Fuori dal Quai d’Orsay si erano radunate le folle: volevano assistere all’arrivo dei rappresentanti di Stato, provenienti da tutto il mondo. Ovunque vi fosse posto c’era gente che guardava: sui marciapiedi, nei taxi, sui camion, sui parapetti della Senna. Dignitari e giornalisti si fecero strada fra la calca consegnando agli uscieri il proprio invito, un biglietto giallo stampato per l’occasione, il 24 agosto 1928, con le parole: Signature du pacte générale de renonciation à la guerre.

Maestro di cerimonie era Aristide Briand, ministro degli Esteri francese. Egli era un difensore infaticabile della Francia e aveva passato i dieci anni trascorsi dalla sconfitta della Germania a lavorare perché al suo Paese venisse risparmiato un altro conflitto cruento. Soltanto due anni prima, nel 1926, aveva vinto il premio Nobel per la pace per essere stato il mediatore degli accordi di Locarno, un insieme interconnesso di intese volte a impedire alle maggiori potenze europee di farsi guerra l’un l’altra. Ora Briand, assieme al suo omologo americano, Frank Kellogg, il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, aspirava a diffondere lo “spirito di Locarno” nel mondo intero.

Il patto era volto, per usare le parole di Briand, a porre fine alla guerra egoista e volontaria. Le nazioni del mondo non avrebbero più usato la guerra come un mezzo legale per risolvere le controversie, e quindi, il tratto, era un attacco frontale alla “legittimità” della guerra.

Non occorre essere esperti di relazioni internazionali per sapere che l’accordo firmato quel giorno – il patto di pace di Parigi – non riuscì a mettere la parola fine alla guerra. Tre anni dopo la solenne dichiarazione, il Giappone invase la Cina. Passati altri quattro anni l’Italia fascista invase l’Etiopia. Ancora quattro anni e la Germania invase la Polonia e quindi gran parte dell’Europa. Eccezion fatta per l’Irlanda, tutti quanti gli Stati che si era riuniti a Parigi per rinunciare alla guerra erano in guerra. E la catastrofe che ne seguì fu di gran lunga più distruttiva di quella che l’aveva preceduta. Il computo dei morti della seconda guerra mondiale fu cinque volte superiore di quello della prima – l’inconcepibile cifra di settanta milioni di persone. Fu il conflitto più letale da oltre mille anni a quella parte. E il patto non fermò neppure la guerra di Corea, il conflitto arabo-palestinese, le guerre indo-pakistane, la disgregazione della Jugoslavia, il genocidio in Ruanda, la “guerra al terrorismo” o gli attuali conflitti in Ucraina e Siria.

Il patto di pace di Parigi fu , all’epoca, il trattato più ratificato della storia, essendo stato sottoscritto da altre sessantatré nazioni. Oggi, invece, è caduto ampliamente nell’oblio. Sono pochi ad averne sentito parlare. La maggior parte degli storici lo ignorano. Quando viene menzionato, lo si fa in genere per liquidarlo come un imbarazzante scivolone in una faccenda seria qual è quella degli affari internazionali, un esperimento ingenuo da non doversi ripetere mai più. L’ex segretario di Stato Henry Kissinger derise lo sforzo di mettere fuori legge la guerra, un’offerta “irresistibile anche perché priva di significato. Lo stratega della guerra fredda George Kennan lo descrisse come “puerile”. Lo storico Ian Kershanw descrive il patto come “un documento singolarmente vacuo”. Il diplomatico Kenneth Adelman lo riteneva “una roba ridicola”, mentre James M. Lindsay ne ha parlato come “l’equivalente internazionale di mandare un bacio”.

A mio avviso, invece, convengo che il patto Kellogg-Briand non ha portato la pace nel mondo. Eppure rientra tra gli eventi che più hanno causato un cambiamento nella storia dell’umanità, rendendo, in ultima analisi, il nostro pianeta di gran lunga più pacifico. Non pose fine alla guerra fra gli Stati, ma segnò l’inizio della fine – e, con ciò, la sostituzione di un ordine internazionale a un altro. Il patto mise al bando la guerra. Ma fece ancor di più. Proibendo ai Paesi di ricorrere alla guerra per risolvere i contenziosi, diede il via a una cascata di eventi che avrebbe portato alla nascita del moderno ordine globale. Al propagarsi dei suoi effetti da una parte e all’altra del globo, il patto rimodellò la mappa del mondo, catalizzò la rivoluzione dei diritti umani, autorizzò l’uso delle sanzioni economiche quale strumento di applicazione della legge e innescò l’incremento esponenziale delle organizzazioni internazionali che regolano un gran numero di aspetti della nostra vita quotidiana.

 

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