Nell’attuale contesto della società digitale, sempre più social e sempre meno real, la produzione seriale di “messaggi” è divenuta preoccupazione preminente delle forze politiche. Si registra un profluvio inarrestabile di comunicazioni, di informazioni, di dati, di “notizie”, diffuse capillarmente sulle piattaforme digitali al solo scopo di riempire l’attenzione dell’utente – cittadino, distogliendolo dal reale contenuto.  La società digitale ha profondamente mutato il tenore (e, mi sia consentito, il decoro) del dibattito, plasmandolo come vuoto botta e risposta, quasi fosse l’agone politico un teatro tragicomico in cui gli attori tentano di accaparrarsi il pubblico comune con la battuta più sconcia, con l’espressione più triviale. Slogan per convincere e vincere, non per convincere e conseguentemente fare.

Il politico da rappresentante si reinventa “amico” del cittadino, condividendo non proposte ma stati d’animo, non progetti concreti ma momenti quotidiani, non iniziative per un solido futuro, ma emozioni di un instabile presente.

Questa vicinanza, che a taluni potrebbe apparire espressione di una rinnovata politica più comprensiva del cittadino, non è che un mero strumento di preservazione del potere. La politica più scaltra, infatti, si serve della tecnica della condivisione social al fine di rabbonire o incendiare gli animi a seconda delle esigenze elettorali. Non più comunicazione di affermazioni sostenute da un sostrato culturale e ideologico solido, ma selezione di “intuizioni” da spargere nella rete a seconda della convenienza, a seconda delle “tendenze” del momento: il politico come fashion blogger, che guarda alle mode, le recepisce, le promuove e da queste cerca di massimizzare i proventi elettorali.  E così é possibile che avvenga, ad esempio, che lo stesso soggetto politico dichiari prima guerra alla Magistratura, per poi lodarne le decisioni all’uopo più a lui favorevoli; o ancora, che un capo politico si convinca della maggiore utilità della Bandiera Tricolore come prodotto da bagno, per poi proporsi al corpo elettorale al suono di “prima gli italiani” (riferimenti volutamente non causali).

In tali contingenze, vediamo con amarezza la forza politica attualmente maggioritaria servirsi strumentalmente del pretesto della legittimazione democratica per promuovere politiche profondamente anti – liberali. La difesa dell’individuo e delle sue libertà fondamentali viene quotidianamente annichilita nella fumosità della prevalenza dell’interesse statale, che pare necessiti di essere tutelato non tanto perché riferito allo Stato – comunità sociale, quanto piuttosto perché rivolto allo Stato – organizzazione. Idealizzazione e pubblicizzazione di interessi concreti e individuali paiono essere i binari su cui corre infermabile il treno dello Stato della sicurezza, “costi quel che costi”. Treno ad alta velocità, che non sembra avere modo di deragliare nel breve termine.

Ci si deve pertanto interrogare di quale debba essere, in tale contesto, la missione odierna dei liberali italiani. Anzitutto, conoscere i propri rivali, poi acquisirne le tecniche di comunicazione e convincimento, sfruttarle per promuovere idee e contenuti naturalmente diversi, ma che siano, a differenza di altri, concreti, ragionati, solidi e di prospettiva. Ciò sarà possibile solo attraverso la ricostituzione di un rinnovato mondo liberale, che punti ad accrescere la propria presenza nel tessuto sociale, a farsi “nuovamente” conoscere e, soprattutto, ad aumentare di numero. Sfide ambiziose, ma non per questo impraticabili.

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