Sotto le macerie del terremoto elettorale determinato dai risultati della consultazione europea dello scorso 26 maggio, appare inevitabile la caduta del Governo giallo verde. Il Presidente Giuseppe Conte, col tentativo irrituale di una conferenza stampa per riscattare la sua fama di burattino nelle mani dei capi dei due partiti maggiori, ha ottenuto finora soltanto una effimera tregua. Salvini, forte della sua indiscutibile vittoria, tende a dettare l’agenda per il prossimo futuro, accrescendo le fibrillazioni interne al M5S, che probabilmente non consentiranno di proseguire con l’anomala alleanza ed esporranno il Paese ad un ulteriore periodo di incertezza. È prevedibile che, entro un arco temporale di tre o al massimo sei od otto mesi, saremo chiamati a nuove elezioni politiche. Il fronte sovranista, rappresentato dalla Lega con la costola esterna di Fratelli d’Italia, otterrà un’ulteriore vittoria, mentre il PD, con la debole, ma paciosa guida di Zingaretti, consoliderà il suo ruolo di maggiore oppositore. Rischia invece di scomparire la cosiddetta area del centro moderato a causa della irreversibile crisi di Forza Italia.
Il nostro Paese, in genere non è stato mai puntuale agli appuntamenti con la storia. Il Risorgimento ci mise oltre un secolo per importare, in nome dell’Unità nazionale, i principi illuministi della democrazia liberale. Grazie al golpe mediatico giudiziario del 1992/94, realizzato con cinismo preordinato, per una volta, l’Italia ha invece preceduto altre nazioni occidentali nell’accelerazione verso una stagione populista dilagante. Il migliore interprete di tale cambiamento epocale fu Berlusconi, che diede vita ad un partito padronale ed autoreferenziale. Fu seguito da Veltroni, con la sua idea, sia pure non riuscita, di partito a vocazione maggioritaria, poi realizzatasi in seguito con la elezione di Renzi a segretario del PD. Quest’ultimo, se non avesse osato troppo e non avesse manifestato una fretta eccessiva, avrebbe potuto forse portare a compimento il proprio disegno. L’onda antiliberale ed autoritaria fu ben compresa e cavalcata da Grillo, che tuttavia con il passo laterale compiuto dopo la grande affermazione elettorale, commise l’errore, forse consapevole, di affidarsi ad analfabeti, che in poco tempo hanno bruciato il successo straripante di un movimento, oggi palesemente in via di estinzione, anche per le violente faide interne. I pentastellati appaiono come stregati dal miracolo di Salvini, che sotto un’accorta regia e con sostegni economici e mediatici molto importanti, ha, in meno di un anno, condotto un partito dal 4% al 17% e poi al 34%, forse non credendo egli stesso ad un successo di tali proporzioni.
In un momento così difficile, è anche esploso lo scandalo del sistema di potere del CSM, che covava da troppo tempo, rivelando un perverso sistema di lottizzazione delle nomine negli incarichi dirigenti tra le varie correnti della magistratura e l’immagine devastante delle relative compromissioni con ambienti politici ed imprenditoriali, nonché il connesso scambio di favori, elargizioni di denaro o di altri vantaggi, comprese guerre interne senza esclusione di colpi. Da trent’anni poniamo il problema della necessità di una profonda riforma del nostro mondo giudiziario, non soltanto pervenendo alla sacrosanta e non più rinviabile separazione delle carriere tra giudici e PM, ma auspicando una rivoluzione nel sistema di elezione dell’Organo di autogoverno, al fine di evitare che perduri il malcostume della lottizzazione correntizia con la connessa politicizzazione del CSM, che ormai, spudoratamente ed apertamente, conduce spregiudicate guerre per bande in complicità con ben individuati settori della politica. Tale intervento riformatore è ancora più urgente di quello stesso non più rinviabile del processo civile e di quello penale, come di quello amministrativo e tributario, inquinati sovente da pericolosi fenomeni corruttivi .
Nel tempo che stiamo attraversando tutto si rivela interconnesso e nulla avviene per caso. In Gran Bretagna, patria del parlamentarismo, la Brexit ha prodotto lo sfarinamento delle forze politiche tradizionali, tanto da aver assistito all’umiliazione inflitta nei giorni scorsi da un Donald Trump debordante, intervenuto a gamba tesa in favore del suo omologo britannico Boris Jonson. Ormai le Democrazie liberali sembrano destinate a cedere il passo a regimi autoritari, sul modello di Cina, Russia, Turchia, Brasile, Venezuela. Il fenomeno, con l’Amministrazione Trump, non ha risparmiato gli Stati Uniti, nonostante i pesi e contrappesi di una grande tradizione ed il presidio democratico dell’inviolabilità della sua Costituzione. Anche se il voto dei cittadini europei sembra sostanzialmente aver marginalizzato il fenomeno sovranista, la costruzione dell’UE indiscutibilmente segna il passo, anche per mancanza di leader forti nel campo europeista.
L’Italia si presenterà al prossimo, quindi imminente, appuntamento elettorale nazionale con, a destra, un fronte sovranista molto forte, grazie alla visibilità e determinazione di Matteo Salvini, preoccupato per la tendenziale infedeltà dimostrata dagli elettori italiani nell’ultimo quarto di secolo, che quindi vuole rapidamente capitalizzare l’attuale ampio consenso. A sinistra la debole leadership di Zingaretti non sarà in grado di contrapporre una coalizione vincente. L’evidente perdita di carisma del suo fondatore condanna Forza Italia ad una rapida estinzione, facilitata dalla guerra fratricida che si è già avviata tra i suoi modesti colonnelli. Tuttavia il centro politico di cultura liberal-democratica, anche se oggi minoritario e quasi inesistente, potrebbe aver un ruolo cruciale per neutralizzare le spinte antisistema delle due estreme. Se infatti la nuova destra salviniana ha indiscutibilmente caratteri autoritari, questi sono presenti anche in una sinistra, che si definisce “liberal”, ma nel senso anglosassone di partito riformista di orientamento socialista. Cosa questa ben diversa dalla definizione di “liberale” secondo la tradizione illuminista di partito della ragione, della borghesia colta, amante della libertà e rispettosa dell’ambiente, che oggi appare minoritaria.
Il Consiglio Nazionale del PLI ed il Congresso che verrà convocato a breve, dovrebbero cogliere l’occasione per tentare finalmente di porsi come credibile realtà in grado di ricomporre la vasta e purtroppo divisa area del Centro moderato e riformatore di autentica ispirazione liberale, proponendosi come alleata indispensabile per qualunque maggioranza di Governo che intenda ridare all’Italia il ruolo che le compete in Europa ed avviare il necessario risanamento delle finanze pubbliche, condizione indispensabile per la ripresa economica ed il consolidamento della libertà.

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