L’idea degli Stati Uniti d’Europa non nacque nel secondo dopoguerra ma è una suggestione che ha radici nel XVIII secolo. La prima opera compiuta sulla costruzione dell’Europa fu scritta da Saint-Pierre: “Progetto per rendere la pace perpetua” nel 1713. In essa, l’autore esprime la necessità di un’alleanza permanente di tutti i sovrani d’Europa, guidata da un Senato europeo, in rappresentanza perpetua degli Stati. Tutti i sovrani avrebbero dovuto sottomettersi al Senato, contribuire finanziariamente all’associazione e fornire uomini per la formazione di un esercito europeo comune, in grado di intervenire contro chi non si fosse piegato o non avesse rispettato le regole comuni. L’idea di Saint-Pierre fu ripresa da Rousseau, che considerava il progetto interessante, ma utopico fino al momento in cui non si fosse realizzata la rivoluzione democratica, da lui auspicata, in grado di cambiare radicalmente la natura degli Stati europei.

In Italia, il Risorgimento fu il periodo cruciale per lo sviluppo dell’idea di Europa, ossia proprio quando si stava formando il programma nazionale italiano, i valori e gli ideali sovranazionali permearono le correnti in lotta per l’unità d’Italia. Al centro di questo fermento intellettuale si trova il pensiero di Mazzini. Il suo ideale supremo era l’unità del genere umano e la fratellanza tra i popoli e, nonostante abbia dedicato la sua vita alla lotta per l’unità d’Italia, sostenne l’esigenza di un’Europa unita, quale tappa fondamentale per il futuro dell’intero genere umano. Però Mazzini non dette mai all’Europa la forma di un progetto definito; la sua idea si avvicinava molto a quella che sarebbe stata poi la Società delle Nazioni, dato che prevedeva un’organizzazione che rappresentasse l’Europa unita, all’interno della quale doveva essere però garantita l’indipendenza assoluta delle singole nazioni.

Gli eventi che si susseguirono nel primo dopoguerra europeo convinsero ancor di più molti dei più grandi pensatori e filosofi politici che lo Stato-nazione entrava, ormai, in una crisi profonda e irreversibile. La decadenza della forma Stato che aveva dominato dalla Rivoluzione francese in poi era dovuta soprattutto ad una civiltà che non si rispecchiava più in determinati valori, e l’Europa del XX secolo ne era un perfetto esempio con tutti gli autoritarismi che stavano acquisendo sempre maggior potere. Alla radice di questi fenomeni vi fu una fusione di Stato e nazione, che creò una miscela esplosiva e provocò la nascita di tendenze dittatoriali all’interno dello Stato e di tendenze aggressive a livello internazionale. Le cause dell’imperialismo erano date dalla sovranità statale e dall’anarchia internazionale. La causa più specifica dell’imperialismo nell’epoca delle guerre mondiali si può identificare nella crisi del sistema europeo degli Stati. Tale crisi era stata causata dall’internazionalizzazione del processo produttivo, che aveva spinto ogni Stato a cercare di indebolire il suo vicino attraverso il protezionismo e ad ampliare lo spazio economico sotto il controllo di ciascuno di loro, spingendo la Germania a dichiarare guerra al fine di ottenere l’egemonia sull’intero continente. In merito al fascismo, esso costituisce il punto di arrivo dell’evoluzione storica dello Stato nazionale, l’espressione delle tendenze belligeranti e autoritarie dormienti nella sua struttura chiusa e centralizzata, che si diffuse con la recrudescenza della lotta per il potere in Europa. A livello economico e sociale, il fascismo viene visto come la risposta totalitaria e corporativa alla stagnazione economica di un mercato le cui dimensioni erano inadeguate allo sviluppo di tecniche di produzione moderne; una risposta alla disintegrazione della società, che viene ridotta a un campo di battaglia tra interessi corporativi; all’esigenza di eliminare le divisioni sociali, che indeboliscono la capacità dello Stato di difendersi; e alla necessità di adeguare il sistema produttivo alle necessità di un’economia di guerra.

Ciò che non si è mai messo abbastanza in evidenza nella letteratura storico-politica è che il passaggio dagli Stati nazionali al sistema federale europeo comporta una trasformazione materiale di grande rilevanza, con un notevole cambiamento sociale di base. Lo Stato nazionale è la comunità politica che tenta di rendere, e in parte vi riesce, omogenei tutti i nuclei comunitari esistenti nel suo interno. In fondo, la sua natura tendenzialmente totalitaria si manifesta già nel fatto che questo tipo di struttura è in grado di sostenersi solo se è presente una lingua unica ed omogenei costumi (anche se, per quest’ultimi, è riuscito ad imporre l’illusione, più che la realtà, della loro reale unificazione).

Al contrario, non è possibile costituire lo Stato europeo su questa base sociale, né tanto meno provocarla con l’aiuto di un paese europeo. Nessun centro di potere europeo è in grado di imporre una lingua comune, e a maggior ragione non è possibile creare l’illusione, in parte reale, di una omologazione dei costumi. Ciò rende il popolo d’Europa pluralistico e non monolitico come quello che, usualmente, caratterizza uno Stato nazionale.

 

 

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