciando al canone. Però poi, la cultura da chi sarà garantita? Ci dovremo “fiondare” 24 ore al giorno su internet?

    • Fabrizio sono d’accordissimo con te tranne che sull’ultimo punto: pensi che la cultura sia garantita dal canone? pensi che la cultura sia garantita dallo Stato (e per forza di cose dalla classe dirigente che esprimiamo)? o pensi che bisogna liberare la società per farle esprimere le energie in ebollizione tappate dal coperchio dello Stato? Se come me non guardi la televisione di Stato e preferisci internet, allora vuol dire che lla cultura, come dimostra la rete, se la sa cavare da sola e ha bisogno di ‘protettori’ molto meno di quanto pensiamo…

      • No, Luciano, la cultura è un bagaglio che ogni cittadino si crea autonomamente, confrontando le varie fonti che ha a sua disposizione. Io mi riferivo unicamente all’obbligo morale di una televisione di stato, nel mettere a disposizione di ogni cittadino, le fonti per potersi creare una cultura vera e propria. Per esempio, negli anni ’80, mentre ero in vacanza al mare (per otto anni sempre nello stesso posto) avevo preso l’abitudine di acquistare due quotidiani diversi, ogni giorno. Così ho potuto mettere a confronto le varie opinioni. Il canone non c’entra nulla o quasi con la cultura. E’ solamente una questione di stile: o il canone o la pubblicità, con le conseguenze del caso.

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